Friday, 7 September 2007

Each Londoner has a London in his mind (which is the real London)

Non mi ricordo più quando mi hanno preso in giro la prima volta per il mio nome: probabilmente, anzi, quasi sicuramente, è successo appena uno dei miei compagni delle elementari ha scoperto come mi chiamavo. Non è esattamente il nome più comune che popola l'anagrafe italiano.
Non mi ricordo nemmeno se ci fossi rimasta male; mi ricordo però che molte persone confondevano il mio nome (mi chiamavano con qualsiasi nome iniziante per "V"). Mi è capitato pure di sentirmi rivolgere domande come: "Ah, come la scrittrice? Hai mai letto un suo romanzo?".
Ammettiamolo: bisogna essere un po' rinco per fare una domanda simile a una bimba di otto anni (impegnata in quel momento a versare un mare di lacrime su "Piccole donne crescono"). Non mi ci è voluto molto per scoprire il piacere che si prova nel vedere l'espressione vacua di chi mi aveva appena fatto la domanda di cui sopra quando rispondevo con un collaudato: "no, tu invece?".
Il più delle volte la risposta era un no abbastanza imbarazzato, a volte un no piccato e offeso (un piccolo consiglio a voi che vi avventurate innocenti nel mondo: se conoscete qualcuno che è molto, ma anche solo leggermente, omofobo, non chiedetegli se ha letto, visto o ascoltato un'opera di un autore o autrice omosessuale. Tendono a vivere la domanda come un affronto... ma non è dell'idiozia umana che ho voglia di scrivere stasera).
A otto anni lo trovavo irritante e ingiusto. Quelle stesse persone, quando mia sorella diceva che si chiamava Adriana, non le chiedevano mica se avesse mai visto "Rocky". Probabilmente perché avevano paura del gancio di mia sorella...giustamente, aggiungerei: chiunque avesse mai visto la precisione con cui Adri centrava i suoi compagni di classe con il suo ombrellino rosa, sapeva che non era saggio scherzare con lei.
Crescendo, l'assunzione gratuita che io passassi il mio tempo libero a leggere "Orlando" solo per via del mio nome non è scomparsa, anzi è diventata ancora più evidente. E con essa il fastidio che provavo ogni volta che mi capitavano scambi di battute di questo genere:


"Cosa leggi?"
"Chaucer."
"E che ne pensi di Virginia Woolf?"


"Che libro è?"
"Il nome della rosa."
"Bello, a proposito di rose, cosa ne pensi di "Flush"???"


Eh!?! Fermate il mondo e spiegatemi il collegamento, il processo mentale, il numero di Bacon che unisce Adso da Melk a un cane!!!
Per molti anni, Virginia Woolf è stata (insieme a Milan Kundera) il mio scoglio letterario per eccellenza: avevo deciso che non mi sarebbe piaciuta ed ero fermamente intenzionata a non farmela piacere. Più le varie professoresse di lettere e inglese mi davano da leggere Virginia Woolf, più io non lo facevo o, se proprio non potevo evitarlo, leggevo senza attenzione, come si possono leggere le pubblicità lasciate nella buca delle lettere.
Più mi spingono a fare qualcosa, più io mi tiro indietro: psicologia al rovescio, ecco cosa ci vuole per me. E infatti ho iniziato a leggere Virginia Woolf in un momento in cui tutti erano troppo perplessi per il fatto che avessi deciso di studiare cinese per farmi le solite domande sul mio nome. Per puro caso e assoluta noia, un giorno mi sono trovata a leggere "La signora Dalloway" e, mio malgrado e nonostante la mia decisione di cui sopra, il libro mi è piaciuto. Non l'ho capito, ma mi è piaciuto.
Allora ho provato a leggere "Gita al faro": dopo le prime dieci righe ho capito che il semplice pensiero di tentare di capirlo mi avrebbe provocato mal di testa di proporzioni bibliche. Dopo venti pagine ho scoperto che il romanzo è molto più leggibile se accompagnato da un barbera barricato e un panino al salame. Dopo trenta pagine avevo abbandonato l'idea di versare il barbera nel bicchiere e mi sono attaccata alla bottiglia. Nel complesso ne conservo un ricordo piacevole: confuso ma piacevole.


Ora sono a Londra, e Londra è la città di Virginia Woolf, il suo universo, il palcoscenico su cui si muovono i suoi personaggi. Le strade, i negozi, le chiese e il parlamento, i londinesi e le loro case...
Il primo libro che ho preso in biblioteca è stato "Mrs. Dalloway", il suo romanzo che forse maggiormente vive di Londra: si nutre delle vite che si sfiorano in questo enorme dedalo di vie, delle emozioni che ne fanno palpitare il cuore, di quella Londra che, per citare la mia omonima, esisterà sempre perchè cambia.
Un'idea ha iniziato a farsi strada in me, mentre Clarissa passeggiava per Bond Street e il mio treno arrivava alla stazione di Woking. Quando Septimus era seduto a Regent's Park e io scendevo a Surbiton la decisione era presa. Il mio zaino è pronto all'ingresso, con dentro la mia oyster, il diario e la penna (non si sa mai quando avrai bisogno di una penna), London A-Z, la macchina fotografica con il cinquantino, e "Mrs. Dalloway". Domani Virginia e Clarissa mi porteranno a spasso per la loro Londra.

about Clarissa

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