Friday, 2 November 2007

A small truth

A volte la vita ci mette davanti a scelte fondamentali, che cambieranno per sempre il modo in cui noi vediamo il mondo e il giudizio che hanno di noi le persone che ci circondano. Caffè macchiato o normale? Scarpe umane o dolorosamente a punta? Occhiali o lenti a contatto?
La verità, tutta la verità, nient'altro che la verità? O un'alterazione lieve e marginale della verità -no, non è una bugia, ci assomiglia e infatti molti le prendono per gemelle, ma non è così- detta a fin di bene?
Personalmente propendo per la prima opzione, non solo per quanto riguarda la verità. Ammetto però che spesso una piccola bugia salva da molti mal di testa. Se un'amica chiede un parere su vestito che si è appena comprata, che dici? È più comodo e accomodante dire che le mette in risalto gli occhi o andare dove ci porta il cuore, e chiederle se ha approfittato di una svendita al circo Togni? Di sicuro a seguire il cuore la offenderete, perché lei penserà a un commento su qualche kg in più. Se cercate di rassicurarla, dicendo che piuttosto voi pensavate ai pagliacci, sappiate che peggiorerete (e di molto, fidatevi, parlo per esperienza personale) la situazione.
Il più delle volte comunque cerco di essere onesta, prima con me stessa e poi con gli altri: non che ci pensi sempre, ma quando meno me l'aspetto succede qualcosa che mi fa pensare all'importanza di dire la verità.
Ora, non so esattamente bene cosa sto scrivendo, né cosa sto pensando. Forse l'avrei dovuto precisare all'inizio: sono imbottita di antidolorifici e antibiotici, causa maledetto ascesso e futura devitalizzazione di un dente, quindi è altamente probabile che io sragioni.
Tra una maledizione e l'altra lanciata alla mia ex-dentista, mi mi sono ricordata di un episodio, capitatomi in settimana, che mi ha fatto venire voglia di dire una verità piccola piccola, che molti giudicheranno strana e che alcuni conoscono già.
Antefatto: in settimana ero a Copenhagen per lavoro. Città bellissima con le nuvole raso terra, alle quattro finivo di lavorare, il che mi lasciava circa un'ora di luce e tutta la serata per andare in giro per la città. Il centro di Copenhagen è pieno di negozi e negozietti e io non sono certo una che si tira indietro! Non conoscendo una parola di danese, le probabilità di comprare dei libri erano piuttosto basse, ma ciò non mi ha certo fermato e così sono entrata in più di una libreria. E in una libreria davanti allo sguardo esterefatto di una commessa, mi sono ricordata di questa piccola verità. Fine antefatto.
La verità è questa: io sniffo i libri.
Sì, sì, avete letto bene, sniffo i libri. Più salutare della cocaina, no? E anche del gessetto, che un mio compagno balengo delle superiori si divertiva a tagliuzzare con una carta telefonica e a sniffare a mò di coca, ma sto andando fuori argomento di nuovo.
I libri profumano, ogni libro profuma in una maniera unica. Provate: aprite a metà un tascabile Newton e tirate su una bella soffiata, partendo dal basso verso l'alto. Ora ripetete l'esperimento con un rilegato Einaudi. Oppure sfogliatelo velocemente da un capo all'altro. Sono profumi diversi o no?
Non mi ricordo bene quando ho iniziato, ma so che ho sempre amato i libri nuovi, quando hanno ancora quell'odore di "nuovo", non sono ancora passati per due o tre zaini, non ci ho ancora fatto cadere sopra (accidentalmente) la spremuta di arancia e non ho lasciato nessuna impronta digitale alla marmellata di more. Con il tempo, il profumo di nuovo si perde, ma ne arrivano altri: il mazzetto di lavanda lasciato per un anno a fare compagnia ai fratelli Karamazov, l'odore di eucaliptolo fra i gialli Mondadori, la sabbia rimasta fra le pagine di "Alta Fedeltà", l'aroma di chaomian che "Fever Pitch" ha acquisito in 43 ore di treno Beijing-Kunming e che da allora non se n'è più andato. Ed è bello ogni tanto non solo leggere i libri, ma perdersi nei loro profumi.
Che male c'è ogni tanto a ficcare il naso in un libro e dare una breve sniffata? Ho letto da qualche parte che gli odori catalizzano i ricordi: visto e considerato che gran parte della mia vita è stata accompagnata da un libro, annusare i libri è un ottimo modo per ricordarsi qualcosa.
Stesso discorso per le librerie. Anche le librerie profumano. Sono fragranze diverse, ovviamente: Paravia non ha lo stesso profumo della Feltrinelli, mi pare ovvio.
Se poi vi trovate all'estero le differenze sono ancora più evidenti.
In Cina la prima impressione che provo quando entro in una libreria è di trovarmi in una stamperia di inizio Novecento. L'odore dell'inchiostro è così forte che sovrasta quello della carta e dei pavimenti di legno o di cemento. Ti si attacca addosso, rimane sulle dita dopo aver sfogliato un libro.
Anche a Londra l'odore è diverso: diversi inchiostri, diverse carte, a volte il tutto si mischia con il profumo di caffè che arriva dalla caffetteria che c'è all'interno della libreria.
Indovinate un po'? Anche in Danimarca, libri e librerie hanno un profumo diverso.
I miei amici sanno di questo mio, ehm, "vizio". Quando Miky mi ha regalato per Natale un volume di Harry Potter in cinese, la prima cosa che ho fatto è stato sfogliarlo velocemente e darci una veloce sniffata come un segugio, per poi dire tutta soddisfatta: "Ah! Sa davvero di Cina!".
Lei sapeva a cosa mi riferivo e non ha trovato strano l'episodio, anche perché non sono la sola! Conosco molte altre persone che come me amano annusare i libri.
A quanto pare, non ce ne sono molte di persone così in Danimarca, o forse annusano i libri in maniera meno evidente, almeno a giudicare dalle occhiate esterefatte delle commesse delle librerie...

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