Monday, 22 October 2007

Crack at Tate

Il fatto che da bambina non fossi in grado di disegnare una linea retta nemmeno su un foglio a quadretti, usando il righello per giunta, dovrebbe dirla tutta sulle mie doti artistiche.
Il fatto che ancora adesso non sia sempre in grado di disegnare una linea retta su un foglio a quadretti, usando ovviamente un righello, è la prova che non è cambiato molto da allora.
Questa storia del righello, beh lo ammetto, l'ho sempre usata come prova lampante per giustificare il mio rapporto problematico con l'arte contemporanea, come se fosse una scusa, un motivo sufficiente a spiegare perché non sia mai riuscita a capire la buona parte della produzione artistica mondiale dopo le "Ninfee" di Monet.
Come tutti quanti, provo un po' di diffidenza per ciò che non conosco e non capisco; e sono profondamente a disagio e diffidente quando non riesco a distinguere un occhio da un naso. Ciononostante cerco sempre di trovare qualche punto di contatto. Molto spesso davanti a certi dipinti, a buona parte delle sculture mi sento come Fantozzi davanti a "La corazzata Potemkin"... sfortunatamente, senza i 92 minuti d'applausi dopo.
Tutto ciò si riflette in una serie di passaggi, che si ripetono quasi ogni volta che ho a che fare con l'arte del Novecento e che, nonostante mi siano ormai familiari, non riesco a evitare.

Passaggio 1.
Sono davanti a un dipinto o a una scultura. Non capisco cosa sia.
Passaggio 2.
Mi viene in mente un'idea sul possibile significato o un commento generico. Ovviamente trattasi di una stupidagine di proporzioni titaniche.
Passaggio 3.
Ancora più dolorosamente ovvio, mi accorgo che non solo è una stupidaggine, non solo l'ho pensata, ma l'ho anche pure detta, a voce sufficientemente alta.
Passaggio 4.
Per aggiungere umiliazione su umiliazione, quasi in contemporanea mi accorgo che nella stanza con me c'è qualcun altro. Una guida, un turista o una comitiva intera di turisti: ovviamente ho pronunciato tutto nella lingua compresa dalla maggioranza delle persone intorno a me.


A 19 anni a Barcellona, in visita al Museo Picasso, davanti all'ennesimo quadro che non capivo, ho inclinato la testa su un lato e pensato, anzi, detto: "Secondo me, l'hanno appeso al contrario". Al che, la guida alle mie spalle ha tenuto a precisare che no, era appeso dal lato giusto. Essendo Barcellona, potete tranquillamente immaginare quanti italiani c'erano in quella stanza del museo in quel momento.
Fino a qualche settimana fa, l'ultima figuraccia l'ho rimediata alla Tate Modern. Non capirò nulla d'arte, ma amo la Tate Modern e ci passerei ore, se non giorni. Ci vado spesso e in una delle mie ultime visite, mi sono fermata davanti a un'opera di Jo Baer, intitolata "Stations of the Spectrum, Primary Colors". Sono tre tele bianche, con una cornice colorata (nero e blu scuro) intorno. Tre cornici, una accanto all'altra. Mentre ero davanti alle cornici, guardandole e cercando di capirne il senso, ho notato una mosca sulla cornice colorata. Nel momento esatto in cui dicevo ad alta voce la frase: "Chissà che cosa rappresenta la mosca rispetto al resto dell'opera", la mosca è volata via. Credo abbia comunque fatto in tempo a sentire la guida dietro di me dire che "in realtà la mosca non fa parte dell'opera".
Così, qualche settimana fa, chiacchierando con dei colleghi, uno di loro mi ha detto che tutti i giornali parlavano della crepa della Tate. Probabilmente, anche a causa della carenza di caffeina, mi sono ritrovata a dire che forse era prevedibile, che a forza di montare e smontare esposizioni, il pavimento si rovinasse. Nel silenzio successivo, mi è sembrato che la mia voce fosse eccessivamente stridula mentre dicevo: "Ah, la crepa E' l'opera in esposizione quindi..."
Dopo l'ennesima figuraccia ho scoperto che...
Crack!
Questa non è una crepa.
Questa è Shibboleth; è la frattura profonda che divide le razze, il golfo fra il mondo occidentale e il terzo mondo.
Mi sembra ovvio.
Mi sembra una frattura profonda, che assomiglia pericolosamente a una crepa.

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