Thursday, 24 January 2008

Un giorno come tanti, una vita come altre

Un mercoledì qualunque.
La sveglia suona. La spengo e mi giro dall'altro lato.
Dopo un minuto suona pure la sveglia del cellulare. La prudenza non è mai troppa.
Spengo pure quella, ma questa volta apro gli occhi: come sempre, mi sento piena di energia, pronta ad affrontare il giorno davanti a me. La sensazione cambia immediatamente quando si tratta di alzarsi dal letto e abbandonare il morbido tepore del mio bozzolo da una piazza e mezzo (matrimoniale, per gli standard inglesi); allora sento tutto il peso del mondo crollare sulle mie spalle da postino e come tutte le mattine mi domando perche' non sono nata milionaria.
Nulla di nuovo, nulla di diverso, routine allo stato puro: doccia, colazione, prepararsi per il lavoro, andare in stazione, "a return to Farnborough, please", pagare, "cheers! have a nice day", recuperare metro per avere il sudoku da fare durante il viaggio... e lì qualcosa cambia, perché dalla prima pagina di Metro sbucano la faccia di Heath Ledger e la parola "dead".
Non capisco subito che foto e parola sono collegate. Solo quando scendo al binario tre e inizio a leggere il giornale realizzo il nesso. La notizia mi ha colpito, come non mi sarei aspettata: un effetto farfalla sui pensieri della giornata. Pensieri ovviamente confusi, perché non sono una persona molto ordinata nemmeno quando si tratta di pensare e le riflessioni si sovrappongono l'una all'altra
Da una parte non mi capacito del mio inaspettato turbamento. Perché una notizia con nessuna conseguenza apparente su di me, mi impedisce di immergermi nella vita quotidiana e affolla la mente di idee confuse?
Qui in Inghilterra lo chiamano l'effetto Lady D: commozione suscitata solo dalla morte di un personaggio pubblico e famoso. Alcuni sostengono si tratti di una forma di stupidità collettiva, altri di un segno della decadenza sociale, perché "come si fa a dispiacersi per uno ricco e famoso, quando milioni di persone nel mondo soffrono e muoiono in mille guerre dimenticate"? Questi discorsi mi ricordano un po' quelli che mi facevano le maestre dell'asilo per farmi mangiare il loro orrendo minestrone, e, in tutta onestà, suscitano in me lo stesso malcelato sospetto che mi causava il minestrone dell'asilo. E' vero: certe forme di dolore per la scomparsa di personaggi pubblici sono decisamente esagerate, così come l'eccessiva esposizione mediatica, ma qual è il collegamento con guerre, carestie ed epidemie che piagano il nostro pianeta? L'unica cosa che hanno in comune dal mio punto di vista è che presto ce ne scorderemo, perchè sono dolori che non ci toccano da vicino: fra qualche settimana nessuno parlerà più della situazione in Kenia, e di sicuro non ci saranno più prime pagine dedicate a un attore che non c'è più. Come molte altre morti di giovani attori, come molte altre guerre e genocidi, cadranno nel dimenticatoio collettivo, per essere ricordate solo dalle persone care, le famiglie, gli amici.
E' così per tutti. Il dolore che ricordiamo sempre, il dolore a cui non possiamo (e in parte non vogliamo) fuggire è quello che vive dentro di noi, quello per le persone che abbiamo amato dal profondo del nostro cuore e che non ci sono più. Dolore è pensare di telefonare a mia nonna, solo per accorgermi che non c'è più nessun numero a cui lei possa rispondermi.
Il dolore però non è esclusivo, o quanto meno non dovrebbe esserlo; non andrebbe riservato solo e unicamente alle persone che conosciamo. Il dolore da questo punto di vista è come l'amore, perché non riesce a essere esclusivo: quando amiamo qualcuno, non per questo abbiamo meno amore per le altre persone. Ho perso persone care, che amavo dal profondo del cuore, ma ciò non toglie che non possa sentirmi anche triste pensando alle vittime di Srebrenica oppure a Heath Ledger. Empatia per i miei simili e ancora di più per le persone che hanno lasciato. Alla fine, credo di essere arrivata a una parziale conclusione sul perché la notizia abbia avuto su di me così tanto effetto: era un ragazzo più meno della mia età; un ragazzo dell'età di tanti miei amici, sorridente come tanti amici a cui voglio un mondo di bene, un papà: aveva una figlia; aveva la vita davanti e senza quasi accorgersene se l'è lasciata dietro.

Strana cosa la vita, vero? Così caotica eppure monotona, vorremmo cavalcarla come esperti surfisti, ma il più delle volte finiamo per sguazzarci faticosamente dentro. Un giorno ci sei e il momento dopo non sei più: ma non possiamo rifletterci troppo a lungo, forse qualche meccanismo di difesa ce lo impedisce. Se lo facessimo, probabilmente impazziremmo. Come tutti i grandi viaggi, ciò che conta non è la meta, ma come ci arriviamo, come decidiamo di modellare la nostra vita. Vita intesa non come susseguirsi di eventi quotidiani, routine e consuetudini che si ripetono di mese in anno. Ma anche insieme di sogni, aspirazioni, desideri e passioni. Vita come volere e non come dovere.
E quasi alla fine dell'ennesima settimana di lavoro, mentre il mondo va avanti e non si ferma ad aspettare nessuno, tristemente conscia della ripetitività della mia vita, mi domando come faccio a riportare l'ago della bilancia a favore dei miei sogni, mentre la routine rischia di fagocitarmi di nuovo. Voi come fate?

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