Friday, 10 August 2007

Pioggia di stelle

Da bambina, finite le scuole ai primi di giugno, noi, gli Arissogatti, impacchetavamo baracca e burattini e via! Così come Cixi andava a rifugiarsi all'ombra degli alberi nell'Yiheyuan, noi ci difendevamo dalla calura estiva nella Casa Vecchia a Giurda.
Giurda è come noi chiamavamo il paese dei miei nonni materni, La Cassa. Tutti quelli nati a La Cassa la chiamavano Giordanino, da qui l'abbreviazione Giurda. Non è esattamente il posto più frenetico e brulicante di vita del globo. Quando dicevi: "Sono andata a fare una passeggiata e non ho incontrato nemmeno un cane", non era un modo di dire; era perché non avevi incontrato per davvero nessuna forma di vita.
La Casa Vecchia era chiamata così perché era in effetti vecchia, vecchissima. Diverse generazioni erano nate, vissute e morte dietro quelle mura spesse e fresche prima di noi: il vecchio putagè funzionava ancora e la stalla (pericolante) era diventata un garage (pericolante). Nelle stradine ai tempi ancora non asfaltate imparai a camminare e caddi rovinosamente più di una volta. Quando asfaltarono le stradine, imparai ad andare in bici e continuai a cadere rovinosamente.
Due mesi e mezzo a giocare nel giardino dei nonni, in attesa che mio padre iniziasse le ferie per andare via tutti insieme.
Prima della partenza però c'era la festa patronale. Il patrono di Giurda è San Lorenzo e nella settimana del dieci agosto avevamo qualcosa da fare che non fosse giocare a bocce o sedersi sulle panchine a ciaciaré (cose che comunque mi piacevano comunque tantissimo, specie giocare a bocce).
C'era il banco di beneficenza con lotteria finale: una volta mamma vinse la cassetta degli attrezzi (mi pare fosse il 5° estratto), e normalmente vincevamo almeno due ciapamusche al giorno. Mi ricordo pure che un anno Adri vinse una confezione da 4 rotoli di carta igienica, e ancora non mi capacito che qualcuno abbia pensato che la carta igienica fosse un premio per il banco! (e non sto qua a scrivere i commenti di mio padre e mio nonno... a volte mi sembra facessero a gare a chi diceva più parolacce, specie se qualche baciapile era nei paraggi)
Arrivavano i giostrai! Ogni anno le giostre erano sempre le solite quattro: calcinculo, autoscontro, ottovolante e giostrina per i più piccolini. Per due anni abbiamo avuto pure il tagadà, ma non ha attecchito molto. Siamo sempre stati dei tradizionalisti e a molti non era andato giù il fatto che per far spazio al tagadà avessero spostato una giostra nella piazzetta del municipio.
C'era il camioncino del torrone (Sebaste, mi pare quasi superfluo specificare), con regolare rivendita di zucchero filato, cocco, caramelle di tutti i tipi e, per la gioia della mia dentista al controllo semestrale, tanto torrone.
Tiravano su anche un palchetto per ballare il lissssio, e ogni sera c'era un gruppo diverso: Giosuè e i sax pedemontani, Ornella Ricciolidoro e i trattori, Pinuccio e i baldi giovani... alcune più scarse, altre abbastanza famose (dì, cuj-lì ero su Telecupole la smana pasà!) ed era un vorticare di gambe: vestiti della festa e grembiuloni a fiori che giravano su e giù, ballavano per il piacere di ballare e se la dolce metà era stanca si trovava subito un sostituto, uomo o donna poco importava, bastava ballare.
La cosa più bella però rimaneva la notte di San Lorenzo. Andavamo a casa dei nonni, tiravamo fuori le sdraio e ci mettevamo in giardino, con il naso all'insù ad aspettare di vedere qualche cosa: stelle cadenti o in equilibrio precario, aerei, satelliti spia (a cui io e Adri facevamo sempre ciao ciao con la manina, oppure... beh, mi immaginavo che se le fotocamere dei satelliti spia fossero davvero state potentissime, qualche agente segreto sarebbe venuto a chiedere spiegazioni per quel dito medio, ma non si è mai visto nessuno).
Non ricordo se i desideri espressi siano diventati realtà, ma ricordo che mi piaceva l'atmosfera, il silenzio che a ben pensare non era silenzio, perché i grilli frinivano senza smettere mai. Mi ricordo il buio spezzato ogni tanto dall'accendino di nonno o di mamma. Mi ricordo un vecchio maglione che sapeva di Autan e io che guardavo tutte quelle stelle, come schiacciata dal loro peso: tante, troppe, mi sembrava che i miei occhi non bastassero a vederle tutte e che la mia mente non sapesse trovare il modo giusto per esprimere cosa desideravo.
Sono anni, decenni, che non vado a Giurda per San Lorenzo. Non so se montino ancora il palchetto per il ballo, ma so che di sicuro al banco di beneficenza i ciapamusche si sprecano.
Stanotte mi piacerebbe poter vedere le stelle, ma le luci vicine oscurano quelle lontane. Dalla mia finestra vedo tante luci, ma non sono stelle: sono lampioni, case, strade che soffocano le luci del cielo.
Peccato, perché mai come ora ho chiaro quali desideri vorrei poter esprimere.

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