Friday, 4 April 2008

Evitando le buche più dure

C’è qualcosa che mi ha sempre stregato in momenti come quello che sto vivendo ora: so che mi immaginate seduta nella cucina di casa, nella tranquilla Surbiton, intenta a controllare che nessun errore ortografico o grammaticale sia sfuggito dalla tastiera, ma non è così; in questo preciso istante sono seduta su una poltroncina dell’aeroporto di Oulu, probabilmente uno degli aeroporti in lizza per il premio “aeroporto più tranquillo della storia dell’aviazione”. Guardando fuori le sue enormi vetrate sembra di trovarsi nel deserto dei Tartari: un enorme distesa di nulla, intervallato da un nulla più "verde" di betulle, dove non succede nulla di nulla.
Non sto scrivendo sul portatile ma sto usando una bic nera, che traccia stanghette e cerchi sulle pagine di un quaderno regalatomi da Francesca.
Viaggiare è una delle cose che mi piace di più; per lavoro o per turismo, l’idea di prendere una valigia, riempirla con una parte della mia vita per andare incontro a una parte nuova, ha sempre avuto un forte fascino su di me. Sin da piccola, ogni volta che riempio una valigia mi salgono agli occhi due lacrimucce. "
Ch'it ses fòla
", come mi avrebbe potuto dire mio nonno
.
Il più delle volte ricaccio indietro le lacrime, dandomi mentalmente della stupida. Altre volte rimangono lì, ad asciugarsi da sole, mentre rido di me stessa. Colpa della malinconia: ce n’è sempre un po’ a farmi compagnia quando si tratta di partire. Finisco sempre per essere più indulgente del solito quando lascio qualcosa (o qualcuno) alle spalle: me ne sto andando via e una dolce tristezza mi offusca la vista, così non vedo più in maniera chiara tutti i lati negativi che fino a pochi minuti prima mi infastidivano in un luogo o in una situazione, e che certamente mi ricorderò una volta arrivata a destinazione
Il mio mezzo di trasporto preferito è il treno, nonostante tutto l’impegno che le Ferrovie Italiane hanno profuso nel corso degli anni per farmelo odiare. L’aereo è il secondo. Quello che mi piace è la comodità. Non necessariamente comodità intesa come poltrone confortevoli, cuccette riscaldate o cibo decente, anche perché basta un volo intercontinentale in economy con la Lufthansa o un viaggio notturno verso lo Shanxi su un treno regionale cinese per rivalutare il concetto di “comodità” da una nuova prospettiva. No, quello che amo è la loro comodità mentale: non devo fare nulla sul treno o sull’aereo, solo affidarmi completamente al guidatore o al pilota, sperando sappiano il fatto loro in situazioni d’emergenza, e poi tutto il tempo del viaggio è per me e soltanto per me. Sono completamente libera di scegliere cosa fare: ascoltare musica, chiacchierare con il vicino, leggere, scrivere, unire i puntini sulla Settimana Enigmistica, dormire, bere succo di pomodoro (un giorno scoprirò perché bevo succo di pomodoro solo in volo, ma non credo che quel giorno sia oggi), o non fare nulla, guardare fuori dal finestrino e lasciare i miei pensieri liberi di pascolare per il cervello.
E’ come se una volta entrata in aeroporto, spegnessi un enorme interruttore dentro la scatola cranica e smettessi di pensare come mio solito; allo stesso tempo i miei pensieri sono più liberi, meno condizionati dai doveri che ho quando non viaggio.
“Mi spiace, ma non posso pensare al lavoro, sono in viaggio”
“So che dovrei trovare una situazione, ma per le prossime 5 ore ho le mani completamente legate, perché sono in volo”.


Stacco il cervello per non riflettere su nulla, e allo stesso tempo le mie idee sono molto più reattive e libere.
Quando devo andare in qualche luogo, seguo sempre lo stesso ordine: se è vicino ci vado in treno, se è lontano in aereo, se è lontano ma non raggiungibile né in aereo né in treno, controllo i traghetti e solo all’ultimo ripiego sulla macchina. Nonostante tutti i problemi e ritardi che ci sono, mi sforzo di rimanere fedele alla mia piccola lista di scelte.
Nel corso degli ultimi anni, aeroporti e compagnie aeree hanno fatto di tutto per rendere i viaggi aerei più macchinosi, forse per giustificare uno dei tanti aumenti di prezzo dei biglietti. I controlli di sicurezza hanno raggiunto livelli di paranoia così elevati e complicati, che, quasi senza accorgersene siamo tutti influenzati dal sospetto e dalla paura che respiriamo, il che rende tetro un posto altrimenti molto luminoso. Ma nessuna nuova misura, caos agli imbarchi o problema con i bagagli può farmi amare di meno l’attesa al terminal, ovverosia la mia parte preferita dei viaggi aerei.
La sala d’attesa degli aeroporti è uno dei luoghi più affascinanti che conosca. So che esistono posti molto più belli, più poetici: questa poltroncina poco può rispetto alla sensazione che si prova sulla Grande Muraglia dopo essersi inerpicati su fino in cima, o l'emozione di un tramonto accanto a una persona che si ama.
Ma l’aria dell’aeroporto, così calma e frenetica allo stesso tempo, tocca le corde giuste del mio cuore.
L’aeroporto è come una sezione di un formicaio, dove si possono vedere tutte le formichine, con i loro ruoli diversi, all’opera.
L’aroma di caffè e cannella, mischiato a quello dei profumi in vendita al duty free e a quello di valigie nuove di fabbrica rende l’aria densa e pesante. Sarà per questo che la gente ha sempre la faccia un po’ addormentata in aeroporto?
Mi piace osservare l’umanità che mi cammina o corre accanto, dormicchia su sedie sempre troppo tristi e scomode, beve caffè imbevibili per combattere l’astinenza da nicotina. Ci sono gli uomini d’affari tutti uguali eppure così facilmente distinguibili fra di loro da piccoli particolari (camicie collo alto e cravatte dai colori sgargianti per i neo-cumenta milanesi, occhiali super tecnologici e calzini bianchi per i tedeschi, blackberry e maniche corte sempre e comunque per gli inglesi); ci sono i creativi, grafici e designer, tutti impegnati a sembrare degli straccioni con addosso capi da boutique; ci sono le famigliole che tornano dalle ferie, normalmente con qualche souvenir che stona nella visione totale del terminal, come strani cappelli in paglia, sculture in legno, ventagli o aquiloni. Ci sono i ragazzi in viaggio studio o i saccopelisti, che parlano solo ad alta voce e sembrano pronti a ridere per ogni minima cosa, ma che, come tutti gli altri, poco e male digeriscono i ritardi. Ci sono i nonni in viaggio per andare a trovare i nipoti magari appena nati, forse la mia categoria preferita in assoluto: la maggior parte è sorridente e pronta ad attaccare bottone. Uomini, donne, bambini, viaggiatori seriali, hostess e piloti: migliaia e migliaia di vite ogni giorno popolano e danno vita agli aeroporti, scorrono via senza incrociarsi mai, ma a volte si sfiorano, anche per una sola frazione di secondo.
Quando sono in aeroporto osservare gli altri rimane il mio passatempo preferito, seguito subito dopo dallo scrivere, e da una combinazione dei due. Lettere, pagine di diario, post per il blog, non scrivere sarebbe un tale spreco! Inizio a scrivere e come mi succede spesso non so di cosa scriverò, ma so anche che non sarà un problema, perché i profumi, i sapori, i volti delle persone intorno a me mi aiuteranno a dissipare la nebbia e le parole troveranno la via più giusta per loro per passare dal mio cuore alla punta della mia penna. Una strana frenesia si impadronisce di me e della mia mano: ho paura che la mia mano sarà vittima di spasmi orrendi se non scrivo qualcosa, qualsiasi cosa!
A volte mi sembra che non esistano parola per riuscire a esprimere appieno tutte le cose che provo nel mio cuore, mi sembra di essere nata con qualche limitazione neurologica: tutte queste idee e tutti questi pensieri, imprigionati nel cervello che però non posso, non riesco esprimere. Ogni volta che cerco le parole giuste, mi sembra che tutte abbiano disertato: i pensieri non evaporano, non scompaiono, sono qui, chiusi nella mia testa, ma non riescono a uscire e mi sembra a volte che l'aeroporto chiarisca alcune delle idee e serva ad aprire qualche porta in più per far uscire le mie idee. Che siano poi comprensibili è tutto un altro paio di maniche.
Un po' come questo post, che una volta copiato sul computer e riletto due volte di seguito, non mi sembra sia del tutto sensato. Un po' come chi l'ha scritto, d'altro canto.

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