Monday, 12 November 2007

1995

Fu un'estate veramente calda, quella del 1995 in Inghilterra: pochissima pioggia, temperature elevate, e tanto, tanto sole.
In un caldo pomeriggio di giugno del 1995 ero insieme ad altre cinque ragazze italiane sul piazzale davanti alla stazione di Reading; le orecchie mi fischiavano per lo sbalzo di pressione dell'aereo, non riuscivo a tenere gli occhi aperti per via del sole che picchiava forte; non era esattamente l'inizio migliore di una vacanza studio da un mese quando, dal parcheggio, ecco apparire una signora: una cinquantina d'anni, vestito blu con motivi floreali, un cappellino bianco che faceva pendant non solo con la borsa e le scarpe ma anche con i due cagnolini che teneva al guinzaglio. Lo sguardo allegro, il sorriso felice, salutò la signora che ci aveva accompagnato dall'aeroporto. Le altre ragazze mi dissero sghignazzando che sarebbe toccata a me, "la regina degli stereotipi britannici".
Gill, questo il vero nome della regina, era tutto fuorché uno stereotipo e mi ci vollero pochi minuti per capirlo: il tempo di recuperare la valigia e arrivare alla macchina, e mi sentivo già a casa, sapevo quasi tutto delle persone che abitavano e gravitavano intorno a Kalewa, la casa dove avrei passato le quattro settimane successive. Sapevo di Gill, di Phil, suo marito, dei 4 figli, del fratello di Phil, dei vari amici ed ero già diventata amica di Polly e Dolly, i due cagnolini. Sin dal primo giorno mi sono sentita parte della famiglia, non un'ospite; e mi sentivo così perché era così che tutta l'allegra combriccola di Kalewa considerava gli studenti che passavano una parte delle loro vacanze a studiare inglese.
Gill era un vulcano di idee e quelle quattro settimane volarono via così veloci, fra lezioni al mattino e pomeriggi passati in giro.
C'era sempre qualcosa da fare, qualcuno da andare a trovare, qualche posto da vedere, era come una trottola che non si fermava mai. Anche se la scuola organizzava attività tutti i pomeriggi, il più delle volte andavo in giro con Gill: andavamo a trovare le sue amiche, a raccogliere fragole e mirtilli ai "pick your own", oppure andavamo in giro per la campagna inglese, trovavamo un bel posto e ci fermavamo, lei dipingeva, io leggevo Faulkner e giocavo con Polly e Dolly. A diciassette anni ero un problematico brutto anatroccolo: mi sentivo fuori posto ovunque e comunque, con gli altri e con me stessa, pensavo di non essere all'altezza delle persone che mi circondavano; ero reduce da una guerra del silenzio in famiglia che mi aveva lasciato con un po' di cicatrici e con molta diffidenza nei confronti del genere umano.
La cosa che più apprezzavo dei pomeriggi con Gill era che non mi dovevo nascondere, non dovevo cercare di essere qualcuno di diverso, riuscivo a essere onesta non solo con gli altri, ma soprattutto con me stessa. Un elefante spigoloso, ecco come mi ero descritta in uno di questi pomeriggi oziosi a Gill: mi sentivo, vedevo, credevo goffa, senza grazia e senza diplomazia, introversa e lunatica. Non volevo essere così, avrei voluto essere più estroversa, ma finivo per chiudermi in me stessa per paura di venire ferita. Senza contare, aggiunsi, che avevo le orecchie a sventola, proprio come Dumbo. Gill non cercò di convincermi del contrario, non mi rassicurò con storie di fasi di passaggio e miglioramenti nel futuro immediato. No, no, lei scoppiò a ridere invece, una risata fresca e contagiosa e mi disse che dovevo girare alla larga dagli alcolici la sera, se non volevo svegliarmi il giorno dopo appollaiata su qualche albero. E io risi insieme a lei. Quelle 4 settimane mi hanno cambiato: non mi sono trasformata in cigno, questo no, ma sono state l'inizio di un lungo processo di accettazione. Gill, con il suo modo di fare dolce e il suo amore per la vita, mi ha insegnato ad apprezzare i lati positivi e convivere con quelli negativi del proprio carattere. Gill mi ha dimostrato che si può essere felici ed essere amati anche se si è un brutto anatroccolo. O un elefante spigoloso.
Tornata in Italia, siamo rimaste in contatto, sarebbe stato impossibile pensare il contrario: era diventata la mia seconda mamma, la mia mamma inglese e non è concepibile non sentire la propria mamma; così è iniziata una corrispondenza fitta e continua, fatta di lettere e cartoline, costellata di piccoli e grandi eventi e tante foto. Tornare a casa e trovare una sua lettera ad aspettarmi rendeva tutto migliore: lettere dolci e piene di calore e amore, pagine di calligrafia minuta che raccontavano di viaggi, matrimoni, nipotini e fatti buffi, così, quando ci rincontravamo, ne potevamo riparlare e scherzarci su.
Gli anni passano e le persone se ne vanno e ci lasciano. Per quanto inevitabile, per quanto ci si possa preparare a notizie del genere, la dura e cruda realtà è che non si è mai pronti. Non ero pronta, la scorsa settimana quando, seduta in fondo alla chiesa di St. Peter per il funerale di Gill, sono ritornata con la mente alla calda estate del 1995: alla station wagon blu con cui scarrozzavamo su e giù per il Berkshire, alle partite a Thekenspiel e i bicchieri di limonata, ai pic-nic improvvisati con tutta la famiglia e alle gite lunto il Tamigi, a come cercasse inutilmente di convertirmi alla fede della Marmite. A quando, durante un viaggio, era passata davanti a uno stabilimento della Marmite, e si era fermata apposta per farsi fare una foto da spedirmi.
A Torino è rimasta una scatola di lettere e cartoline; con me ho tanti bei ricordi, una fotografia nel mio cuore di Gill che balla un twist con Jakub (un altro dei suoi studenti) durante la festa per i suoi 60 anni e ride. Se penso a Gill, sorrido, mentre una lacrima scende sulla guancia.
Mi manca. Tutto qua.

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