Wednesday, 6 August 2008

incubi rosa

Lavorare in una multinazionale della finanza nella City sta facendo esasperare Benny, che ovviamente sta pensando a un piano di fuga che la porti lontana da certe scrivanie. L'unico lato positivo che riesce a vedere al momento sono i biglietti per il teatro: ogni mese la sua società ne mette in vendita un certo numero per varie produzioni teatrali, concerti e musical a prezzi scontati.
Così ieri sera, dopo un kebab e una cuppa di tè, ci siamo avviate verso l'Aldwych Theatre per vedere "Dirty Dancing".
Lei voleva vederlo perché ama il film (un po' come me e "Singin' in the rain" tanto per darvi un'idea) e aspettava da tempo di trovare i biglietti.
Io non avevo niente di meglio da fare e così mi sono accodata. Sono uscita dal teatro dopo due ore e mezza. Sono uscita completamente sconvolta.
Come prima cosa, il musical non era esattamente un musical. Il sottotitolo dello spettacolo è "The Classic Story on Stage" e probabilmente quello che intendevano era: "non abbiamo soldi e/o voglia di lavorare sulla sceneggiatura, quindi riusiamo lo stesso copione del film". L'ultima volta che ho visto "Dirty Dancing" risale a dieci anni fa, ma a vederlo sul palco mi è sembrato che fosse esattamente uguale al film! In effetti Benny dopo mi ha dato ragione, a quanto pare è pari pari al film.
Cosa succede in un musical normalmente? Beh, succede che due personaggi parlano e di punto in bianco iniziano a cantare. E' rassicurante, perché sai che è quello che un musical deve avere e crea una sorta di familiarità. In "Dirty Dancing" no: ci sono due o tre cantanti (il più delle volte fuori scena), ma i protagonisti non cantano. Parlano solo. E in certi punti sarebbe stato preferibile non parlassero del tutto perché la recitazione faceva venire i brividi.
Potrebbe sembrare che io abbia sprecato tempo e denaro, ma credo che, nonostante tutto, ieri abbia assistito a un'impressionante e indimenticabile lezione di sociologia e psicopatologia.
Il 95% per cento degli spettatori era in effetti composto da spettatrici. Il rimanente 5% erano fidanzati e mariti di un 5% delle signore di cui sopra.
Ancora prima che lo spettacolo iniziasse ero circondata da risoline da oca giuliva, sospiri e merchandising del musical, dalla maglietta "No one puts Baby in the corner" alla borsa "I carried a watermelon", tutto rigorosamente in rosa.
Le cose non sono migliorate quando sono calate le luci: non mi sono mai trovata in una situazione simile! Non si trattava solo del fatto che tutte (ma proprio tutte) le spettatrici conoscessero a memoria tutti i dialoghi, ma anche il fatto che li recitassero tutti in sincrono.
E pure i sospiri e i vari "oooh", "aaaah", "wow" e "gosh" erano sincronizzati! Il tempo di arrivare al finale ed erano già tutte scatenate: sono balzate in piedi ed è partito un gridolino prolungato e continuo al limite delle capacità uditive di qualsiasi essere vivente. Mentre battevano le mani, io non riuscivo a guardare il palco perché tutta la mia attenzione era concentrata sul pubblico. Come è possibile che queste donne che all'entrata sembravano così diverse, mamme, nonne, figlie adolescenti, donne schiave dei loro blackberry, si siano trasformate in questo blocco uniforme e compatto? Per poi tornare a essere individui unici e diversi una volta uscite dal teatro?
Ho fatto un po' di ricerche per la rete e ho trovato diversi articoli che parlano di "Dirty Dancing" come il corrispettivo di "Guerre Stellari" per ragazze (stiamo scherzando!?!?!). A quanto pare è il film più rivisto dalle donne, e ha segnato l'adolescenza di molte ragazze.
Probabilmente "Guerre Stellari" non è il film che ho visto di più, ma batte di molto "Dirty Dancing", che oltretutto non ha segnato la mia adolescenza. Forse per questo non mi sono mai sentita così al di fuori, così estranea a ciò che mi circondava, come ieri sera.
Ma, per qualche strana e incomprensibile ragione, non mi sono mai sentita nemmeno così felice di essere un'esclusa.

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