Tuesday, 29 January 2008

Jamie e la cucina de noartri

18 giugno 2007: primo giorno di lavoro in Inghilterra. Torno a Surbiton, passo in agenzia a recuperare le chiavi della casa e dopo essermi sistemata nel mio appartamento nuovo, mi accorgo di avere fame. Le mie innati doti investigative, combinate al mio fine intuito, mi fanno subito comprendere che: 1. per fare passare la fame, devo mangiare; 2. come logica conseguenza al bisogno di mangiare, ho bisogno di cibo, al momento non presente in casa; conseguenza ultima delle rivelazioni precedenti è che devo fare un salto al supermercato a fare la spesa.
La prospettiva non mi alletta tanto, perché sono stanca e vorrei solamente collassare sul divano a dormire, ma mi faccio coraggio e mi lascio guidare dai gorgoglii sempre più profondi del mio stomaco verso Victoria Road, la via principale, dove si addensano quasi tutti i negozi e supermercati principali. 
Sono tornata a casa con una pinta di latte e dei cereali per la colazione del giorno dopo e un "ready-meal", un pasto precotto. Un piatto indiano precotto, una zuppa di lenticchie al curry per la precisione.
Entrare in un supermercato inglese significa fare i conti con la pigrizia e la scarsa propensione ai fornelli dei britannici: scansie su scansie di cibi già pronti, quello che ti rimane da fare e' schiaffare la confezione in forno per 20 minuti (o 3 minuti, se hai il microonde). C'è davvero di tutto: piatti tradizionali inglesi, italiani, cinesi, indiani, messicani, pizza, hamburger, cibi per vegetariani e per vegani, zuppe e minestre... non c'e' nulla che non si possa comprare gia' pronto e confezionato; al confronto le nostre insalate già pronte o le pizze Bella Napoli sono una cosa da principianti. che come Durante la prima settimana in Inghilterra, credo di aver sperimentato ben 3 cene pronte: tutto era nuovo, avevo tante cose da fare e la sera mi sembrava così comodo dover solo passare al supermercato e comprare una scatola con dentro tutta la mia cena; i lati negativi però superano di gran lunga la praticità: per prima cosa, forse la piu' grave per una buona forchetta come me, il sapore: uniforme, sempre lo stesso. Quando la sera torno a casa, i miei vicini sono già tutti presi dalla preparazione della cena e da tutti gli appartamenti esce il profumo inconfondibile di roastbeef al masala shanghaiese. Possono cucinare i piatti più differenti, ma l'unico modo per esserne certi è leggere il nome del piatto sulla confezione, perchè non solo hanno lo stesso sapore, ma pure lo stesso odore! Il sale poi ha come conseguenza ultima di mettermi tanta di quella sete da trasformarmi in una specie di cammello. Ne mettono talmente tanto che dopo due bocconi la bocca è riarsa come se avessi attraversato tutto il Sahara senza fermarmi in nessuna oasi.
Dopo sette mesi in Inghilterra, odio i pasti pronti e per principio mi tengo lontana dai negozi Simply Food di M&S.
Forse è una reazione a questo cibo così uguale a sé stesso e, in fin dei conti, cattivo la televisione e le librerie sono un brulicare e proliferare continuo di trasmissioni e libri di cucina. Non c'è solo la prova del cuoco, che qui si chiama "Ready Steady Cook", dura di meno e non ha né la Clerici, né quella tizia dalla voce stridula e soprattutto nessuna canzoncina sulle nonne e sulle tagliatelle. No, no, quella è la punta dell'iceberg! Credo che ogni canale trasmetta almeno due programmi di cucina uno settimanale e uno quotidiano. Alcuni cuochi sono diventati delle star, alcuni hanno i loro reality show. C'è Nigella, che potesse metterebbe il coriandolo pure sul tiramisù e se non usa mezzo chilo di burro per 12 cookies non è contenta (solo vederla preparare i biscotti mi ha fatto schizzare il colesterolo al soffitto e prendere un chilo: mezzo chilo in burro e mezzo chilo in cioccolato al latte).
C'è Gordon Ramsay, che proprio non mi piace, perché alla fine non fa altro che insultare la gente che gli sta intorno durante il suo reality show; preciso che non è invidia: credo riesca a pronunciare almeno 200 parolacce al minuto, ma sono sempre le stesse, qualità invettive a iosa, ma inventiva sotto i piedi.
E poi c'è Jamie Oliver. Ora, vi chiedo un piccolo sforzo di immaginazione: sono accoccolata sul divano, il portatile sulle ginocchia, tazza di tè fumante appoggiata a terra. Sullo schermo appaiono le frasi di questo blog e alle parole "Jamie Oliver" mi fermo per un secondo, sorrido e sospiro, e poi ricomincio a scrivere. Cuoco, scrittore, presentatore TV, ha condotto una campagna a livello nazionale per far mangiare cibo sano ai bambini nelle mense scolastiche (campagna parzialmente fallita, visto che i genitori passavano sottobanco ai pargoli le peggio schifezze). Ama cucinare, ama il cibo italiano e in tutte le sue trasmissioni traspare questa sua passione. Mi piace l'entusiasmo che mette nel tentare di far capire ai suoi conterranei che mangiare verdure non solo è soltanto salutare, ma pure gustoso. E' un po' più "rozzo" degli altri, e capita che dica la cosa sbagliata al momento sbagliato, ma ha il pregio di non prendersi troppo sul serio e cercare di migliorare quello che gli inglesi mettono in tavola e nello stomaco.
Venerdì scorso, sono andata a restituire un libro in biblioteca e mentre mi aggiravo fra gli scaffali sono finita nel reparto cucina. Lì, ad altezza occhi, un libro sembrava chiamarmi, con la sua copertina cartonata gialla: "Portami con te!". Così ho fatto, e sono tornata a casa con "Jamie's Italy". Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, o meglio, avevo paura di scoprire cosa avrei trovato scritto. Quelle poche volte che ho spulciato nel reparto cucina delle librerie, ho sempre fatto girare due o tre persone, richiamate dal tonfo sordo e violento che facevano i libri ogni volta che li richiudevo leggermente inorridita. E' un libro di una persona che ama la cucina e ama l'Italia, che ne vede i molti lati positivi, ma anche il campanilismo, quell'ostinazione tipica dell'italiano medio che si rifiuta di mangiare la pasta se non è cucinata come gliela cucina mammà e figurarsi se prova ad assaggiare piatti di altri paesi. La maggior parte delle ricette mi ha fatto sorridere.... insomma, davvero c'è bisogno di un libro di ricette per preparare le bruschette o l'insalata?
Il libro mi è piaciuto perché non è solo un libro di cucina: le fotografie sono magnifiche, hanno un tocco di reale che raramente si vede nei libri di cucina, dove tutto è perfetto e immacolato. Non è solo un elenco di ricette con dosaggi precisi. E' un diario, il resoconto di un viaggio attraverso l'Italia e dei molti incontri con persone, stili di vita e modi di cucinare diversi. Le ricette non sono spiegate, quanto raccontate, come se Jamie Oliver fosse in cucina con te e ti stesse parlando a tu per tu. Ed è questa la cosa che mi è piaciuta di più del libro: è familiare, mi ricorda di cene con amici e famiglia, sa di casa.
Come dice anche il titolo, l'Italia di cui parla Jamie è la sua Italia, come la vede e come la vive lui; e la magia del libro consiste nel fatto che Jamie Oliver stuzzica la curiosità di chi lo sta leggendo. "Ecco, questa è la mia Italia", sembra dirti, "ma se te la senti, se vuoi provare tu stesso, puoi partire e scoprirla a tua volta". E dalla culina, la curiosità e l'apertura mentale si possano trasferire facilmente a molti altri aspetti della nostra vita.

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