Wednesday, 9 April 2008

Tibet, Cina e mind-mapping

La politica è di sicuro un argomento molto interessante, ma del quale non amo molto discutere. Ogni discussione di politica, interna o estera che sia, mi lascia soltanto la triste e amara sensazione di non averne cavato nulla, se non un mal di testa di notevoli dimensioni e un deciso aumento del livello di acidità e bile.
Se non bastassero le elezioni italiane a chiudermi lo stomaco per la nausea, in questi giorni si parla molto di Tibet. Aver studiato cinese e aver vissuto in Cina fa sì che quando se ne parla al lavoro, la gente, i colleghi si rivolgano a me come a una persona con delle opinioni e posizioni ben definite, pro e contro, bianco e nero chiari e delimitati. Al che, la mia risposta, "Well, it's a bit complicated: I'm not so sure I have a final opinion on the subject", li lascia confusi, se non delusi. La cosa capita spesso, quando si decide per la linea dell'onestà. E sono onesta quando dico che non so cosa pensare.
Mi piacerebbe potere avere un’opinione chiara e completa a riguardo del Tibet, come su molti altri argomenti. Invidio chi possiede tale sicurezza, chi ha una simile trasparenza di pensiero e riesce a esprimere il tutto con parole altrettanto chiare. Li invidio, perché mi sembra che io non riuscirò mai ad avere una simile sicurezza. Io ho solo un groviglio di idee , a volte in contraddizione fra di loro e i miei tentativi di mettere giù su carta i miei pensieri, per poter così trovare il bandolo della matassa non hanno mai avuto molto successo.
Qualche sera fa, ho deciso di concedermi un ulteriore tentativo; ho provato a mettere su carta i miei pensieri per cercare di capire se avevo un’opinione almeno parziale a riguardo.
Il risultato è qua sotto:


Ora, potrei passare le prossime righe a spiegarvene il significato, anzi, penso proprio che lo farò, ma a meno non siate alla disperata ricerca di un rimedio contro l’insonnia, potete anche saltere le prossime righe fino alla fine della spiegazione.


-Inizio del blateramento-
Allora, da dove iniziare? Ci sono tanti elementi da tenere in conto quando si parla della questione tibetana. In primo luogo la storia. A sentire gli attivisti pro-Tibet, il Tibet era una landa di beatitudine e persone sorridenti, lo Shangrila, fino a quando i cinesi, comunisti e feroci, sono arrivati a portare il medioevo e la barbaria in Tibet. A dare ascolto ai cinesi invece, il Tibet è sempre stato considerato territorio cinese nel corso dei millenni e solo l'intervento dell'esercito popolare ha riportato pace e prosperita' a questa terra.
Dov'è la verita'? Da tutte e due le parti, perchè la storia è facilmente malleabile ed è facile far apparire un dato evento sotto più luci differenti fra di loro. 
Il Tibet governato dai dalai lama non era un paradiso in terra: forse abbiamo visto troppo "Kundun" e passato troppi anni in Tibet con Brad Pitt, o forse la storia tibetana non è uno degli argomenti di conversazione più quotati, ma una semplice ricerca su internet (restringendo il campo a siti apolitici) o un buon libro di storia sono più che sufficienti per scoprire un paese arretrato, asservito agli abati dei grandi monasteri, dove punizioni corporali pubbliche erano all'ordine del giorno, e la gente viveva asservita e in miseria. Quando i cinesi sono arrivati, poi non hanno di sicuro usato il guanto di velluto, nemmeno per nascondere il pugno di ferro, e nel corso degli anni i metodi non sono migliorati molto.
La cosa che mi lascia più perplessa nei manifestanti pro-Tibet è forse il loro slogan, "FREE TIBET": cosa intendono per "FREE"? Libero, da cosa e da chi? Lo trovo irritante perchè è generico e, perdonate il francesismo, paraculo. Dice e non dice.
Libero nel senso di indipendente? Nemmeno il Dalai Lama chiede più l'indipendenza del Tibet, bensì una più ampia forma di autonomia, credo che a lui possiamo concedere il beneficio del dubbio: considerando lui è stato quello costretto alla firma degli accordi con i cinesi sulla "pacifica liberazione del Tibet", probabilmente qualcosa in più di noi lo capisce. O forse va bene ascoltarlo solo quando rilascia interviste sui suoi libri, ma poi sulla politica tibetana no, tanto se non l'ascoltano i cinesi, perchè dovremmo ascoltarlo noi?
Allora libero come autonomo? Allora perchè non ci sono cartelli inneggianti a "FREE Xinjiang" accanto a quelli per il Tibet? Ah, sara' mica perchè da quelle parti sono musulmani e non monaci sorridenti, vero? 
Forse liberi nel senso più ampio e universale del termine: riconoscere il loro diritto alla liberta' di pensiero, opinione e religione. 
Ah. Ecco. Solo i tibetani? Le minoranze Miao e Mancesi, Naxi e Mongoli e tutte le altre, no? E la liberta' dei cinesi? 
Il che mi fa saltare di palo in frasca alla seconda considerazione: la Repubblica Popolare Cinese è una dittatura, non una democrazia. A guardare la storia cinese, dalle sue origini al '49, di democrazia non se ne è vista molta. Il termine stesso, 人民, è un prestito linguistico: venne "importato" dagli studenti cinesi che avevano studiato in Giappone. E' un concetto filosofico occidentale, ci appartiene e pur appartenendoci non abbiamo ancora finito di ragionare sul suo reale significato. Il pensiero filosofico cinese non contempla l'idea della "democrazia" e i cinesi di oggi non solo non hanno mai assaporato la democrazia, ma non ne hanno nemmeno una remota memoria storica; è un popolo enorme, un miliardo e passa di persone, la maggioranza delle quali vive in condizioni tremende nelle campagne, e che probabilmente ai discorsi sulla democrazia e i diritti  preferirebbero un miglioramento immediato delle condizioni di vita. Forse, dopo un primo assaggio di liberta' e democrazia, anche i contadini dello Hunan cambierebbero idee, ma ho il triste sospetto che questa sia un'idea che solo chi ha sempre avuto lo stomaco pieno può concepire.
L'idea di boicottare i Giochi per convincere la Cina ad allargare le sue vedute su democrazia e diritti civili mi pare ingenua e anche un po' ipocrita. Ancora non capisco poi perché nessun giornalista, opinionista o attivista si limiti al boicottaggio delle Olimpiadi, e non della Cina e dei suoi prodotti. Le nostre economie sono troppo collegate da poter fare a meno una delle altre, anche se forse la bilancia pende più a favore dei cinesi. Alzate gli occhi dallo schermo del computer e guardatevi attorno: è probabile che il 70% delle cose che avete in casa, dalla televisione agli occhiali passando per i vestiti e la macchina fotografica, sono prodotte in Cina. Come lo schermo su cui state leggendomi in questo momento. Riusciremmo a vivere senza tutto questo? Non solo durante il boicottaggio, ma anche dopo un eventuale successo del boicottaggio: una democrazia non può certo accettare che i propri cittadini si trovino a lavorare in condizioni come quelle del 95% delle fabbriche cinesi, e allora chi produrrà a un dollaro le cose che noi paghiamo quaranta dollari? Chi assicurerà lo stesso margine di guadagno?
Che fare allora? Li invadiamo e portiamo loro la democrazia? Per quanto pratica comune fra le nostre civili democrazie occidentali, credo sia applicabile solo a paesi con un sistema difensivo obsoleto, un esercito mal organizzato e privi di bomba atomica.
Lo stesso fatto che tutti i problemi i governi occidentali stanno affrontando per bilanciare i diritti umani con il tentativo di non offendere la Cina, vuol dire che nemmeno la nostra considerazione della democrazia è così alta come amiamo pensare.
-Fine del blateramento-


Sono circa due settimane che sto cercando di finire questo post: iniziavo a scrivere su pezzi di carta, scontrini del supermercato, post-it ogni minima idea, frase o parola che mi balenava in mente. Casa mia e la mia scrivania in ufficio sono ormai state invase da queste note sparse. Oggi le ho raccolte tutte quante, per scrivere quello che appare nelle righe precedenti. Con una tazza fumante di tè alla menta piperita, seduta davanti al portatile a osservare lo schermo e l’ammasso disordinato di foglietti sparsi su tutto il tavolo, credo di essere arrivata improvvisamente e inaspettatamente al nocciolo del mio problema nel formare un’opinione completa a riguardo del Tibet (e a riguardo di molti altri problemi), e questo nocciolo si può addirittura riassumere in una parola sola: dicotomia. Ciò che mi crea problemi è il contrasto fra la parte idealista di me che aspira a grandi ideali e la parte cinica radicata alla vita reale di tutti i giorni.
Una parte vive e si ciba di idee grandi ed elevate: un mondo utopico, alimentato da pace e giustizia, dove non esiste la gente, intesa come massa di caproni egoisti pronti a seguire il primo “uomo forte” che capita, ma un insieme di uomini e donne che sanno decidere liberamente e fare la cosa giusta.
In questo mondo perfetto, il premio Nobel per la pace non viene più assegnato, a che pro d’altronde? Di guerre non ce ne sono più, dato che sono state tutte risolte grazie alla diplomazia, e la pace è arrivata per gli uomini di buona e pessima volontà. I diritti dell’uomo sono rispettati ovunque e da chiunque e non esistono crisi umanitarie irrisolvibili. Niente profughi, niente carestie o pestilenze.
Abbiamo tappato il buco dell’ozono spedendo in orbita Giuliano Ferrara. Oh, e il Toro ha vinto e continua a vincere sia campionato che Champions League senza problemi e a saccagnare i gobbi a ogni derby.
Un mondo ideale, per l’appunto. Un mondo a cui aspirare e che, temo, non raggiungerò mai.
Perché poi mi guardo intorno, leggo i giornali, guardo la televisione e il peso dell’attualità mi precipita addosso e travolge come una slavina di pessimismo. Come posso pensare che esistano soluzioni a certi problemi? Vengo colta dalla sensazione desolante che nulla di quello che potrei fare sarà mai abbastanza e che sono solo una pedina nelle mani di giocatori senza scrupoli. Gli interessi in gioco sono così grandi che schiacciano i sogni.
A voler essere del tutto sincera, non sono solo gli interessi politici e i grandi poteri economici che regolano la nostra vita a infossare i nostri sogni. Anche noi ci mettiamo del nostro: dopo un po’ ci stanchiamo di “cambiare il mondo” e vogliamo tornare alla vita di tutti i giorni, con i nostri piccoli ma grandi problemi.
C’è da pulire la cantina, il gatto deve essere vaccinato, il c.v. va rimesso in ordine prima di spedirlo per quell’offerta di lavoro. Ci vuole anche meno per far scivolare nel dimenticatoio la Birmania, la Sierra Leone o la Papua nuova guinea. o una delle tante guerre e dittature che dalla prima pagina scivolano inarrestabili giù giù fino in fondo, ad occupare un trafiletto di pagina 20.
Anche nel caso del Tibet mi sembra la storia si stia ripetendo: tanta indignazione e moltissime proteste finora. Dato che si tratta della Cina e ci sono le olimpiadi, l’ondata di protesta durerà probabilmente più a lungo. Relativamente parlando. Si trascinerà per tutta l’estate e, alla chiusura dei giochi, beh, nulla la terrà più a galla nelle prime pagine.
Non sono ancora arrivata a una conclusione definitiva sul Tibet, e più leggo e cerco di informarmi, più mi sembra di non arrivare a una conclusione. Forse non ci arriverò mai, ma almeno ho una visione più chiara di quello che sono: non è esaltante ammettere di essere diventata più cinica di quanto immaginassi. 
"Sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti, lo sai". La cosa positiva è che il lato idealista è ancora in buona salute e non mi resta che mantenerlo in equilibrio con il cinismo.

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