Thursday, 27 March 2008

Joy, Ian e del non avere miti

Ai Joy Division non ci sono arrivata subito, seguendo il filo diretto e logico dei New Order. L'ho scoperto solo più tardi che erano collegati.
Un giorno, alle superiori, mi capitò fra le mani una cassetta, vecchia, lercia, prossima a un'ingloriosa sbobinatura. Non so chi me l'avesse passata, forse non l'avevano nemmeno prestata a me, forse era di Adri. Non ricordo. Ricordo che era nera e che, dato che per qualche motivo ero convinta fosse una cassetta dei Cure, mi aspettavo di sentire la voce di Robert Smith uscire dalle casse da un momento all'altro.
Invece dalle casse usci la voce di Ian Curtis: "
Confusion in her eyes that says it all. She's lost control
".
Wow. Fermate il mondo. Chi sono? Di sicuro non sono i Take That!
Ma non sono nemmeno i Nirvana.
Non so perché, ma l'idea di ascoltare cose che i miei compagni di classe non ascoltavano mi faceva stare meglio: per quanto una parte di me volesse assimilarsi a loro, al loro modo di essere, grunge o pop poco importava, un'altra parte si rifiutava categoricamente di sottostare a questo desiderio e mi faceva fuggire lontano. E amavo leggere la confusione negli occhi dei miei compagni di classe. "Dos" (come amavo chiamarmi alle spalle, ho scoperto anni più tardi, perché se avevano bisogno di compiti o cose simili erano tutto miele e tenerezza) ascoltava di tutto un po' e solo ora capisco che questo è evidentemente un concetto difficile da digerire per un adolescente. Non che gli adulti scherzino.
Scoprire chi fossero i Joy Division si rivelò un'impresa ardua: la guerra fredda con quella scorbutica, orgogliosa e lunatica specie di enciclopedia musicale che è mio padre era in pieno sviluppo e, in quanto degna erede della sua cocciutaggine, mai avrei fatto il primo passo. Sembra incredibile, ma è davvero esistito un tempo senza internet, senza wikipedia e google pronte a rifocillarci con tutte le informazioni e curiosità di cui possiamo essere affamati. C'è stato un tempo in cui per scoprire che chi cantava quella canzone erano i Joy Division, ho dovuto brigare non poco.
E' tramite google che ho scoperto che era in preparazione un film su Ian Curtis, "Control". Diretto da Anton Corbijn, non ho fatto in tempo a vederlo al cinema ma ieri sera l'ho finalmente visto in dvd. Girato in bianco e nero (e in effetti, non riesco a ricordarmi di nessuna foto dei Joy Division a colori), parla della vita di Ian Curtis dal 1973 al 1980: è un film commovente e recitato molto bene. E' la storia di un uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti, del suo carattere e della sua personalità. Il pregio più grande del film sta proprio nel non essere un film su "Ian Curtis - il mito - il frontman suicida dei Joy Division", ma un film su Ian, una persona nelle sue mille sfaccettature.

Stasera per rimanere in tema musicale, ho visto "The future is unwritten" su Joe Strummer. A differenza di "Control", Julian Temple ha realizzato un documentario: amici, celebri o meno, riuniti intorno a un falò che ricordano la vita di Joe Strummer. Anche qui niente mito, solo l'uomo, con i suoi pregi, i suoi dolori, i suoi difetti.

Due bei film per due sere di seguito, due film su due "miti" della musica. Vabbè. I miti non mi piacciono. Secondo me, quando mettiamo qualcuno su un piedistallo è perché, inconsciamente o meno, vogliamo vederlo cadere, vogliamo trovare conferma del nostro valore nella sua caduta. Quando un mito ripiomba fra i comuni mortali, ci si sente meglio. I morti sono i miti migliori, dato che non hanno possibilità di rialzarsi. Come tutti, anche io sono tentata dai miti: niente di più facile che creare un mito e pregustare la delusione che sappiamo ci darà. Eppure i miti mi mettono a disagio: non riesco a provare del tutto il coinvolgimento necessario per parlare dei miti come ci si aspetta, mi manca l'entusiasmo e il trasporto e appaio fredda. Forse è perché i miti sono troppo estremi per me. Per molti versi, sono un'ossessivo-compulsiva quando si tratta di cose o persone che mi piacciono: la passione per Jane Austen, i film di Gene Kelly, Fabrizio De André e i Clash, tanto per citare alcuni esempi a volte prende una piega decisamente totalizzante e posso passare settimane, se non mesi interi con una parte del mio cervello costantemente accesa e concentrata su questi argomenti, in una spirale apparentemente senza fine. Arrivo però sempre a un limite oltre il quale non riesco a spingermi. Non riesco a provare un sentimento così unico, puro come quello che ho percepito in tante persone accanto a me: per alcuni, un tipo di musica può diventare una religione e un cantante il nuovo messia. Sarà che sono atea, sarà che sono cresciuta in una famiglia di atei e agnostici, ma i miti fanno scattare nel mio cervello gli stessi campanelli d'allarme che suonano quando i capi religiosi parlano. Se ascolti un solo tipo di musica, leggi un solo tipo di libri o guardi un solo genere di film, ti tagli le ali da solo e quando poi cerchi di spiccare il volo, beh, più che spiaccicarti sul marciapiedi non puoi fare. Ma forse tutte queste idee sono dettate anche dall'invidia, perché anche a me piacerebbe un piedistallo traballante a cui guardare ogni tanto per rincuorarmi.
Ian Curtis e Joe Strummer hanno sempre avuto personalità e caratteri complicati, un carisma di cui è difficile non subire il fascino. I Clash hanno plasmato una larga fetta della mia vita: tramite le loro canzoni ho scoperto libri, musiche e mondi nuovi. Ogni giro di basso di Paul Simonon ampliava la mia visione del mondo e oggi non sarei quella che sono non avessi mai ascoltato "Lost in the supermarket". Ma miti non lo sono mai diventati, sono dei compagni di viaggio, e non vorrei mai diventassero qualcosa di più.

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