Monday, 22 September 2008

A ruota libera

La mia prima bici si chiamava "La Rossa". Non c'è bisogno di scriverlo, ma era di colore rosso, un bel granata profondo.
Regalo di compleanno di mio nonno Anselmo, aveva due caratteristiche fondamentali:
1.) Era pieghevole, cosa che allora era fonte di scherno, ma che oggi arriva a far costare una bici almeno 800£ a Londra.
2.) Era usata. Anzi, recuperata.
Nonno Anselmo è sempre stato uno contro gli sprechi e a cui piaceva pacioccare: a che pro, si domandava, buttare via qualcosa che aveva bisogno solo di qualche piccola riparazione? Credo che preferisse le cose ridotte e a pezzi: quale scusa migliore dell'infondere nuova vita a dei rottami, per aprire la scatola degli attrezzi e rinchiudersi in cantina?
Purtroppo, nonostante l'impegno profuso da alcuni componenti della famiglia nel distruggere tutto ciò che capitasse sotto mano, i Risso non producevano abbastanza rottami da soddisfare cacciaviti, pinze e tenaglie di nonno. Nonno che aveva però trovato la soluzione perfetta: il ferramiù. Una volta o due al mese, passava dal ferramiù alla ricerca di qualche rottame da riportare in vita o utilizzare per nuovi fini. In questo modo avevamo tutti ottenuto vari regali nel corso degli anni: la macchinina a pedali con cui mio padre e i suoi cugini avevano vinto una corsa a Garessio, il tecnigrafo di mio padre, due tavolini dotati di interfono (in realtà due citofoni) per me e mia sorella, 1 bancone da lavoro, una poltroncina homersimpsoniana per mia sorella, un modellino creato per l'occasione per spiegare alle nipotine come funziona una macchina a vapore e la mia bicicletta, ovviamente.
Gli altri bambini del paese non perdevano occasione di pigliarmi allegramente per i fondelli: la Rossa era stata recuperata in una discarica, il che non poteva che attrarre risatine e frasi crudeli. Ci soffrivo terribilmente agli inizi, ma con il tempo ho imparato a non dare peso a certe battute e ho anche capito che, sotto mentite spoglie, l'invidia c'era, eccome se c'era! Con i loro modelli più recenti di BMX, dovevano continuamente fare attenzione, mentre io con il mio indistruttibile catorcio non avevo problemi o preoccupazioni lungo le strade ancora non asfaltate di La Cassa. Un sasso preso male e a loro saltava subito la catena, la mia invece sembrava essersi fusa a meraviglia con il carter. Le loro bici occupavano spazio nel bagagliaio, mentre la mia bici era trasportabile a qualsiasi scampagnata, così io avevo un mezzo per fuggire agli obblighi del barbecue (stai seduta, stai zitta, ascolta lo zio che ti racconta per la cinquecento trilionesima volta la stessa solfa).
Le bici successive non sono mai state all'altezza della Rossa: mancava qualcosa ogni volta e non mi ci ci sono mai effettivamente affezionata. Quella che si è avvicinata di più è la bici attuale. Sarà perché è rossa pure lei? Sarà perché si tratta di un altro regalo di compleanno? Al rientro dalla Cina, mia mamma aveva rimediato alla mia totale carenza di mezzi di trasporto investendo 50 € al Carrefour per una graziella, con cui sarei potuta andare ovunque avessi voluto... nell'estate più torrida degli ultimi 30 anni. Nonostante questi esordi non troppo promettenti, esacerbati oltretutto da due o tre quasi incidenti (mea culpa: ero a Torino, ma parte del mio cervello credeva di essere ancora in giro per i viali ciclabili di Pechino, pessima idea), le cose sono migliorate con il tempo e, oggi come oggi, non riuscirei a immaginare la mia vita a suburbia senza Guybrush (l'unica bici che può trattenere il fiato per dieci minuti). Le poche marce che ha sono sufficienti per fare avanti indietro attraverso la circoscrizione di Kingston e ieri mi è bastata solo quella di media crociera per portare Guybrush a fare una gita diversa dal solito: fino a Londra per la "London Freewheel". E' un'iniziativa che vuole promuovere l'uso della bicicletta a Londra e per l'occasione hanno creato un circuito che portava da Buckingham Palace alla torre di Londra aperto esclusivamente alle due ruote a trazione muscolare.
Guybrush non mi ha deluso: da Kingston a Wimbledon passando per Richmond Park, attraversato il Tamigi a Putney verso Hammersmith, ho pedalato per Chelsea, tagliato attraverso il cimitero di Brompton e sono finita davanti ai Kensington Gardens e da lì è stata una tirata unica fino al Mall.
3 giri intorno al percorso, alla fine della giornata credo di aver pedalato per un totale di 80 km. Sono andata a dormire e mi sembrava che le gambe pedalassero ancora, vittime di una specie di riflesso incondizionato, ma anche con un gran sorriso. Non solo perché ho visto Londra sotto un'altra luce, ma perché mi è sembrato di tornare bambina: quando sono arrivata alla fine della discesa dopo la torre di Londra e il controllo velocità è scattato a segnare con faccina contrita 30 miglia orarie, mi sono sentita euforica e felice. Per qualche ora, non ho pensato a nulla, nessuna preoccupazione se non quella di suonare il campanello ogni tanto. Mi sono ricordata delle corse e delle frenate polverose di molti anni fa.
Sono cambiate molte cose: io, la bicicletta, la strada.
Altre sono rimaste uguali: io, la bicicletta, la strada.

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