Monday, 31 March 2008

Mettiamoci una croce sopra

E’ arrivato sabato, in una busta bianca del consolato.
Parlo del plico elettorale: certificato elettorale e schede per le elezioni politiche.
Ho aperto la busta mentre ero sul treno diretta all’Ikea di Croydon e ho passato buona parte del viaggio a sghignazzare insieme a Benny, mentre leggevamo i nomi delle liste. Tante domande. La prima domanda: qual è l’altra Sicilia? Ce ne sono due? Perché non me l’ha mai detto nessuno? O è solo un trucco per riscrivere tutti i libri di geografia della scuola italiana?
Quali sono i valori (e il futuro) della lista di Emanuela Filiberto? Sono per caso in qualche caveau svizzero? O in Liechtenstein? Mi posso fidare di uno che sulla lista elettorale dopo nome e cognome fa seguire il soprannome? E non solo "
Di Savoia Emanuele Filiberto detto Emanuele Filiberto
", ma anche tutta un'altra schiera di "detto Gill", "detta Ketty de Spirito", "detto zio Frank"?!?! Perché la sinistra ecologista non è pure arcobaleno?
Ma soprattutto: da quando sono diventata così tollerante da non scrivere righe e righe di profanità per questi simpatici personaggi? Non ho risposte se non per l'ultima domanda, ragazzi miei: ringraziate la miracolosa proprietà del tasto cancella della tastiera.
Dieci liste per la camera e nove per il senato: certo non sono nulla in confronto al totale di centocinquantotto (158!!!) simboli di liste accreditati presso il Ministero degli Interni per queste elezioni. Ma sono più che sufficienti per deprimermi.
Ieri sera ho tentato di fare i compiti e documentarmi sui vari candidati, ma dopo poco più di venti minuti ero già vittima di un attacco di nervi e stavo leggendo gli articoli di Toronews.
Ora il plico giace abbandonato sul tavolo della cucina, fra il dvd di Lovefilm da rispedire e la tazzina, ehm vuota, del Sansimone.
Non ho ancora deciso che fare: voto, non voto, scrivo profanità sulla scheda e la rispedisco indietro? Il panorama e le prospettive che intravedo all’orizzonte delle liste europee non sono consolanti, né tranquillizzanti. Non ho fiducia nei partiti e in quanto alle persone, beh, sto cercando di scrivere qualcosa da dieci minuti buoni ma ogni volta devo ricorrere al tasto cancella.
Mi turo il naso? Non mi turo il naso ma almeno trattengo il respiro? Ce n'è abbastanza per altri due o tre giorni di riflessione, prima che si avvicini il limite massimo per rispedire la lettera, e per una cioccolata calda: in momenti come questi, con un occhio sulla tastiera e l'altro strabico sulla lettera del consolato, ho bisogno di un rilascio massiccio di endorfine.

Thursday, 27 March 2008

La vita all'angolo

Nota al lettore: TCC sta per Telefonista di Call Center.
Si identifica come Robert e parla con accento dell’Oxfordshire, ma è molto più probabile si chiami Prasad e viva a Bangalore.
La conversazione che state per leggere si è svolta solo e unicamente nella mia testa. Per ora.
OCC: Canon Service Centre. Sono Robert. Come posso esserLe d’aiuto oggi?
ZiaVirgi: Ciao Robert. Ho un problema con la mia Canon 350D. Ho notato che negli ultimi giorni ci sono dei problemi al momento dello scatto delle foto. Tengo a precisare che ho esteso la garanzia per cinque anni, quindi sono ancora sotto copertura completa.
OCC Robert: Può descrivermi il problema più dettagliatamente?
ZiaVirgi: Certo! Quando scatto qualsiasi foto, sia in automatico che in manuale, la foto risulta storta. La linea dell’orizzonte è costantemente inclinata, di quindici gradi buoni, se non di più!!!
OCC Robert: Capisco! Ha sottoposto la macchina a stress particolari?
ZiaVirgi: No.
OCC Robert: OK. La macchina ha per caso preso umidità o si è eccessivamente impolverata?
ZiaVirgi: No.
OCC Robert: Mmmmh. Ha per caso lasciato la batteria nel corpo macchina per un periodo prolungato di tempo:
ZiaVirgi: No.
OCC Robert: Mumble mumble. Ha recentemente visitato la mostra dedicata ad Alexander Rodchenko alla Hayward Gallery?
ZiaVirgi: Sì.
OCC Robert: Ecco il problema. Mi spiace, ma Canon UK non è responsabile di alterazioni del campo visivo del fotografo esposto ad elevate radiazioni rodchenkeniane. Le consiglio di non preoccuparsi ulteriormente e/o di partecipare a un tradizionale corso di fotografia, dove le inculcheranno a forza di martellate critiche il concetto che l’orizzonte è dritto punto e basta.
ZiaVirgi delusa: Ah, capisco. Grazie mille.
OCC Robert: Grazie mille a lei per aver chiamato. Non esiti a contattarci per qualunque problema dovesse riscontrare in futuro. Arrivederci e buona serata!
ZiaVirgi: Buona serata a te, Prasad.


Non voglio fare la maestrina della penna rossa (Severgnini nel suo ultimo libro condanna l'uso eccessivo delle parentesi, ma io le adoro, quindi ne apro una: quando ho letto per la prima volta “Cuore” mi immaginavo la maestrina dalla penna rossa come la maestra della sezione D della Franchetti con una tiara di BIC rosse che le spuntavano sulla testa, come le piume della ruota sul sedere di un tacchino. Ancora oggi non riesco a separarmi da questa immagine mentale. Chiudo parentesi per la gioia vostra e di Severgnini), quindi non vi tedierò e vi lascio solo il
per sapere tutto su Alexander Rodchenko e quello della
.
E’ fra i miei fotografi e artisti preferiti, un rivoluzionario delle arti grafiche. Ogni tanto provo a immaginare cosa deve aver provato la gente la prima volta che ha avuto in mano un numero di “USSR in construction”, l’emozione di sfogliare le pagine, vedere i fotomontaggi, il paracadute che sbuca fuori da uno dei numeri più famosi. E quelle foto dalle inquadrature così uniche e sperimentali (quelle stesse che lo misero nei guai durante le purghe staliniste)! Tante cose che oggi noi diamo per scontate non lo sono, non solo in fotografia naturalmente, ma vedere così tante opere di Rodchenko, tutte insieme in uno spazio relativamente limitato è stata un’esperienza illuminante e che consiglierei a tutti gli appassionati di fotografia, specie se di passaggio in quel di Londra fino al 27 Aprile di quest'anno.

C’è un documentario, alcune informazioni biografiche e poi si parte: fotomontaggi, copertine di riviste, pubblicità, foto di vario tipo. che l’effetto su di me è stato pressoché immediato; ho fatto il giro della mostra per due volte, riguardano bene tutte le foto, stupendomi di quanti piccoli particolari avevo perso nel corso degli anni, guardando le stesse foto sui libri.
All’inizio della mostra c’è una frase di Rodchenko: “E’ nostro dovere sperimentare”. Inconsciamente devo avere adottato questa frase come mio motto: il giorno seguente, sono stata a Guilford per una mini-gita di un giorno e la macchina fotografica non voleva saperne di stare dritta. Perché i miei occhi si rifiutavano di avere una visione piana suppongo. Il dopo sbronza di simili foto e illustrazioni li ha resi ultrasensibili: ancora adesso, mentre scrivo, il mondo è leggermente obliquo.
C’è un mondo che vediamo tutti, tutti i giorni sempre lo stesso: la quotidianità lo appiattisce e la frenesia lo semplicizza. Non è questione di essere sensibili o meno: semplicemente dopo un po’ il nostro tran tran prende il sopravvento e ci impedisce di vedere le piccole meraviglie che rendono il nostro mondo stupendo.
Rodchenko aveva la dote di vedere oltre, di guardare le cose per quello che sono davvero e l’onestà traspare dalle sue foto. Non è un mondo nuovo o differente: è lo stesso identico mondo, il nostro, visto però da una prospettiva nuova,
Sarà anche che sono sul treno strapieno di pendolari del venerdì pomeriggio già leggermente brilli dopo la prima pinta del weekend, e anche io ho già una pinta di sidro in circolo, ma oggi mi sembra di vedere meglio; anche in questo preciso momento, in cui non sto facendo una foto, in realtà parte della mia testa continua a scattare: e probabilmente sta scattando una foto al rubicondo signore seduto alla mia destra che sgranocchia patatine salt & vinegar, con l’anulare talmente stretto dalla fede nuziale che sembra sia prossimo all’esplosione e che ogni tanto mi guarda con sospetto, perché proprio non capisce cosa diavolo ho da sorridere. E perché non tengo la testa dritta, ma la piego continuamente.

Joy, Ian e del non avere miti

Ai Joy Division non ci sono arrivata subito, seguendo il filo diretto e logico dei New Order. L'ho scoperto solo più tardi che erano collegati.
Un giorno, alle superiori, mi capitò fra le mani una cassetta, vecchia, lercia, prossima a un'ingloriosa sbobinatura. Non so chi me l'avesse passata, forse non l'avevano nemmeno prestata a me, forse era di Adri. Non ricordo. Ricordo che era nera e che, dato che per qualche motivo ero convinta fosse una cassetta dei Cure, mi aspettavo di sentire la voce di Robert Smith uscire dalle casse da un momento all'altro.
Invece dalle casse usci la voce di Ian Curtis: "
Confusion in her eyes that says it all. She's lost control
".
Wow. Fermate il mondo. Chi sono? Di sicuro non sono i Take That!
Ma non sono nemmeno i Nirvana.
Non so perché, ma l'idea di ascoltare cose che i miei compagni di classe non ascoltavano mi faceva stare meglio: per quanto una parte di me volesse assimilarsi a loro, al loro modo di essere, grunge o pop poco importava, un'altra parte si rifiutava categoricamente di sottostare a questo desiderio e mi faceva fuggire lontano. E amavo leggere la confusione negli occhi dei miei compagni di classe. "Dos" (come amavo chiamarmi alle spalle, ho scoperto anni più tardi, perché se avevano bisogno di compiti o cose simili erano tutto miele e tenerezza) ascoltava di tutto un po' e solo ora capisco che questo è evidentemente un concetto difficile da digerire per un adolescente. Non che gli adulti scherzino.
Scoprire chi fossero i Joy Division si rivelò un'impresa ardua: la guerra fredda con quella scorbutica, orgogliosa e lunatica specie di enciclopedia musicale che è mio padre era in pieno sviluppo e, in quanto degna erede della sua cocciutaggine, mai avrei fatto il primo passo. Sembra incredibile, ma è davvero esistito un tempo senza internet, senza wikipedia e google pronte a rifocillarci con tutte le informazioni e curiosità di cui possiamo essere affamati. C'è stato un tempo in cui per scoprire che chi cantava quella canzone erano i Joy Division, ho dovuto brigare non poco.
E' tramite google che ho scoperto che era in preparazione un film su Ian Curtis, "Control". Diretto da Anton Corbijn, non ho fatto in tempo a vederlo al cinema ma ieri sera l'ho finalmente visto in dvd. Girato in bianco e nero (e in effetti, non riesco a ricordarmi di nessuna foto dei Joy Division a colori), parla della vita di Ian Curtis dal 1973 al 1980: è un film commovente e recitato molto bene. E' la storia di un uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti, del suo carattere e della sua personalità. Il pregio più grande del film sta proprio nel non essere un film su "Ian Curtis - il mito - il frontman suicida dei Joy Division", ma un film su Ian, una persona nelle sue mille sfaccettature.

Stasera per rimanere in tema musicale, ho visto "The future is unwritten" su Joe Strummer. A differenza di "Control", Julian Temple ha realizzato un documentario: amici, celebri o meno, riuniti intorno a un falò che ricordano la vita di Joe Strummer. Anche qui niente mito, solo l'uomo, con i suoi pregi, i suoi dolori, i suoi difetti.

Due bei film per due sere di seguito, due film su due "miti" della musica. Vabbè. I miti non mi piacciono. Secondo me, quando mettiamo qualcuno su un piedistallo è perché, inconsciamente o meno, vogliamo vederlo cadere, vogliamo trovare conferma del nostro valore nella sua caduta. Quando un mito ripiomba fra i comuni mortali, ci si sente meglio. I morti sono i miti migliori, dato che non hanno possibilità di rialzarsi. Come tutti, anche io sono tentata dai miti: niente di più facile che creare un mito e pregustare la delusione che sappiamo ci darà. Eppure i miti mi mettono a disagio: non riesco a provare del tutto il coinvolgimento necessario per parlare dei miti come ci si aspetta, mi manca l'entusiasmo e il trasporto e appaio fredda. Forse è perché i miti sono troppo estremi per me. Per molti versi, sono un'ossessivo-compulsiva quando si tratta di cose o persone che mi piacciono: la passione per Jane Austen, i film di Gene Kelly, Fabrizio De André e i Clash, tanto per citare alcuni esempi a volte prende una piega decisamente totalizzante e posso passare settimane, se non mesi interi con una parte del mio cervello costantemente accesa e concentrata su questi argomenti, in una spirale apparentemente senza fine. Arrivo però sempre a un limite oltre il quale non riesco a spingermi. Non riesco a provare un sentimento così unico, puro come quello che ho percepito in tante persone accanto a me: per alcuni, un tipo di musica può diventare una religione e un cantante il nuovo messia. Sarà che sono atea, sarà che sono cresciuta in una famiglia di atei e agnostici, ma i miti fanno scattare nel mio cervello gli stessi campanelli d'allarme che suonano quando i capi religiosi parlano. Se ascolti un solo tipo di musica, leggi un solo tipo di libri o guardi un solo genere di film, ti tagli le ali da solo e quando poi cerchi di spiccare il volo, beh, più che spiaccicarti sul marciapiedi non puoi fare. Ma forse tutte queste idee sono dettate anche dall'invidia, perché anche a me piacerebbe un piedistallo traballante a cui guardare ogni tanto per rincuorarmi.
Ian Curtis e Joe Strummer hanno sempre avuto personalità e caratteri complicati, un carisma di cui è difficile non subire il fascino. I Clash hanno plasmato una larga fetta della mia vita: tramite le loro canzoni ho scoperto libri, musiche e mondi nuovi. Ogni giro di basso di Paul Simonon ampliava la mia visione del mondo e oggi non sarei quella che sono non avessi mai ascoltato "Lost in the supermarket". Ma miti non lo sono mai diventati, sono dei compagni di viaggio, e non vorrei mai diventassero qualcosa di più.

Monday, 24 March 2008

I dreamt of a white Easter

Pasqua è passata e mentre se ne andava mi ha fatto il favore di portarsi via pure Pasquetta.
Non mi piace granché, la Pasqua.
Se non si fosse capito, c'è solo una festività che sopporto ancora meno di Pasqua: Pasquetta.
Non ho mai provato nessun sentimento profondo per queste feste e il fatto che la gente si aspetti che io ne provi mi ha creato sempre più problemi nel corso del tempo.
Ogni anno, per più di metà della mia vita ormai, c'è stato un momento in cui qualcuno, una settimana o poco più prima di Pasqua, mi faceva la temuta domanda: "Allora, cosa fai per Pasquetta?"
Dopo due o tre anni, avrei dovuto capire che la risposta che mi ostinavo a dare era quella sbagliata.
Perché ogni volta che io rispondevo con molta calma "Nulla", apriti cielo! Non sia mai! Ecco che l'amica, il semplice conoscente, o fidanzato si sentiva investito del dovere di salvare la mia povera anima smarrita. Eserciti di Candy Candy si sono avvicendati nel corso degli anni nel tentativo vano di farmi divertire e passare una bella giornata a Pasquetta, perché questo è quello che la gente deve fare a Pasquetta.
Forza, Virginia, divertiti!
Ecco, il problema è sempre stato questo: il dovere di divertirsi! Non è una scelta, ma un obbligo. E quel lieve accenno di bastian contrario che è in me, ovviamente parte in quarta quando sente certe fesserie.
E non solo il bastian contrario. Sono convinta che il destino sia d'accordo con me, anche lui pensa che divertirsi sia una scelta, non un obbligo. Infatti ogni volta che ho ceduto alle pressioni, ogni volta che ho tentato di assimilarmi all'obbligo, il disastro incombeva e si abbatteva spettacolarmente su me e sui progetti missionari di redenzione pasqualina delle Florence Nightingale dell'anno: temporali, grandinate, intossicazioni alimentari, fidanzato che mi molla a casa all'ultimo minuto perché non gli piace il tono della mia voce quando parlo con la sua famiglia e i suoi amici, amici che fanno il doppio gioco, lesioni al ginocchio... Ogni anno mi sveglio il martedì dopo Pasquetta, sperando di essere in viaggio verso Lourdes, perché mi sembra l'unica soluzione possibile per la situazione sicuramente pietosa in cui mi trovo.
Sapevo che fossi tornata in Italia, appena messo piede in città, qualcuno mi avrebbe posto la fatidica domanda e io, invece che mentire, avrei detto la verità. "Nulla". E questo avrebbe fatto partire la missione "salviamo-Virginia-dal-suo-triste-e-pietoso-destino".
Mmmmh, fatemi riflettere per un minuto, ci penso su ancora un secondo... Ma anche no, sto bene anche qua, grazie per l'interessamento.
Decidere di stare qua quindi non è stata una scelta molto difficile o pesante da sopportare, anche perché nella mia mente un piano aveva iniziato a prendere forma. Insomma, è primavera, i ciliegi sono in fiore, quale momento migliore per fare la turista?
Avrei avuto ben quattro giorni per andare a zonzo; non a Londra, questa volta il piano prevedeva la campagna ingles, tanto per vedere cosa c'è sull'isola, oltre alla sua famosa (e talvolta fin troppo snob) capitale. Idee ne avevo molte: Kent, Devon, Cornovaglia.
Ovviamente l'incontrollabile mulinello di idee che ormai roteava senza controllo fra le mie sinapsi ha subito la più murphiana battuta d'arresto... il brutto tempo. Andare in giro per le campagne mentre la bassa pressione ci balla la macarena sopra non è esattamente una delle idee più furbe, quindi i piani hanno subito alcuni rimaneggiamenti dell'ultimo minuto.
Tutto sommato, ne sono contenta e per la prima volta in vita mia, ho visto la neve a Pasqua.
La cosa strana è che non l'ho sentita. Mi spiego meglio.
O meglio, provo a spiegarmi meglio.
Quando a Torino sta per nevicare, si respira aria di neve: non è solo l'aria (e lo smog che la contiene) ad avere un profumo particolare; c'è anche il fatto che la luce è diversa e te lo senti nelle ossa che la neve sta per cadere. Nemmeno Bernacca azzeccava con altrettanta precisione le previsioni meteo: l'aria di neve è sempre seguita da una nevicata.
A Londra, non si respira aria di neve: non ho capito se l'aria è semplicemente soffocata dallo smog oppure, più semplicemente, manca la magia necessaria per far partire la poesia. Le previsioni davano neve per Pasqua, ma sabato non c'era aria di neve. Quindi sono andata a dormire convinta che per una volta la BBC si fosse sbagliata.
Immaginatevi quindi la mia sorpresa quando, risvegliata dalle campane della chiesa in fondo alla via che suonavano per la messa, ho guardato fuori dalla finestra e ho visto che nevicava! Neve gelata, non si è fermata nemmeno un secondo per terra, quindi non sono riuscita nemmeno a fare un micro "bubaraciu" di neve. C'è qualcosa di strano nel vedere la neve che cade copiosa fuori dalla finestra mentre preparo una torta salata per il pranzo pasquale. E per mia fortuna, non sono tipo da leggere piani divini (alla Giacobbo e Voyager per intenderci) che uniscono questa neve al fatto che sabato sera alla television hanno trasmesso "The day after tomorrow".
Tant'è.
Le vacanze sono passate. Domani si ritorna al lavoro, con una serie di bei ricordi. Un piacevole album di souvenir. Ma questo è un altro post. O forse più di uno.

Friday, 21 March 2008

Shine

Ci sono giorni che iniziano bene e sembrano non poter che proseguire altrimenti.
Il sole che splende, l'aria frizzante, finalmente la luce è uscita dall'antro in cui si era nascosta per tutto l'inverno.
E' l'ultimo giorno di lavoro, sei alle porte di un lunghissimo ponte pasquale, ben cinque giorni di strameritato riposo.
Nulla va storto in ufficio, nessuno scocciatore, nessun lavoro extra dell'ultimo minuto, il caffè al deli-bar è quasi bevibile e la cosa ti fa metaforicamente urlare al miracolo.
Il bus è puntuale, e così non perdi nemmeno il treno e in men che non si dica, sei in ferie. Sei libera.
Cosa può andare storto? Tutto.
Forse gli uomini non sono stati creati per assaporare la perfezione. La possono sfiorare, ci si possono avvicinare, ma non toccarla per davvero, goderne nel suo stadio più puro. Quando ti avvicini troppo, un po' come Icaro con il sole, non puoi che precipitare giù, verso il basso.
Così il tuo giorno perfetto si trasforma in incubo. Torni a casa e ti accorgi che qualcosa non va, ma non sai nemmeno tu così sia. Il nervosismo non ti abbandona, e un'incomprensibile tristezza ti scava il cuore, come l'acqua di un torrente che mangia le rocce.
Prima di rendertene del tutto conto, non hai più controllo delle tue emozioni ed azioni. Provi a resistere, ma è una battaglia persa quella di questa sera non più perfetta. Hai perso, hai perso mentre da sola (da sola, dico io!) fai fuori un quarto di torta e metà di quello che è contenuto nel tuo frigo, per cosa poi? Per finire con il cuore che batte a mille, lo stomaco che sembra voler esplodere, la nausea e la faccia gonfia.
E, peggio di qualsiasi sintomo fisico, la vergogna e la disperazione che ormai sono diventati una seconda pelle. Vorresti scomparissero, ma già sai che rimarranno lì, a farti compagnia, per tutta la serata e oltre.
Mentre guardi la tazza del cesso, chiedendoti sarcasticamente se è un bene o un male non riuscire più a provocarsi il vomito come una volta (il proverbiale "si stava meglio quando si stava peggio", e se non fossi così disperata, probabilmente rideresti della tua battuta), lo sconforto è talmente opprimente che ti priva della forza di fare qualsiasi cosa: incazzarti, reagire, piangere, qualsiasi reazione è bloccata.
"Binge".
Per le tue orecchie, non è una parola: è un rumore sordo, un tonfo che rimbomba. Qualcosa di cui non dovresti parlare, perché non è argomento da conversazione, perché certa gente potrebbe sentirsi in imbarazzo, altra potrebbe essere semplicemente indifferente, perché i suoi problemi sono comunque più gravi. Alcuni poi si arrabbierebbero per la tua "scelta": di tutti i disturbi dell'alimentazione, proprio quello che non ha una traduzione soddisfacente in italiano dovevi andare a scegliere? Forse dovresti scusarti per l'intoppo o sollecitare una soluzione da parte dell'Accademia della Crusca. In più, tutti ti vedono "così bene", vorrai mica deluderli?
Rimandi a più tardi, perché ormai sai che non puoi farti travolgere dai sensi di colpa e dal torpore che arrivano sempre puntuali dopo un attacco.
Devi ricominciare, continuare, perché non puoi fermarti: vai veloce o le paure ti raggiungeranno! Dover fare qualcosa non lo rende però per nulla più facile e, quando il mattino dopo suona la sveglia, la voglia di alzarti è pressoché inesistente e il morale sotto le scarpe. Perché mai, dopo una sera come quella che hai appena passato, qualcosa dovrebbe andare bene? C'è un motivo particolare per decidere di districarsi fuori dal caos delle lenzuola. Non sarebbe preferibile un lungo letargo, da qui all'eternità, o almeno fino a quando le cose non saranno migliorate un po'.
Alla fine ti alzi e forse, sperando che l'aver vinto, seppur momentaneamente, inedia e apatia ti darà una mano durante la giornata. Il più delle volte non è così, perché la vita reale non è una fiaba, ma forse oggi il destino ha scelto di ricompensarti per il brutto scherzo che ti ha giocato ieri.
Decidi all'ultimo minuto di andare prima del dovuto a Londra per vedere la mostra dedicata ad Alexander Rodchenko e già ti sembra di sentirti meglio. In stazione un tipico squalo della city ti regala la sua travelcard giusto un secondo prima che tu ne compri una nuova alla macchinetta e il gesto ti fa sentire euforica e felice, più per il tipo di persona che l'ha compiuto che per il risparmio monetario.
La mostra su Rodchenko è fantastica, strepitosa, passi più di due ore a bearti gli occhi e l'anima con foto stupende, sempre più convinta che sì, era un genio senza alcun dubbio e che dovresti ritornare alla Tate Modern a riguardare la sezione dedicata all'avanguardia sovietica.
Già questo ti fa sentire meglio, ma sai che non è ancora finita e che stavolta finirà bene. Non è solo una sensazione, è una certezza; perché sei venuta a Londra per un motivo speciale, perché in borsa hai un biglietto d'ingresso per l'Hammersmith Apollo. E mentre prendi la metro senti farsi strada dentro di te la pace: non la combatti, hai deciso, ti sei convinta, anche se solo per qualche ora, di meritarti tutto il bene che il mondo può offrirti.
Sai che andrà tutto bene quando alle 9 di sera David Gray inizia a suonare e tu sei lì in prima fila che canti. Sei in prima fila perché una coppia ti ha visto che allungavi il collo e ti ha fatto spazio per appoggiarti alla barriera.
"Dry your eyes. We're gonna go where we can shine"
Gli occhi sono asciutti ora e ti senti brillare.
Torni a casa dal concerto e ti sembra di metterci un attimo: la metro e il treno sembrano essersi messi d'accordo epr non farti perdere nemmeno un secondo. Piove, ma smette giusto per il tempo di farti tornare a casa: entri in cucina, accendi il portatile e scrivi un post del blog di getto, senza pensarci troppo. Solo alla fine ti accorgi che è tutto in seconda persona. Che fai?
Metti a bollire dell'acqua, perché l'acqua bollita fa tanto bene, almeno a sentire i medici cinesi, che te la prescrivevano per qualsiasi malanno lamentassi.
Ascolti un po' di musica e scarichi le fotografie dal cellulare, mentre rimugini e cerchi di arrivare a una decisione. Fai una scelta.

Scelgo di lasciare il post così com'è: sconclusionato, sgrammaticato e con seri problemi di sdoppiamento.

E catartico: per la prima volta in tanti anni, non ho paura. Sotto il palco, ascoltando David Gray attaccare con "Babylon" due ore di emozioni e poesia, ho sentito di potercela fare, ma ho anche capito che non posso più nascondermi e nascondere certe cose. Ma ho anche capito di non poter cambiare da una sera all'altra: rimango la solita vecchia zia, con pregi e difetti, più brava a scrivere e parlare. Quindi non prendetevela se leggendo queste righe, vi sembra ingiusto che io non vi abbia detto certe cose a voce. Sapete che non ci sarei riuscita, le parole sarebbero morte in gola. Forse un giorno troverò il modo per dirle e non saranno meno oneste di quelle che avete appena finito di leggere sul vostro monitor.

Tuesday, 18 March 2008

Le vite degli altri

7 del mattino di molte lune fa: abitavo ancora in Borgo Vittoria e tutte le mattine ero lì, in piedi, alla fermata di Via Breglio del 10. Cercavo sempre di infilarmi verso il fondo, il più delle volte in piedi, visto che fra studenti, impiegati e commesse, posti a sedere non ce n'erano molti.
Premevo il tasto play del walkman e aprivo il romanzo di turno: non so bene il motivo, ma mi è sempre sembrato che Tolstoj fosse più bello se accompagnato dalla voce di Fabrizio De André o dal basso di Paul Simonon.
Certe mattine però, quando la cartella mi spingeva verso il basso, Tolstoj rimaneva a casa e a me non restava che guardare le persone intorno a me. All'inizio era solo un modo per combattere la noia del traffico, in un tempo in cui i giornali gratuiti e il sudoku non erano ancora arrivati dalle nostre parti.
Con il tempo mi sono affezionata a questo piccolo hobby: anche se non sono mai stata un granché a capire le persone al primo sguardo, ciò non toglie che non c'è nulla che mi piaccia tanto quanto perdermi nel mio piccolo mondo di storie inventate e cucite addosso a ignari pendolari. Studenti e commesse, impiegati e muratori. Sguardi spenti, sbadigli mal celati, occhi in tempesta, visi tesi, apatia e curiosita' tutto intorno a me.
Avessi vinto la mia timidezza, allora non mi sarei fatta problemi a iniziare a fare domande: chi siete? Cosa fate? Amate? Siete amati? Siete felici? O almeno contenti?
Raccontatemi una storia, raccontatemi la vostra storia.
Non sono mai stata particolarmente coraggiosa però, così le domande sono sempre morte in gola e tutte le facce che mi sono passate accanto sono rimaste un piccolo campionario che sembrava essere lì apposta per me, perché io potessi dare libero sfogo alla mia fantasia e creare delle storie. Un campionario che ha continuato, nel corso degli anni, a crescere ed espandersi.

Oggi, sul treno, accanto a me c'era Ruby. Ora, non so se si chiami Ruby per davvero, ma ho deciso così la prima volta che l'ho vista e non vedo chi possa darmi torto: Ruby non potrebbe chiamarsi in altro modo, visto che ha i capelli rossi; lunghi e ondulati capelli rosso mogano, tenuti legati da un elastico rosso. Ricadono su un cappotto rosso che fa pendant con lo zaino rosso e le scarpe da ginnastica, rosse pure loro. Come rosse erano le crocks che indossava quest'estate. Forse è sbucata da un catalogo della Pantone, ma in mezzo a un mare di pendolari vestiti in tonalità che variano dal grigio smog al grigio fumo di Londra, Ruby risalta, non si può non notare. Ruby prende il treno tutti i giorni con me. Andata e ritorno, cinque giorni a settimana, per novi mesi è salita e scesa dal treno alle mie stesse fermate. Ce ne sarebbe da scrivere un romanzo, solo che non mi riesce. Ruby la rossa si sta dimostrando un discreto muro di dubbi e quesiti irrisolti. Non riesco a decidere nella mia testa che vita disegnarli addosso, perché nonostante il colore così allegro e caldo, Ruby è chiusa e fredda. Non traspare nessuna emozione dal suo viso, nemmeno un po' di fastidio perché dall'altra parte del vagone c'è la solita ragazza con l'iPod alle orecchie che continua ad osservarla.

Posso invece, raccontare molto di più su Simon: Simon scende dal treno che prendo per andare al lavoro, scende sempre dallo stesso vagone, e non riesco a incrociare lo sguardo per più di 5 secondi ogni mattina. Quei cinque secondi sono però stati sufficienti per decidere che Simon, il cui vero nome probabilmente non è Simon, è un immigrato irlandese che lavora come elettricista. Nella borsa di plastica della Tesco o di Sainsburys c'è un panino, della frutta e un sacchetto di patatine. A volte, se la sera prima è avanzato qualcosa, può succedere che sua moglie Laura gli prepari un po' di roastbeef con patate arrosto da portare al lavoro. Vivono a Clapham da sempre, da prima che diventasse un posto da fighetti e pendolari. Hanno due figli, sono una famiglia unita.

La stessa cosa non si può dire della famiglia di Annie, che sale a Walton-on-Thames, e ha sempre uno sguardo triste e dimesso. Si sente sola, i figli ormai hanno le loro vite e non chiamano neppure così spesso. Il marito, beh, per il marito è come se lei fosse trasparente. Ogni mattina Annie si alza, si prepara, prende il treno e pensa con terrore alla pensione che si avvicina sempre di più, perché non sa chi potrà tenerle compagnia nel momento in cui smetterà di andare al lavoro.

Jane invece questi problemi non se li pone: è felice, ha un lavoro nuovo e un appuntamento con Andrew, quel ragazzo che ha conosciuto la scorsa settimana alla festa di compleanno di Marla. Beve il suo caffè e pensa che sì, la vita è bella.

Perché questo post inconcludente? Perché stasera, leggendo un messaggio di un signore del mattino che non conosco di persona, ho pensato a tutte le persone che mi stanno accanto e che non conosco: mi è sembrato che se non avessi dedicato a queste persone anche una sola riga, sarebbero prima o poi scomparse dalla mia memoria.
Nono so dove mi porterà la vita nei prossimi mesi o anni, ma queste poche righe mi faranno sempre ripensare a Ruby. E agli altri.

Friday, 14 March 2008

I went the distance

Fino a un po' di tempo fa non mi piaceva molto correre. Il motivo principale era semplice: ero un brocco.
Completamente negata. O quantomeno incapace di capire i miei limiti. Le professoresse di ginnastica delle superiori erano un fulgido esempio di elasticità mentali e capacità didattiche. Credo che il loro ragionamento principale fosse "visto che io corro tot km in tot minuti, anche i miei allievi devono fare lo stesso e se non lo fanno è perché se sono pigri". Nessun accenno al fatto che bisogna imparare a riconoscere i segnali che ci manda il corpo, tanto meno al fatto che bisogna respirare bene.
Ulteriore motivo per non essere nostalgica dell'adolescenza.


Adesso qualcosa è cambiato: da sola o con la compagnia dei Pearl Jam sull'iPod, ogni tanto corro per il puro piacere di correre. Mi piace addirittura! Mi piace sentire che posso fare abbassare i battiti del cuore cambiando il respiro, mi piace sentire il cuore che va a sincrono con la musica e adoro gli ultimi 30 secondi di sprint, quando so che ormai sono alla fine e posso fare la sborona pure io!
Quando alla palestra dell'ufficio, hanno iniziato a fare pubblicità agli eventi per Sport Relief
, non ci ho nemmeno pensato per un secondo e mi sono iscritta. E ho pure comprato i calzini per la beneficenza, che sono pure colorati, proprio come piacciono a me.
Ho corso un miglio in dieci minuti tondi tondi. Non un grande tempo, ma è anche vero che sono andata alla fine di una giornata particolarmente dura al lavoro e, invece dei Pearl Jam, mi sono ascoltata Nina Simone, quindi il passo era molto più rilassato. Rimane una piccola soddisfazione, alla faccia di tutte le mie ex-profie che si credevano Paula Radcliffe.


E ora? Ora è tempo di prepararci a "Race for Life" e questa volta ho pure la mia pagina per la "sponsorship": eccola qua!
Non ho ancora capito del tutto la storia delle sponsorizzazioni per beneficenza, ma qui sono una pratica comune, e io chi sono per tirarmi indietro?
Non mi rimane che infilare le scarpe, ricaricare l'iPod e darmi da fare. Secondo voi, considerando che corro a luglio, quando spero faccia caldo e bello, ma con alle spalle 4 mesi circa di allenamento, ce la faccio a correre 5 km? E in quanto? Una pinta a chi si avvicina di più al tempo esatto.

Wednesday, 5 March 2008

Die Fälscher

Alle superiori il tedesco era una croce per me: ogni volta che Fraulein Calcagnile attaccava su tutti i lati con i suoi tank armati dativo, accusativo e genitivo, la sensazione era una sola. Il nulla. Non capivo un benemerito nulla. Ogni anno, ogni settembre, per cinque lunghissimi anni, ripassavo le stesse pagine di grammatica, cercando di, non dico capire, ma per lo meno memorizzare quello che serviva per portare a casa un bel voto.

Finite le superiori ero felicissima di lasciarmi il tedesco alle spalle; tuttavia, per qualche inspiegabile scherzo del destino, ho iniziato a capire il tedesco! Intendiamoci, Goethe non riesco (ancora) a leggerlo, ma tutte le parole, regole, espressioni che ho meccanicamente memorizzato, una volta allentata la tensione, si sono sedimentate tranquille e placide nel mio cervello: tutte le volte che sono stata in Germania, non ho mai dovuto ricorrere all'inglese nella vita di tutti i giorni e incredibile ma vero, con la giusta calma, e attenzione, riesco pure a guardare i film in tedesco.

Il destino, probabilmente come ricompensa per cinque anni di inferno ragioneristico, ha voluto ricompensarmi, mettendo sulla mia strada tutta una serie di film in lingua tedesca di tutto rispetto: da "Lola rennt" a "Das leben der Anderen" passando per "Goodbye, Lenin!".
Ieri sera ha voluto farmi un altro regalo: "Die Fälscher", il film austriaco di Stefan Ruzowitzky che ha vinto l'Oscar come migliore film straniero.

Non so se il film sia già uscito in Italia, ma vale il biglietto d'ingresso, anche un secondo.
Un film stupendo, ogni altro aggettivo è superfluo; un film onesto asciutto e appassionato, girato e interpretato con passione e il risultato è un'ora e mezza inchiodata davanti allo schermo. Le immagini, i colori, le musiche, i dialoghi e i silenzi rendono al meglio il dramma della storia. Il perno intorno al quale ruota tutto il film sono le scelte, scelte morali difficili ma inevitabili; fare una scelta è quello che tormenta tutti i prigionieri che si trovano coinvolti nell'Operazione Bernhard. Collaborare con i nazisti o sabotarli? Giocare a ping pong mentre oltre il muro della loro baracca i loro compagni vengono trucidati?
Cercare di salvarsi o ribellarsi?
Noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, possiamo pensare a questa come una decisione che probabilmente non dovremo mai prendere e che è relegata nella storia passata. Ma "Die Fälscher" mostra come questa sia stata ed è una scelta quotidiana per chi viene perseguitato.
Decidere non è facile, ma è ciò che ci rende profondamente umani. Per mia grande fortuna, non devo prendere decisioni tremende per ora (e spero di non doverlo mai fare!); per ora ho solo deciso di chiudere qui quest'articolo del post e guardare per una seconda volta il film.

Saturday, 1 March 2008

Pendolari del sofà

Circa un mese fa sono entrata nella biblioteca di Surbiton in fretta e furia: cinque minuti alla chiusura, e dovevo restituire i libri in scadenza e possibilmente trovare qualcosa da leggere sul mio pendolarisssimo treno il mattino dopo.
Ovviamente, il limitato numero di minuti a mia disposizione per scegliere hanno mandato in corto circuito il mio sistema monosinaptico. Non mi veniva in mente nulla: non un titolo, non un autore, nulla che mi fossi ripromessa di prendere in prestito.
Mentre camminavo veloce fra gli scaffali, l'occhio è caduto su un libro nella sezione "appena arrivati": il titolo in un carattere che ricorda molto una bibita, tutto intorno piccole figure che ricordano un videogioco anni Ottanta. Ho deciso di tentare, afferrato il libro e sono andata veloce al bancone, dove la bibliotecaria mi aspettava con uno sguardo un po' risentito.
Uscita dalla biblioteca, sono tornata a casa e mentre la pasta cuoceva ho preso il libro dalla borsa e controllato il titolo. E l'autore.
A quanto pare avevo appena preso "Then we came to the end" di Joshua Ferris.
Ambientato in un'agenzia pubblicitaria di Chicago in profonda crisi, segue le vicende dei vari impiegati, che giostrano le grandi tragedie della vita e le piccole stupidaggini del lavoro di tutti i giorni, mentre la paranoia su chi verrà licenziato aumenta ogni giorno di più. Probabilmente non un capolavoro, ma una buona opera prima. E' un romanzo crudele ma sincero, divertente ma anche malinconico. Il modo onesto, a volte brutale, con cui descrive le dinamiche che animano la vita di un ufficio, toccano certe corde dell'animo: tanti, troppi punti in comune con la mia quotidianità, con gli uffici in cui ho "vissuto", non potevo che esserne affascinata.
Due settimane fa, ho scoperto per puro caso che Joshua Ferris avrebbe partecipato al London Word Festival. Ovviamente non potevo lasciarmi sfuggire l'occiasione, quindi ho deciso di prendere un biglietto e giovedì sera, insieme a Benedetta, ho attraversato tutta Londra, fino al Bardens Boudoir di Stoke Newington per il reading, con veloce ma gustosa tappa intermedia per un kebab e coca cola, necessari per evitare i morsi della fame e aumentare il livello di caffeina.
Oltre a Joshua Ferris, al reading hanno partecipato altri 2 giovani scrittori: Richard Milward ha letto due brani tratti dal suo libro "Apples", ma non mi ha entusiasmato per nulla, troppo furbetto; Joe Dunthorn ha letto il primo capitolo di "Submarine", che andrò a prendere in biblioteca il prossimo lunedì, perché si è rivelata una piacevole e divertente sorpresa.

E' stata una serata interessante, a tratti pure divertente, specie quando Joe Dunthorn ha letto e Joshua Ferris ha risposto alle domande. Ha un senso dell'umorismo molto asciutto e sarcastico, ed sono rimasta sorpresa dalla sua capacità di rispondere ad alcune delle domande più stupide che io abbia mai dovuto sentire, di quelle talmente stupide che non puoi fare a meno di vergognarti al posto di chi l'ha poste.
Nel complesso però, sono tornata a casa con una fastidiosa impressione di non-appartenenza. Appena ci siamo sedute (dopo aver recuperato una pinta di sidro a testa: faceva caldo nel locale e dovevamo combattere la perdita di liquidi), mi sono guardata intorno e il pensiero che mi è balenato immediatamente in testa è stato: "Che ci faccio qua? Questo non è il mio mondo".
La sensazione di estraneità si è trasformata in profondo fastidio quando il presentatore ha avuto la sfortunata idea di dire che anche lui capisce il problema dei pendolari, perché, in quanto freelance, ogni mattina lui fa il pendolare dal letto al sofà. Normalmente avrei sorriso, pensando che per uno che fa il freelance in campo letterario, c'è da aspettarsi battute un po' più divertenti, o quantomeno interessanti. Ma ero stanca e avevo finito il sidro, quindi l'ho presa come un'aperta presa per i fondelli.
Non era una questione d'età o nazionalità, era la sensazione di vivere in due mondi paralleli destinati a non incontrarsi: per un romanzo è ambientato in un ufficio, mi sarei aspettata che, alla domanda "chi di voi lavora in un ufficio?", si alzassero più mani. D'altro canto, a guardare il livello di rilassatezza delle persone intorno e come parlassero di tirare mattino per andare a fare colazione in questo nuovo fantastico cafè, era facile capire come la loro tranquillità fosse foraggiata da mamma e papà ed evidentemente qualunque lavoro svolgano, non li obbliga a presentarsi in ufficio entro le 9 e mezzo di mattina.
Queste domande hanno continuato a fare capolino fra i miei pensieri, mentre prendevo il treno per tornare a casa. Il problema alla fine ha proprio a che fare con l'appartenere o meno a qualche mondo. A Torino mi capitava di sentirmi un pesce fuor d'acqua, ma la frequenza è aumentata da quando mi sono trasferita qua a Londra: sarà perché ci sono più possibilità di incontrare persone differenti ed è più difficile trovare persone con punti in comune? Il più delle volte è una sensazione positiva, quasi esilarante: sento di imparare qualcosa di nuovo anche solo guardando le persone intorno a me, mi sembra davvero di vivere con un orizzonte davvero infinito davanti a me.
Giovedì sera, però, per la prima volta in molti mesi, sono tornata a casa con l'idea che le persone intorno a me non avessero fatto altro che limitare i miei orizzonti e non mi avessero lasciato nulla in cambio.