Friday, 21 March 2008

Shine

Ci sono giorni che iniziano bene e sembrano non poter che proseguire altrimenti.
Il sole che splende, l'aria frizzante, finalmente la luce è uscita dall'antro in cui si era nascosta per tutto l'inverno.
E' l'ultimo giorno di lavoro, sei alle porte di un lunghissimo ponte pasquale, ben cinque giorni di strameritato riposo.
Nulla va storto in ufficio, nessuno scocciatore, nessun lavoro extra dell'ultimo minuto, il caffè al deli-bar è quasi bevibile e la cosa ti fa metaforicamente urlare al miracolo.
Il bus è puntuale, e così non perdi nemmeno il treno e in men che non si dica, sei in ferie. Sei libera.
Cosa può andare storto? Tutto.
Forse gli uomini non sono stati creati per assaporare la perfezione. La possono sfiorare, ci si possono avvicinare, ma non toccarla per davvero, goderne nel suo stadio più puro. Quando ti avvicini troppo, un po' come Icaro con il sole, non puoi che precipitare giù, verso il basso.
Così il tuo giorno perfetto si trasforma in incubo. Torni a casa e ti accorgi che qualcosa non va, ma non sai nemmeno tu così sia. Il nervosismo non ti abbandona, e un'incomprensibile tristezza ti scava il cuore, come l'acqua di un torrente che mangia le rocce.
Prima di rendertene del tutto conto, non hai più controllo delle tue emozioni ed azioni. Provi a resistere, ma è una battaglia persa quella di questa sera non più perfetta. Hai perso, hai perso mentre da sola (da sola, dico io!) fai fuori un quarto di torta e metà di quello che è contenuto nel tuo frigo, per cosa poi? Per finire con il cuore che batte a mille, lo stomaco che sembra voler esplodere, la nausea e la faccia gonfia.
E, peggio di qualsiasi sintomo fisico, la vergogna e la disperazione che ormai sono diventati una seconda pelle. Vorresti scomparissero, ma già sai che rimarranno lì, a farti compagnia, per tutta la serata e oltre.
Mentre guardi la tazza del cesso, chiedendoti sarcasticamente se è un bene o un male non riuscire più a provocarsi il vomito come una volta (il proverbiale "si stava meglio quando si stava peggio", e se non fossi così disperata, probabilmente rideresti della tua battuta), lo sconforto è talmente opprimente che ti priva della forza di fare qualsiasi cosa: incazzarti, reagire, piangere, qualsiasi reazione è bloccata.
"Binge".
Per le tue orecchie, non è una parola: è un rumore sordo, un tonfo che rimbomba. Qualcosa di cui non dovresti parlare, perché non è argomento da conversazione, perché certa gente potrebbe sentirsi in imbarazzo, altra potrebbe essere semplicemente indifferente, perché i suoi problemi sono comunque più gravi. Alcuni poi si arrabbierebbero per la tua "scelta": di tutti i disturbi dell'alimentazione, proprio quello che non ha una traduzione soddisfacente in italiano dovevi andare a scegliere? Forse dovresti scusarti per l'intoppo o sollecitare una soluzione da parte dell'Accademia della Crusca. In più, tutti ti vedono "così bene", vorrai mica deluderli?
Rimandi a più tardi, perché ormai sai che non puoi farti travolgere dai sensi di colpa e dal torpore che arrivano sempre puntuali dopo un attacco.
Devi ricominciare, continuare, perché non puoi fermarti: vai veloce o le paure ti raggiungeranno! Dover fare qualcosa non lo rende però per nulla più facile e, quando il mattino dopo suona la sveglia, la voglia di alzarti è pressoché inesistente e il morale sotto le scarpe. Perché mai, dopo una sera come quella che hai appena passato, qualcosa dovrebbe andare bene? C'è un motivo particolare per decidere di districarsi fuori dal caos delle lenzuola. Non sarebbe preferibile un lungo letargo, da qui all'eternità, o almeno fino a quando le cose non saranno migliorate un po'.
Alla fine ti alzi e forse, sperando che l'aver vinto, seppur momentaneamente, inedia e apatia ti darà una mano durante la giornata. Il più delle volte non è così, perché la vita reale non è una fiaba, ma forse oggi il destino ha scelto di ricompensarti per il brutto scherzo che ti ha giocato ieri.
Decidi all'ultimo minuto di andare prima del dovuto a Londra per vedere la mostra dedicata ad Alexander Rodchenko e già ti sembra di sentirti meglio. In stazione un tipico squalo della city ti regala la sua travelcard giusto un secondo prima che tu ne compri una nuova alla macchinetta e il gesto ti fa sentire euforica e felice, più per il tipo di persona che l'ha compiuto che per il risparmio monetario.
La mostra su Rodchenko è fantastica, strepitosa, passi più di due ore a bearti gli occhi e l'anima con foto stupende, sempre più convinta che sì, era un genio senza alcun dubbio e che dovresti ritornare alla Tate Modern a riguardare la sezione dedicata all'avanguardia sovietica.
Già questo ti fa sentire meglio, ma sai che non è ancora finita e che stavolta finirà bene. Non è solo una sensazione, è una certezza; perché sei venuta a Londra per un motivo speciale, perché in borsa hai un biglietto d'ingresso per l'Hammersmith Apollo. E mentre prendi la metro senti farsi strada dentro di te la pace: non la combatti, hai deciso, ti sei convinta, anche se solo per qualche ora, di meritarti tutto il bene che il mondo può offrirti.
Sai che andrà tutto bene quando alle 9 di sera David Gray inizia a suonare e tu sei lì in prima fila che canti. Sei in prima fila perché una coppia ti ha visto che allungavi il collo e ti ha fatto spazio per appoggiarti alla barriera.
"Dry your eyes. We're gonna go where we can shine"
Gli occhi sono asciutti ora e ti senti brillare.
Torni a casa dal concerto e ti sembra di metterci un attimo: la metro e il treno sembrano essersi messi d'accordo epr non farti perdere nemmeno un secondo. Piove, ma smette giusto per il tempo di farti tornare a casa: entri in cucina, accendi il portatile e scrivi un post del blog di getto, senza pensarci troppo. Solo alla fine ti accorgi che è tutto in seconda persona. Che fai?
Metti a bollire dell'acqua, perché l'acqua bollita fa tanto bene, almeno a sentire i medici cinesi, che te la prescrivevano per qualsiasi malanno lamentassi.
Ascolti un po' di musica e scarichi le fotografie dal cellulare, mentre rimugini e cerchi di arrivare a una decisione. Fai una scelta.

Scelgo di lasciare il post così com'è: sconclusionato, sgrammaticato e con seri problemi di sdoppiamento.

E catartico: per la prima volta in tanti anni, non ho paura. Sotto il palco, ascoltando David Gray attaccare con "Babylon" due ore di emozioni e poesia, ho sentito di potercela fare, ma ho anche capito che non posso più nascondermi e nascondere certe cose. Ma ho anche capito di non poter cambiare da una sera all'altra: rimango la solita vecchia zia, con pregi e difetti, più brava a scrivere e parlare. Quindi non prendetevela se leggendo queste righe, vi sembra ingiusto che io non vi abbia detto certe cose a voce. Sapete che non ci sarei riuscita, le parole sarebbero morte in gola. Forse un giorno troverò il modo per dirle e non saranno meno oneste di quelle che avete appena finito di leggere sul vostro monitor.

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