Saturday, 1 March 2008

Pendolari del sofà

Circa un mese fa sono entrata nella biblioteca di Surbiton in fretta e furia: cinque minuti alla chiusura, e dovevo restituire i libri in scadenza e possibilmente trovare qualcosa da leggere sul mio pendolarisssimo treno il mattino dopo.
Ovviamente, il limitato numero di minuti a mia disposizione per scegliere hanno mandato in corto circuito il mio sistema monosinaptico. Non mi veniva in mente nulla: non un titolo, non un autore, nulla che mi fossi ripromessa di prendere in prestito.
Mentre camminavo veloce fra gli scaffali, l'occhio è caduto su un libro nella sezione "appena arrivati": il titolo in un carattere che ricorda molto una bibita, tutto intorno piccole figure che ricordano un videogioco anni Ottanta. Ho deciso di tentare, afferrato il libro e sono andata veloce al bancone, dove la bibliotecaria mi aspettava con uno sguardo un po' risentito.
Uscita dalla biblioteca, sono tornata a casa e mentre la pasta cuoceva ho preso il libro dalla borsa e controllato il titolo. E l'autore.
A quanto pare avevo appena preso "Then we came to the end" di Joshua Ferris.
Ambientato in un'agenzia pubblicitaria di Chicago in profonda crisi, segue le vicende dei vari impiegati, che giostrano le grandi tragedie della vita e le piccole stupidaggini del lavoro di tutti i giorni, mentre la paranoia su chi verrà licenziato aumenta ogni giorno di più. Probabilmente non un capolavoro, ma una buona opera prima. E' un romanzo crudele ma sincero, divertente ma anche malinconico. Il modo onesto, a volte brutale, con cui descrive le dinamiche che animano la vita di un ufficio, toccano certe corde dell'animo: tanti, troppi punti in comune con la mia quotidianità, con gli uffici in cui ho "vissuto", non potevo che esserne affascinata.
Due settimane fa, ho scoperto per puro caso che Joshua Ferris avrebbe partecipato al London Word Festival. Ovviamente non potevo lasciarmi sfuggire l'occiasione, quindi ho deciso di prendere un biglietto e giovedì sera, insieme a Benedetta, ho attraversato tutta Londra, fino al Bardens Boudoir di Stoke Newington per il reading, con veloce ma gustosa tappa intermedia per un kebab e coca cola, necessari per evitare i morsi della fame e aumentare il livello di caffeina.
Oltre a Joshua Ferris, al reading hanno partecipato altri 2 giovani scrittori: Richard Milward ha letto due brani tratti dal suo libro "Apples", ma non mi ha entusiasmato per nulla, troppo furbetto; Joe Dunthorn ha letto il primo capitolo di "Submarine", che andrò a prendere in biblioteca il prossimo lunedì, perché si è rivelata una piacevole e divertente sorpresa.

E' stata una serata interessante, a tratti pure divertente, specie quando Joe Dunthorn ha letto e Joshua Ferris ha risposto alle domande. Ha un senso dell'umorismo molto asciutto e sarcastico, ed sono rimasta sorpresa dalla sua capacità di rispondere ad alcune delle domande più stupide che io abbia mai dovuto sentire, di quelle talmente stupide che non puoi fare a meno di vergognarti al posto di chi l'ha poste.
Nel complesso però, sono tornata a casa con una fastidiosa impressione di non-appartenenza. Appena ci siamo sedute (dopo aver recuperato una pinta di sidro a testa: faceva caldo nel locale e dovevamo combattere la perdita di liquidi), mi sono guardata intorno e il pensiero che mi è balenato immediatamente in testa è stato: "Che ci faccio qua? Questo non è il mio mondo".
La sensazione di estraneità si è trasformata in profondo fastidio quando il presentatore ha avuto la sfortunata idea di dire che anche lui capisce il problema dei pendolari, perché, in quanto freelance, ogni mattina lui fa il pendolare dal letto al sofà. Normalmente avrei sorriso, pensando che per uno che fa il freelance in campo letterario, c'è da aspettarsi battute un po' più divertenti, o quantomeno interessanti. Ma ero stanca e avevo finito il sidro, quindi l'ho presa come un'aperta presa per i fondelli.
Non era una questione d'età o nazionalità, era la sensazione di vivere in due mondi paralleli destinati a non incontrarsi: per un romanzo è ambientato in un ufficio, mi sarei aspettata che, alla domanda "chi di voi lavora in un ufficio?", si alzassero più mani. D'altro canto, a guardare il livello di rilassatezza delle persone intorno e come parlassero di tirare mattino per andare a fare colazione in questo nuovo fantastico cafè, era facile capire come la loro tranquillità fosse foraggiata da mamma e papà ed evidentemente qualunque lavoro svolgano, non li obbliga a presentarsi in ufficio entro le 9 e mezzo di mattina.
Queste domande hanno continuato a fare capolino fra i miei pensieri, mentre prendevo il treno per tornare a casa. Il problema alla fine ha proprio a che fare con l'appartenere o meno a qualche mondo. A Torino mi capitava di sentirmi un pesce fuor d'acqua, ma la frequenza è aumentata da quando mi sono trasferita qua a Londra: sarà perché ci sono più possibilità di incontrare persone differenti ed è più difficile trovare persone con punti in comune? Il più delle volte è una sensazione positiva, quasi esilarante: sento di imparare qualcosa di nuovo anche solo guardando le persone intorno a me, mi sembra davvero di vivere con un orizzonte davvero infinito davanti a me.
Giovedì sera, però, per la prima volta in molti mesi, sono tornata a casa con l'idea che le persone intorno a me non avessero fatto altro che limitare i miei orizzonti e non mi avessero lasciato nulla in cambio.

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