Tuesday, 25 September 2007

Foglie sui binari

Da bambina non leggevo spesso "Topolino": mia mamma lo considerava troppo costoso, quindi lo comprava raramente. Questo mi tagliava fuori da molte conversazioni con i miei compagni di classe visto che ero finita in una classe di disneyani di ferro. L'unico motivo per cui non facevo (troppe) storie quando era ora di andare dal dentista era perché sapevo che era abbonato a Topolino e quindi ero certa di poter leggere qualche storia che mi ero persa. In realtà sospetto che più che il costo effettivo, mia mamma non volesse comprare Topolino per una profonda e mal celata antipatia nei confronti del roditore e compagnia cantante; alla fine io e Adri avevamo sempre dei fumetti da leggere, e non credo che quelli fossero gratis (mio padre non è mai stato tipo da spesa proletaria): c'era Mafalda (la mia preferita), c'era Tiramolla, c'erano Geppo il diavolo buono e Hagar l'Orribile, ogni tanto ci capitava pure un numero di Nonna Abelarda fra le mani e non mancavano mai gli album delle Sturmtruppen e Nick Carter. Poi, poi c'era "Linus". Linus! I miei avevano la collezione completa: dalla prima uscita in avanti, non mancava nemmeno un numero in casa. Io e Adri adoravamo Linus e, specie d'estate, passavamo interi pomeriggi a leggere i vecchi numeri, da leggere ce n'era a volontà. Ovviamente non leggevamo mica tutto: a pensarci bene erano più le pagine che saltavamo che quelle che leggevamo; evitavamo con grande cura tutti gli articoli e i fumetti che avevamo deciso non essere degni di nota venivano sorpassati a velocità smodata.
A conferma delle radici lontane delle mie manie ossessivo-compulsive, mi ricordo ancora l' ordine di lettura, un ordine che seguivo rigorosamente per ogni numero: iniziavo con i Peanuts, poi passavo a Calvin & Hobbes, B.C. e il Mago di Wiz, Dilbert e Bristow, e finivo con Beetle Bailey. In mezzo potevano capitare altri fumetti, ma non capitava mai che leggessi B.C. prima di Calvin & Hobbes. Una volta ho letto prima Dilbert di Beetle Bailey convinta che quest'ultimo non avesse fumetti su quel numero di Linus: quando ho scoperto che in realtà c'erano due pagine di strisce, ho riletto l'intero numero da capo... ma non è delle mie manie che voglio scrivere (magari potrei scriverne in una lettera a una delle mie povere e indifese corrispondenti; Barbara mi ha regalato una fantastica penna del museo di Sigmund Freud, con un divano che va su e giù, che aspetta solo di essere usata. Per ora la uso solo per fare il sudoku di Metro al mattino, visto che l'unica volta che l'ho sfoggiata a una riunione di lavoro, i miei colleghi mi hanno guardato un po' storto)
Oggi mi è tornato in mente Bristow.
Non so quanti di voi abbiano mai letto "Bristow": Bristow è il tipico impiegato della City, uno di quelli con bombetta e ombrello tanto per intenderci. Lavora (per modo di dire) alla Chester-Perry, dove passa il suo tempo a dormire alla scrivania con gli occhi aperti e la penna in mano, a parlare con un piccione che si ferma ogni tanto sul davanzale e a contare i minuti che lo separano dalla pausa tè o alle 5 del pomeriggio, in attesa della busta paga.
Una striscia che ricorreva spesso era quella ambientata alla stazione di East Winchley, dove il nostro prendeva il treno ogni giorno per andare in ufficio. Il treno era regolarmente in ritardo e su una lavagna si poteva leggere una scritta che diceva più o meno "Le Rapide Ferrovie Britanniche sono dispiaciute dell'estremo ritardo dovuto a..." e poi c'era una scusa differente ogni giorno: mucche sui binari, il linciaggio del macchinista, foglie sui binari...



Ora, io ho sempre pensato che fosse una battuta e nulla più, un modo per fare satira sui ritardi delle ferrovie (ogni mondo è paese).
Lo pensavo fino a stamattina, quando ho sentito un annuncio in stazione, con cui la SouthWest Trains informava i gentili clienti (non viaggiatori: finché sei sulla piattaforma sei un cliente, poi quando sali sul treno ti tramuti in passeggero, mah!) che dal 30 settembre alcuni treni partiranno cinque minuti prima e altri subiranno dei ritardi. La causa? Non è colpa delle mucche, che hanno le loro epidemie a cui badare, e non c'è nessun linciaggio in programma: il pericolo si annida fra le foglie che cadono e finiscono sui binari.
All'inizio ho pensato che il mio sistema mono-neuronale fosse rimasto a letto a dormire; in effetti, per come è andata la giornata, credo che sia entrato in letargo. Però avevo sentito bene! Una chiacchierata con Beth mi ha convinto che no, non è uno scherzo: i treni accumulano davvero ritardi a causa delle foglie cadute e mi capiterà di sentire e/o leggere annunci come quello che leggeva Bristow alla stazione.
Se anche voi vi siete domandati come è possibile dare la colpa alle foglie, la spiegazione la trovate qua.
Se desiderate approfondire l'argomento foglie, ritardi e scuse improbabili o semplicemente prolungare la vostra pausa cazzeggio in attesa della pausa caffè (e non assumete espressioni scandalizzate: I know my chickens!) potete dare un'occhiata a questi siti: le foglie e i loro perché e le scuse sempre pronte.

Monday, 24 September 2007

The Magnificent Seven

Non voglio che nessuno di voi pensi che io sono strana. Quindi, sapendo che sono normale, sappiate che la scorsa settimana ho realizzato un mio piccolo sogno. Ho fatto la pendolare a Londra!
Mercoledì scorso, alle 7 di mattina ero pronta, vestita business casual, con iPod che trasmetteva i Clash.

Ring! Ring! It's 7:00 a.m.
Move y'self to go again
Cold water in the face
Brings you back to this awful place
Knuckle merchants and you bankers, too
Must get up an learn those rules

A voler essere precisi, io sono comunque una pendolare, però viaggio in direzione (ostinata e) contraria: lavorare fuori Londra significa prendere il treno in direzione opposta rispetto alla maggioranza delle persone. Ovvio, ci sono pure i lati negativi: se finito il lavoro, mi viene voglia di fare un giro alla Tate Modern o prendermi una birra a St. Christopher, non è così facile e immediato; però i vantaggi sono di gran lunga in maggioranza: quando salgo sul treno, mi guardo intorno con calma, e con calma scelgo dove sedermi; mi accomodo con calma e appoggio la borsa sul sedile accanto al mio. Appoggio la bottiglia dell'acqua sul tavolinetto, spalanco per bene il giornale e allungo le gambe. Con calma, ovviamente.
Prendere un treno per Londra al mattino alle sette invece vuol dire rimanere in piedi con la borsa spiaccicata addosso e il sudoku iniziato di metro pericolosamente vicino all'occhio destro (e la matita altrettanto pericolosamente vicina al naso). Prendere un treno e successivamente un autobus a Londra apre le porte della percezione a tutta una serie di personaggi e situazioni che non si incontrerebbero altrimenti.
Il dubbio che mi intriga di più riguarda le impiegate della City e il trucco e parrucco. Io non mi trucco spesso: messa davanti alla scelta fra dieci minuti di sonno in più e svegliarmi dieci minuti prima per truccarmi, normalmente scelgo di dormire venti minuti in più, tanto per non scontentare nessuno. Suppongo di non essere la sola a pensarla così, infatti molte altre ragazze sono salite sul 243 struccate, salvo poi scenderne con addosso una maschera di fondotinta e mascara. Avrei davvero voluto chiedere a una di queste ragazze come fa a truccarsi: come riesci a passare l'eyeliner senza nessuna sbavatura, quando il bus sterza veloce e subito dopo prende in pieno una buca!?! Come riesci a tenere lo specchietto in una mano, passarti l'ombretto ed evitare di spiaccicarti contro un finestrino quando barbapapà viene a sederti accanto a te? Spiegami il tuo segreto!!!
La più grande domanda però rimane quella sulla velocità di crociera dei pendolari. A Torino, ogni volta che vado in giro con mia mamma, il suo lamento è uno solo: "Rallenta!!!"; a quanto pare, vado troppo veloce. In questa città invece io sono la lumaca, anche quando cammino spedita! Camminano tutti più veloce di me, nonostante gli sforzi, rimango sempre indietro e, anche quando provo ad accelerare, non c'è gara. Al mattino alla stazione di Waterloo, tutti vanno più veloci di me, ma quello che non sono riuscita a capire è dove vadano. Quando il treno arriva in stazione e le porte si aprono, la gente si getta letteralmente sulla piattaforma e via! Ovviamente ci si guarda tutti in cagnesco e non c'è spazio per la cortesia o la gentilezza, chiunque si trovi sulla strada del pendolare ne diventa il nemico e come tale dovrà pagarne le conseguenze: spintoni, parolacce sbofonchiate a mezza voce (convinti che gli auricolari mi avessero resa sorda, ah!). Corrono tutti... salvo poi trovarsi tutti imbottigliati all'entrata della metro; ero tentata di chiedere a uno qualsiasi dei miei co-pendolari dove avesse fretta di arrivare, ma la paura di amare conseguenze ha avuto la meglio sulla mia curiosità . Ho scoperto che è una frenesia contagiosa: giovedì sera, sono arrivata in stazione e ho iniziato a correre verso il treno, arrabbiata e pronta a insultare a mia volta, salvo poi rallentare e bloccarmi in mezzo alla stazione con una sola domanda che vorticava in testa: "Ma per quale stupido motivo corro!?!? Il mio treno parte fra 15 minuti!!!".
Ho provato il "We got to work An' you're one of us" e con mia inaspettata somma gioia domani torno a fare la pendolare calma e tranquilla: sudoku, libro nuovo da iniziare a leggere.
E allungare le gambe.
Con calma, ovviamente.

Monday, 17 September 2007

Tofu, Joy Division e ballerini inutili

Stasera mentre i peperoni ripieni ai pomodorini, peperoncino e doufu erano in forno, a cuocere la loro strada verso il mio stomaco, io mi sono sintonizzata su Radio Due via streaming.
Radio Due è la mia stazione radio preferita: non che l'ascolti moltissimo (un po' mi mancano pure le continue interferenze di Radio Maria, ora pro nobis: sarà la distanza o che questo è un paese protestante?), ma ci sono legata per via di tanti, tanti ricordi: da bambina ascoltavamo sempre Radio Due, su quella fantastca radio nera ITT, residuato degli anni Settanta dei miei genitori, e anche se non ricordo che musica trasmettessero, mi rimane la sensazione di casa e pomeriggi pacifici e tranquilli.
Oggi Radio Due trasmette alcune delle mie trasmissioni preferite, come "Caterpillar", "610" e "Alle otto della sera". E, ultimo ma non per importanza, il mio programma radiofonico preferito, nonché distributore automatico di stimoli quotidiani: "Dispenser".
Dopo le ferie estive, oggi riprendeva la programmazione abituale. La prima puntata della stagione, la prima puntata non condotta da Matteo Bordone (Freddie Nietzsche,il suo
che abbraccia i cavalli, è una delle mie letture preferite), la prima puntata con una nuova voce, quella di Federico Bernocchi.
Il programma rimane bello e interessante, e non ha deluso; stasera si è iniziato con un omaggio a Tony Wilson, un servizio sul film di Anton Corbin sui Joy Division e una canzone degli Happy Mondays (anche se Bez non era un ballerino inutile, magari un ballerino tossico, ma non inutile) e si è finito per parlare del Mile High Club.
Trenta minuti di musica, libri, cinema, varie ed eventuali che spazia da un capo all'altro del mondo e della vita. Il tutto accompagnato da una Leffe e dai miei peperoni. Cosa manca per rendere il tutto perfetto?!? Credo un po' di cumino e semi di sesamo, altrimenti era tutto molto buono.
peperoni

Monday, 10 September 2007

Castagne e libri

Alle elementari e alle medie (e alle superiori, a pensarci bene) nessuna mi capiva se parlavo di "castagne ginge".
Le castagne ginge mi sono tornate in mente oggi, mentre tornavo a casa dalla stazione: ogni strada di Surbiton ha un numero minimo di ippocastani, e in questo periodo le strade sono piene di ricci e castagne. Se non l'aveste ancora capito, le castagne ginge sono le castagne degli ippocastani.
Quando ero bambina, io e Adri andavamo a raccogliere le castagne nel parco vicino alla chiesa di La Cassa. Non ce ne facevamo nulla, rimanevano fino a ottobre nel garage della casa vecchia, poi mia mamma si scocciava di averle fra i piedi, borbottava, si lamentava, "questacasanonèunalbergoesonopropriostufa", prendeva un sacco della spazzatura e gli dava l'andi. Succedeva tutti gli anni, a meno che mio cugino Eugenio non fosse nei paraggi: in questo caso, una parte delle castagne veniva gettata nel potagé di mio nonno, o usato come pallina da baseball e lanciato oltre il giardino del sempre meno calmo e pacato nonno (extra punti a chi centrava il tettuccio aperto delle macchine che passavano).
Al pensiero delle castagne ginge io associo sempre (oltre alle minacce di mio nonno contro mio cugino) un fantastico libro, "They have a word for it: A Lighthearted Lexicon of Untranslatable Words & Phrases" di Howard Rheingold (Sarabande Books, lo trovate su Amazon se vi interessa). Non è un dizionario vero e proprio, piuttosto è una raccolta organizzata di parole ed espressioni intraducibili.
Una delle mie espressioni preferite è "Holopis Kuntul Baris", una frase indonesiana che si può tradurre con "o-issa" e che serve per incanalare le proprie forze quando si trasportano oggetti pesanti: non solo infonde effettivamente forza fisica a chi la pronuncia, ma serve anche per farsi coraggio quando si devono affrontare le difficoltà della vita. Oppure la parola svedese "
uffda" che serve per dimostrare solidarietà a chi sta male (fisicamente, ad esempio se ti sei appena pizzicato un dito nella porta, come quando sono tornata a casa stasera... ahi che dolor! Ho un'unghia violetta, ora mi dovrò comprare lo smalto per le altre 9 dita).
Non si può consultare come un dizionario, ovviamente, e il suo fascino è proprio poterlo tirare giù dallo scaffale su cui è riposto e sfogliarlo a proprio piacimento, perché sappiamo mai quando capiteremo sulla parola intraducibile che stavamo cercando da una vita.

Friday, 7 September 2007

Each Londoner has a London in his mind (which is the real London)

Non mi ricordo più quando mi hanno preso in giro la prima volta per il mio nome: probabilmente, anzi, quasi sicuramente, è successo appena uno dei miei compagni delle elementari ha scoperto come mi chiamavo. Non è esattamente il nome più comune che popola l'anagrafe italiano.
Non mi ricordo nemmeno se ci fossi rimasta male; mi ricordo però che molte persone confondevano il mio nome (mi chiamavano con qualsiasi nome iniziante per "V"). Mi è capitato pure di sentirmi rivolgere domande come: "Ah, come la scrittrice? Hai mai letto un suo romanzo?".
Ammettiamolo: bisogna essere un po' rinco per fare una domanda simile a una bimba di otto anni (impegnata in quel momento a versare un mare di lacrime su "Piccole donne crescono"). Non mi ci è voluto molto per scoprire il piacere che si prova nel vedere l'espressione vacua di chi mi aveva appena fatto la domanda di cui sopra quando rispondevo con un collaudato: "no, tu invece?".
Il più delle volte la risposta era un no abbastanza imbarazzato, a volte un no piccato e offeso (un piccolo consiglio a voi che vi avventurate innocenti nel mondo: se conoscete qualcuno che è molto, ma anche solo leggermente, omofobo, non chiedetegli se ha letto, visto o ascoltato un'opera di un autore o autrice omosessuale. Tendono a vivere la domanda come un affronto... ma non è dell'idiozia umana che ho voglia di scrivere stasera).
A otto anni lo trovavo irritante e ingiusto. Quelle stesse persone, quando mia sorella diceva che si chiamava Adriana, non le chiedevano mica se avesse mai visto "Rocky". Probabilmente perché avevano paura del gancio di mia sorella...giustamente, aggiungerei: chiunque avesse mai visto la precisione con cui Adri centrava i suoi compagni di classe con il suo ombrellino rosa, sapeva che non era saggio scherzare con lei.
Crescendo, l'assunzione gratuita che io passassi il mio tempo libero a leggere "Orlando" solo per via del mio nome non è scomparsa, anzi è diventata ancora più evidente. E con essa il fastidio che provavo ogni volta che mi capitavano scambi di battute di questo genere:


"Cosa leggi?"
"Chaucer."
"E che ne pensi di Virginia Woolf?"


"Che libro è?"
"Il nome della rosa."
"Bello, a proposito di rose, cosa ne pensi di "Flush"???"


Eh!?! Fermate il mondo e spiegatemi il collegamento, il processo mentale, il numero di Bacon che unisce Adso da Melk a un cane!!!
Per molti anni, Virginia Woolf è stata (insieme a Milan Kundera) il mio scoglio letterario per eccellenza: avevo deciso che non mi sarebbe piaciuta ed ero fermamente intenzionata a non farmela piacere. Più le varie professoresse di lettere e inglese mi davano da leggere Virginia Woolf, più io non lo facevo o, se proprio non potevo evitarlo, leggevo senza attenzione, come si possono leggere le pubblicità lasciate nella buca delle lettere.
Più mi spingono a fare qualcosa, più io mi tiro indietro: psicologia al rovescio, ecco cosa ci vuole per me. E infatti ho iniziato a leggere Virginia Woolf in un momento in cui tutti erano troppo perplessi per il fatto che avessi deciso di studiare cinese per farmi le solite domande sul mio nome. Per puro caso e assoluta noia, un giorno mi sono trovata a leggere "La signora Dalloway" e, mio malgrado e nonostante la mia decisione di cui sopra, il libro mi è piaciuto. Non l'ho capito, ma mi è piaciuto.
Allora ho provato a leggere "Gita al faro": dopo le prime dieci righe ho capito che il semplice pensiero di tentare di capirlo mi avrebbe provocato mal di testa di proporzioni bibliche. Dopo venti pagine ho scoperto che il romanzo è molto più leggibile se accompagnato da un barbera barricato e un panino al salame. Dopo trenta pagine avevo abbandonato l'idea di versare il barbera nel bicchiere e mi sono attaccata alla bottiglia. Nel complesso ne conservo un ricordo piacevole: confuso ma piacevole.


Ora sono a Londra, e Londra è la città di Virginia Woolf, il suo universo, il palcoscenico su cui si muovono i suoi personaggi. Le strade, i negozi, le chiese e il parlamento, i londinesi e le loro case...
Il primo libro che ho preso in biblioteca è stato "Mrs. Dalloway", il suo romanzo che forse maggiormente vive di Londra: si nutre delle vite che si sfiorano in questo enorme dedalo di vie, delle emozioni che ne fanno palpitare il cuore, di quella Londra che, per citare la mia omonima, esisterà sempre perchè cambia.
Un'idea ha iniziato a farsi strada in me, mentre Clarissa passeggiava per Bond Street e il mio treno arrivava alla stazione di Woking. Quando Septimus era seduto a Regent's Park e io scendevo a Surbiton la decisione era presa. Il mio zaino è pronto all'ingresso, con dentro la mia oyster, il diario e la penna (non si sa mai quando avrai bisogno di una penna), London A-Z, la macchina fotografica con il cinquantino, e "Mrs. Dalloway". Domani Virginia e Clarissa mi porteranno a spasso per la loro Londra.

about Clarissa

Thursday, 6 September 2007

Pensavo dovessero essere biscotti e invece sono... boh



L'intenzione era buona. Non so bene cosa sia andato storto lungo la strada, sta di fatto che i miei biscotti allo yogurt non sono usciti dal forno con le sembianze di biscotti. Nei 15 minuti che li ho lasciati soli, si sono trasformati in un qualcosa di non facilmente classificabile: mini-torte, forse? Sarà perché non ho steso abbastanza la pasta? Sarà perché da mia mamma non ho ereditato solo il viso e le mani, ma anche una spiccata incapacità a preparare biscotti???
Comunque non sono così male: ne ho mangiate tre e sono ancora in salute! :-)
Se vi interessa ecco la ricetta (se non vi interessa, beh, allora non leggete, semplice!): prendete 200 gr di farina, 50 gr di fecola di patate, un vasetto da 125 gr di yogurt (quello che preferite, io ho optato per quello magro in scadenza domani), 50 gr di zucchero di canna, 50 gr di burro, mezza bustina di lievito, scorza di limone grattugiata, una bustina di vanillina, rum q.b. (e a volte non sembra mai abbastanza, hic!) e impastate tutto insieme. Stendete la pasta (sottile, a giudicare dai miei risultati) e mettete a cuocere in forno preriscaldato a 180° C per un quarto d'ora.

Tuesday, 4 September 2007

Ultime da Wisteria Lane

(Nessun giardiniere che gira a petto nudo da queste parti, purtroppo...)
In questi giorni trovo sempre sul treno il "Surrey Comet", il quotidiano locale, che qualche anima pia (e pigra) lascia a bordo prima di scendere. Non ho ancora capito per quale motivo la scelta sia caduta su un simile titolo: a quale ubriaco è venuto in mente di associare la parola cometa al Surrey? Difficile da dire, vista la quantità pressoché illimitata di ubriachi, specie il venerdì verso le 6 di sera. Oppure è passata una cometa da queste parti, proprio nel momento in cui l'ubriacone di cui sopra ha deciso di fondare questo quotidiano?
Non so e non so se voglio sapere. So che leggere il "Surrey Comet" mi fa uno strano effetto, perché mi essere ancora a Torino: quando andavo dai miei genitori
a scroccare una cena
-ehm ehm- a deliziarli con la mia fulgida, briosa ed angelica presenza, normalmente finivo per leggere "Il Risveglio" (il settimanale indipendente del Canavese e delle Valli di Lanzo). Ecco, leggere il Surrey Comet è come leggere in maniera intensiva il Risveglio.
Ci sono notizie più o meno interessanti, le notizie dalle varie congregazioni religiose (chi è nato, chi è passato a miglior vita, chi si è sposato, non chi ha divorziato, perché quelli sono peccatori condannati a bruciare all'inferno per l'eternità, feste di beneficenza e catechismo), le polemiche sulla raccolta rifiuti, le polemiche su come i costi per la costruzione del teatro di Kingston siano lievitati in maniera molto sospetta (e questa notizia mi fa sentire davvero a casa!).
A volte anche la mia suburbana Surbiton fa capolino fra le righe del giornale! I motivi? Tanti e variegati, l'ultimo in ordine di tempo: gli alieni.
Ebbene sì. Io non me ne sono accorta, ma venerdì nei cieli di Surbiton sono apparse delle luci sospette e di provenienza sconosciuta. Gli alieni sono fra noi e a quanto pare si manifestano come dodici raggi luminosi a forma di ruota panoramica. Non si sa se volessero lasciarci un messaggio. Magari qualcosa a che vedere con la possibile imminente chiusura del Surbiton Pet Club, un'altra notizia che occupa le prime pagine di tutti i giornali di Surbiton.
Ma non è tutto ora quello che luccica, anche Surbiton ha la sua dose di criminali e violenza, contro cui la polizia si trova a combattere giorno dopo giorno. Così dopo l'arresto del serial-ladro di biciclette (ha fatto su più di 100 bici e gli è stato interdetto l'accesso a tutte le stazioni della SW Trains), stavolta vengo a sapere, sempre dalla scintillante cometa surreiese, che un drogato è stato arrestato a Surbiton: il malvivente ha rubato 80 £ di carne da un supermercato, per comprarsi delle dosi. Purtroppo non spiegavano come avesse intenzione di convertire la lombata in droga.

Sunday, 2 September 2007

QUACK!!! (Papere e papere)

Oggi sono andata ad Hampton Court per assistere alla grande gara britannica delle papere: un evento di beneficenza, il cui scopo principale era raccogliere fondi per diversi enti e associazioni non governative. Per raggiungere l'obiettivo del mezzo milione di sterline, gli organizzatori hanno pensato in grande: entrare nel Guinness dei primati per la più grande gara di paperotte di gomma.
Credo ci siano riusciti: 165.000 papere di gomma sono state messe in acqua al Molesey Lock e dopo un'ora di preparativi lasciate libere di seguire la corrente e gareggiare.
Il Tamigi si è tinto di giallo; il che, considerato quanto è zozzo, è decisamente un miglioramento!

ducks on the way