Tuesday, 18 March 2008

Le vite degli altri

7 del mattino di molte lune fa: abitavo ancora in Borgo Vittoria e tutte le mattine ero lì, in piedi, alla fermata di Via Breglio del 10. Cercavo sempre di infilarmi verso il fondo, il più delle volte in piedi, visto che fra studenti, impiegati e commesse, posti a sedere non ce n'erano molti.
Premevo il tasto play del walkman e aprivo il romanzo di turno: non so bene il motivo, ma mi è sempre sembrato che Tolstoj fosse più bello se accompagnato dalla voce di Fabrizio De André o dal basso di Paul Simonon.
Certe mattine però, quando la cartella mi spingeva verso il basso, Tolstoj rimaneva a casa e a me non restava che guardare le persone intorno a me. All'inizio era solo un modo per combattere la noia del traffico, in un tempo in cui i giornali gratuiti e il sudoku non erano ancora arrivati dalle nostre parti.
Con il tempo mi sono affezionata a questo piccolo hobby: anche se non sono mai stata un granché a capire le persone al primo sguardo, ciò non toglie che non c'è nulla che mi piaccia tanto quanto perdermi nel mio piccolo mondo di storie inventate e cucite addosso a ignari pendolari. Studenti e commesse, impiegati e muratori. Sguardi spenti, sbadigli mal celati, occhi in tempesta, visi tesi, apatia e curiosita' tutto intorno a me.
Avessi vinto la mia timidezza, allora non mi sarei fatta problemi a iniziare a fare domande: chi siete? Cosa fate? Amate? Siete amati? Siete felici? O almeno contenti?
Raccontatemi una storia, raccontatemi la vostra storia.
Non sono mai stata particolarmente coraggiosa però, così le domande sono sempre morte in gola e tutte le facce che mi sono passate accanto sono rimaste un piccolo campionario che sembrava essere lì apposta per me, perché io potessi dare libero sfogo alla mia fantasia e creare delle storie. Un campionario che ha continuato, nel corso degli anni, a crescere ed espandersi.

Oggi, sul treno, accanto a me c'era Ruby. Ora, non so se si chiami Ruby per davvero, ma ho deciso così la prima volta che l'ho vista e non vedo chi possa darmi torto: Ruby non potrebbe chiamarsi in altro modo, visto che ha i capelli rossi; lunghi e ondulati capelli rosso mogano, tenuti legati da un elastico rosso. Ricadono su un cappotto rosso che fa pendant con lo zaino rosso e le scarpe da ginnastica, rosse pure loro. Come rosse erano le crocks che indossava quest'estate. Forse è sbucata da un catalogo della Pantone, ma in mezzo a un mare di pendolari vestiti in tonalità che variano dal grigio smog al grigio fumo di Londra, Ruby risalta, non si può non notare. Ruby prende il treno tutti i giorni con me. Andata e ritorno, cinque giorni a settimana, per novi mesi è salita e scesa dal treno alle mie stesse fermate. Ce ne sarebbe da scrivere un romanzo, solo che non mi riesce. Ruby la rossa si sta dimostrando un discreto muro di dubbi e quesiti irrisolti. Non riesco a decidere nella mia testa che vita disegnarli addosso, perché nonostante il colore così allegro e caldo, Ruby è chiusa e fredda. Non traspare nessuna emozione dal suo viso, nemmeno un po' di fastidio perché dall'altra parte del vagone c'è la solita ragazza con l'iPod alle orecchie che continua ad osservarla.

Posso invece, raccontare molto di più su Simon: Simon scende dal treno che prendo per andare al lavoro, scende sempre dallo stesso vagone, e non riesco a incrociare lo sguardo per più di 5 secondi ogni mattina. Quei cinque secondi sono però stati sufficienti per decidere che Simon, il cui vero nome probabilmente non è Simon, è un immigrato irlandese che lavora come elettricista. Nella borsa di plastica della Tesco o di Sainsburys c'è un panino, della frutta e un sacchetto di patatine. A volte, se la sera prima è avanzato qualcosa, può succedere che sua moglie Laura gli prepari un po' di roastbeef con patate arrosto da portare al lavoro. Vivono a Clapham da sempre, da prima che diventasse un posto da fighetti e pendolari. Hanno due figli, sono una famiglia unita.

La stessa cosa non si può dire della famiglia di Annie, che sale a Walton-on-Thames, e ha sempre uno sguardo triste e dimesso. Si sente sola, i figli ormai hanno le loro vite e non chiamano neppure così spesso. Il marito, beh, per il marito è come se lei fosse trasparente. Ogni mattina Annie si alza, si prepara, prende il treno e pensa con terrore alla pensione che si avvicina sempre di più, perché non sa chi potrà tenerle compagnia nel momento in cui smetterà di andare al lavoro.

Jane invece questi problemi non se li pone: è felice, ha un lavoro nuovo e un appuntamento con Andrew, quel ragazzo che ha conosciuto la scorsa settimana alla festa di compleanno di Marla. Beve il suo caffè e pensa che sì, la vita è bella.

Perché questo post inconcludente? Perché stasera, leggendo un messaggio di un signore del mattino che non conosco di persona, ho pensato a tutte le persone che mi stanno accanto e che non conosco: mi è sembrato che se non avessi dedicato a queste persone anche una sola riga, sarebbero prima o poi scomparse dalla mia memoria.
Nono so dove mi porterà la vita nei prossimi mesi o anni, ma queste poche righe mi faranno sempre ripensare a Ruby. E agli altri.

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