Thursday, 1 May 2008

Sole, tè e tutto ciò che cambia in me

Lucertole. A vivere in questo paese si diventa tutti un po' lucertolone. Neanche avessimo pure noi il sangue freddo dei nostri cugini rettili, al minimo accenno di bel tempo l'isolano medio si piazza al sole.
Via la giacca! Via la sciarpa!
Dove ho messo i sandali?
Fuori, all'aperto! Al sole!
I tavolini dei dehors dei caffè e dei pub strabordano di persone immobili come pannelli solari: si fa scorta di luce e di calore, perché non si sa mai che previsioni meteo ci aspettano per il mattino dopo una volta tornati a casa.
A Torino non ho mai sentito il bisogno di uscire solo perché fuori un pallido raggio di sole aveva fatto capolino fra le nubi. Quante volte ho preferito rimanere a casa, piuttosto di inforcare gli occhiali da sole e uscire? Non credo valga la pena anche solo tentare di approssimare il totale.
Quante volte mi è capitato invece negli ultimi undici mesi? Mi bastano e avanzano le dita di una sola mano. Appena c'è un minimo accenno di bel tempo, qualsiasi eventuale piano che non prevedeva lo stare all'aria aperta viene immediatamente rivoluzionato.
E' solo uno dei piccoli cambiamenti che mi sono capitati negli ultimi mesi. Almeno a me sembrava piccolo. Mia mamma, in visita nelle scorse settimane (un tour de force di cui magari ne parliamo quando mi sono ripresa), si è stupita che non mi fossi ancora presa una bronco-polmonite: un pomeriggio eravamo sedute a un tavolino del Riverside Cafè, sul lungo Tamigi di Kingston, a guardare il tramonto e a bere un tè. Lei aveva un maglione con il collo alto, uno spolverino e il foulard a proteggere la gola. Sentivo che mi guardava di sottecchi: mentre soffiava sulla sua tazza di tè, io finivo di rimboccarmi le maniche del maglioncino di cotone.
Mi ha fatto notare che c'era vento e di sicuro non c'erano nemmeno 20 gradi. Al che io ho ingenuamente risposto: "Ma c'è il sole!"
E mi sono subito pentita. Non tanto per la risposta, quanto per il fatto che quel pomeriggio ero uscita senza macchina fotografica. L'avessi portata con me, ora potrei condividere l'espressione di mia madre in quel momento: un misto di sconcerto e stupore, gli occhi pronti a strabuzzare fuori dalle orbite e la certezza assoluta che sono i troppi tè con il latte ad avermi annebbiato la mente.
Già, il tè con il latte; un trauma gastronomico che apparentemente i miei genitori non riescono a superare, è il mio salvagente per tutte quelle occasioni in cui ho bisogno di caffeina, ma sono lontana dalla mia fedele napoletana. Una bustina di PG Tips e un goccio di latte, mmmh... esiste davvero un altro modo di berlo??? Limone? Scherziamo?
Ancora mi ricordo l'orrore di quando, a colazione con Alessia, in un bar del centro di Torino, lo scorso dicembre ho chiesto del latte per il tè e orrore e raccapriccio! Mi hanno dato un bricco di latte caldo! Eresia!
Lo sguardo stralunato dei miei più di una volta mi ha fatto capire che certe cose che per me sono parti ovvie della mia vita, non lo erano solo un anno fa: l'effetto lucertola, il latte nel tè, il passo da mezza maratona che acquisto appena metto piede a Londra, la dipendenza dalle previsioni meteo e lo scartabellare nei charity shop, non aprire l'ombrello se sta solo piovendo leggermente o diluviando (tanto finisco per farmi la doccia lo stesso)...
Credo sia il più bel regalo che Londra mi abbia fatto. Vivere in un paese straniero vuol dire adattarsi a molte cose, apprezzarne altre e rinnovare l'amore per vecchie abitudini. Trasferirmi lontano da casa per poi trincerarmi nella macchietta dell'italiana con mandolino e piatto fumante di spaghetti, ecco, sarebbe stato uno spreco. Anche se poi, il piatto fumante di spaghetti è sempre apprezzato, magari seguito da un buon bicchierino di San Simone. Però poi che male c'è se metto l'aceto sulle patatine del fish & chips?

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