Thursday, 7 February 2008

In questi giorni, non c'è un collega in ufficio che non si fermi alla mia scrivania per fare quattro chiacchiere.
Ormai conosco il loro modus operandi.
(musica di Quark)
Il developer si avvicina cauto alla scrivania, facendo finta di osservare qualcosa sul telefonino. Saluta, recupera un biscotto, mi chiede come va la vita e come va il lavoro, addenta il biscotto e, mentre mi racconta come vanno le cose a lui, afferra il secondo biscotto. E anche il terzo, crepi l'avarizia!
Dopo qualche altra domanda, un sorriso malizioso gli compare sul viso quando mi informa che ha letto sulla BBC che in Italia si andrà a votare a breve e mi chiede delucidazioni sulla politica italiani.

(fine musica di Quark)
A questo punto, io vorrei dirgli di guardarsi in casa propria, dove Gordon Brown ha fatto precipitare il paese in uno stato di depressione collettiva e dove c'è uno scandalo un giorno sì e l'altro pure. Ma non lo faccio, primo perché non sarebbe molto carino da parte mia, e secondo perché mi rendo conto che sono facezie in confronto alla situazione politica italiana.
Abbozzo pure io un sorriso, mentre cerco un modo per tradurre in maniera educata ciò che penso di tutti i politicoidi italiani (che sembra abbiano deciso la data delle elezioni anticipate principalmente in base a quando sarebbe scattata la loro pensione da parlamentari, ah che senso civico!).
Il problema è che non c'è un modo carino per tradurlo, a parte quello più letterale possibile: la traduzione suscita la risata dello sviluppatore di turno che, abbrancato l'ultimo biscotto, saluta e se ne va.
Questo continuo andirivieni potrebbe iniziare a darmi fastidio a breve, ma cerco di vedere il lato positivo, ovverosia la mia sempre maggiore padronanza degli aggettivi e sostantivi non propriamente eleganti che posso abbinare a Mastella & Co.
Proprio quando iniziava a venirmi un leggero fremito nostalgico per Torino e per l'Italia, ci hanno pensato alcuni torinesi e italiani a farmi passare qualsiasi voglia di tornare.
Per la serie "continuiamo a farci del male", oggi mi sono letta un po' di articoli riguardanti le polemiche sul fatto che Israele sia il paese ospite della Fiera del Libro 2008 e le proposte di boicottaggio. Potrei scrivere tante, tante cose su questo... questo... ecco... questo...
In verità non so nemmeno io come definirlo! Sarà la stanchezza, ma se provo a concentrarmi e a cercare le parole giuste per commentare ciò che ha scritto Vattimo, l'unica cosa che mi viene in mente è la maledizione di Alex Drastico. Ve la ricordate? Quel pezzo in cui Alex augura a chi gli ha rubato il motorino "di farti sordo, muto, ma non per sempre, minchia! Che la voce ti venga sporadicamente e per pochi secondi nei quali tu spari delle cazzate immani!"
Sono anni che non vado più alla fiera del libro, credo che ai tempi si chiamasse ancora Salone: un po' per il prezzo del biglietto, un po' perché gli incontri che mi interessavano erano quasi sempre di venerdì o lunedì, negli ultimi anni mi sono sempre ritrovata la domenica sera a guardare il servizio del telegiornale regionale e rimandare all'anno successivo. Troppo commerciale, forse per questo ha cambiato nome.
Mi ci è voluto un po' per capire quale fosse il nodo del contendere, visto che per alcuni giorni non avevo più controllato i giornali italiani. Ho fatto una ricerca su vari quotidiani e blog per cercare di capirci qualcosa in più. Ovviamente, subito pronti ai nastri di partenza, da un lato chi boicotta e dall'altro chi firma l'appello. Ho letto alcuni articoli molto interessanti, altri che emanavano quell'inconfondibile odore di aria fritta che solo i boicottaggi e altre azioni retoriche sanno spandere tutto intorno.
La cosa che mi ha davvero infastidito è come la letteratura venga svilita da certe persone. I libri sono sempre stati le mie lenzuola annodate per evadere dalla mia prigione. Vedere la letteratura trattata come una pezza da piede, messa da parte per far spazio a discussioni pseudo-politiche, mi mette tanta tristezza. Forse la cosa più saggia sarebbe di riportare la nostra attenzione sul piano dei libri e degli scrittori, ma probabilmente questa idea verrebbe tacciata di scarsa responsabilità e impegno.
L'unica cosa che so è di non sapere: quando qualche anno fa, in Cina, ho avuto modo di conoscere sia ragazzi israeliani che palestinesi, ho capito di non sapere nulla, perché il conflitto israelo-palestinese è una questione complicata in cui tutti hanno un'uguale percentuale di colpevoli, vittime e responsabilità, e non si può capire del tutto a meno di viverci dentro. La ragione sta in mezzo e non posso che sperare che uomini di buona volontà da entrambi i lati tentino di raggiungerla. Chiamatemi idealista oppure chiamatemi stupida (a volte le due definizioni coincidono), ma amo credere che un buon libro, scelto in libertà, possa dare una mano a qualche uomo di buona volontà (e non) ad abbattere molti degli ostacoli che separano le varie parti.

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