Friday, 19 September 2008

Lo show della politica, non dei politici

In Italia guardare le trasmissioni di politica non rientra fra le mie priorità e nemmeno fra le brillanti idee sul come trascorrere una piacevole serata.
Anche da lontano, a un'ora di fuso orario di differenza e qualche migliaio di chilometri a smorzare i sentimenti, pensare a Mentana, Santoro, Floris, Fede, Vespa e compagnia cantante mi sucita una reazione simile all'orticaria.
Qualche giorno fa leggevo "
" di Luciana Littizzetto e mi sono ricordata il motivo per cui non sopporto questo tipo di trasmissioni: i politici che urlano, si parlano addosso e si insultano senza soluzione di continuità; i giornalisti che fanno una domanda ma non lasciano il tempo di rispondere perché devono passare a un altro argomento (e allora perché hai fatto la domanda se già sapevi che non c'era più tempo?) e non fanno nulla per porre fine al caos di voci in cui è precipitato lo studio; il chiasso, il disordine, il nulla che ne traspare mi fanno innervosire: dopo cinque minuti, inizio a digrignare i denti, sento le vene del collo pulsare violente e per evitare un colpo apoplettico cambio canale. Purtroppo mi manca il lessico e la dialettica che consentono a mio padre di esibirsi nei suoi monologhi, ormai mondialmente famosi in casa Risso (e anche presso i vicini del quarto piano, quando, preso da fervore senza pari, mio padre alza troppo la voce); monologhi davanti al piccolo schermo che includono una serie impressionante di parolacce e una quantità tale di maledizioni di diverso tipo e gravità da rendere orgoglioso Alex Drastico.
Se c'è qualcosa che proprio non mi manca dell'Italia, insieme alla coda alle poste, sono proprio le trasmissioni di questo tipo. Me le sono lasciate alle spalle. O per lo meno così pensavo. Senza rendermene conto, in maniera lenta e subdola, le trasmissioni politiche hanno ritrovato la via verso il mio telecomando. Solo che ora non mi dispiace tanto; e le vene non pulsano incontrollate nel collo.
Ieri sera guardavo "Question Time": si dibatteva della crisi finanziaria, un tema caldo in un paese che negli ultimi anni ha vissuto senza limiti e ora si trova davanti lo spettro sempre più reale della recessione. C'erano i rappresentanti dei tre maggiori partiti, conservatori, laburisti e liberal-democratici, c'erano esperti di finanza e soprattutto il pubblico che faceva domande. Un'ora di botta e risposta e per tutto il tempo non ho provato il bisogno di girare canale o sfaciare la tv. L'ho guardato dall'inizio alla fine senza provare nessuna sensazione di rabbia o fastidio.
Perché?
Non è perché in quanto straniera io senta meno il contatto con la politica. In quanto contribuente, ho diritto di voto nelle amministrative (diritto che ho già esercitato, con risultati simili a quelli italiani: lì il Berluska, qua Boris Johnson, vabbè), quindi tenere un occhio sulla politica e le decisioni che avranno un effetto sulla mia vita in questo paese mi conviene.
Sarà che le trasmissioni come "
Question Time
" o "
The Politics Show
", sono molto "british" nel loro approccio alla politica. Niente urla, niente strilla, niente insulti: domande, risposte, ci sono battute anche feroci contro gli avversari, ma tutto improntato sulla base di un concetto arcaico, che molti politicastri italiani hanno scordato: credo che il termine sia "educazione".

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