Monday, 22 December 2008

Tomi-regalo

Mi faccio un giro per la Feltrinelli di Piazza Castello. E’ una delle mie librerie preferite, insieme a Paravia, in via Garibaldi. Mi piace girovagare per Feltrinelli, specie d’inverno. Quando fuori Torino gela, entrare in una libreria significa spogliarsi di strati di sciarpa, guanti e cappotto per essere avvolti dal tepore degli scaffali e dal profumo della carta stampata.
Fuori fa freddo, ma io sono al calduccio, protetta e proiettata in altri mondi dai libri.
Verso Natale, in realtà, è difficile essere proiettati altrove, perché la libreria è molto più affollata dal solito e si passa il tempo a cercare di arrivare dove si vuole, quindi, più che proiettati, si finisce solo a essere spintonati a destra e sinistra.
Mentre cerco di capire se l’ultimo di Magris mi possa interessare o meno, vengo spinta per l’ennesima volta dalla madamin impellicciata.
“Mi scusi signorina, non l’ho fatto apposta, neh!”
Vorrei chiederle se l’ha mai fatto apposta, invece, di spintonare qualcuno in libreria e se l’avesse mai confessato. Me la immagino, madamin che sfida una rivale in amore fra gli scaffali di poesia e teatro in un incontro di sumo all'ultimo "ca ma scusa".
Lei però è già oltre: altri due o tre colpi di borsetta e punta con sicurezza il suo obiettivo finale, il commesso col piercing poco più in là.
“Mi scusi, ma questo è un bel libro?” E mentre pronuncia la domanda, brandisce un tomo sotto il naso del commesso bucherellato.
Commesso bucherellato legge il titolo e con grande flemma e poco trasporto alza le spalle e replica con un blando “Bah” per passare oltre ad evitare che un b.l.i. (bambino lasciato incustodito) rovesci una pila di smemorande.
Non so se madamin impellicciata abbia poi comprato il suo bel libro o meno: li ho persi di vista dopo questo scambio di battute, perché avevo iniziato a pensare a libri, regali e librai.
Da una parte non riesco a immedesimarmi con madamin impellicciata: non riesco a comprare un libro come regalo senza averlo letto prima. Regalare un libro per me è una forte e decisa dichiarazione d’amore e affetto: ecco, ho letto questo libro, mi è piaciuto, mi ha cambiato in meglio, mi ha regalato emozioni e ora voglio che anche tu provi le stesse emozioni, quindi te lo regalo; ho letto questo romanzo e ho visto te fra le righe, spero tu possa vedere me emergere fra le pagine. Entrare in una libreria e comprare un libro qualunque, sebbene guidata da recensioni e classifiche di vendita mi sembra strano. Ma forse madamin era alla disperata ricerca dell’ultimo regalo e per alcuni il libro adempie a questa funzione in maniera perfetta.
Regalo libri e a volte me ne pento, perché li regalo piena di aspettative, non tanto per il libro, quanto per le persone.
A volte ne sono contenta, nonostante tutto: c'è qualcosa di ironicamente dolce nell'avere il cuore infranto dalla persona a cui hai regalato "Il piccolo principe". Non lo sapevo allora, ma lui era il piccolo principe e io ne ho ricavato il colore del grano.
Dall’altra parte non riuscivo a capacitarmi dell’alzata di spalle di commesso bucherellato: ma perché alzi le spalle? Capisco che sei stanco e che lavorare nel periodo natalizio in un qualsiasi negozio deve essere estremamente stressante. Ma avrai comunque un’opinione sul libro che ti veniva sventagliato davanti, o no? Anche se non l’hai letto, avrai letto qualche recensione, ne avrai sentito parlare un altro collega, giusto? Forse, però, il problema è proprio questo, io ho ancora un visione piuttosto tradizionale e ortodossa del commesso, una persona che sceglie di lavorare nel negozio che vende ciò che più l’appassiona: perciò se lavori in libreria ti piace leggere, se la tua passione sono le scarpe allora cerchi lavoro in un negozio di scarpe. Non si tratta mica di leggenda metropolitana o mitologia: anche la Feltrinelli ha commessi di questo tipo, capaci di dirti dove si trova un libro senza guardare sul pc. Forse un po’ stanno scomparendo, strozzati dalla logica della grande distribuzione e dalla crisi economica, quindi piuttosto di continuare a cercare il lavoro ideale si prende il primo lavoro e basta.
Però nel mio cuore conservo la speranza di un mondo di lavori ideali. Un mondo dove, varcate le porte di una libreria, è possibile incrociare gli occhi di una commessa con permanente alla Marge Simpson che ti guarda come una che la sa lunga. E la sa lunga, perché, oltre alla quattordicenne con zaino della Seven, lei vede qualcosa in più: “Dimmi un po', hai mai sentito parlare del gabbiano Jonathan?”

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