Monday, 14 April 2008

Doctor Who? Doctor Who!

La scorsa estate, appena iniziato il nuovo lavoro, il mio collega Ram aveva deciso di mettermi al corrente di tutto ciò che dovevo sapere sui miei colleghi.
Eravamo seduti fuori, in uno dei rari pomeriggi di sole: io bevevo il mio tè con latte, mentre lui mi raccontava vita, morte e miracoli di tutti quelli che mi erano seduti accanto. Stava cercando di descrivere un ex-collega, e questa è la conversazione che ne è venuta fuori:

Ram: Well, you see, he's just a bit of a Dalek.
zia Virgi: A Dalek?
Ram: Yeah, ya know, just like the Doc-tor's Dalek.
zia Virgi: The Doctor? Who?
Ram: Right! Doc-tor Who's Dalek!
zia Virgi: Who?! What's Doctor Who? Can you eat it?
Ram: You mean, you don't know who's Doc-tor Who???
zia Virgi (feeling quite annoyed by now): No, I don't. Is it bad?

Ram sgranò gli occhi, pensando volessi davvero prenderlo in giro, ma poi fu gentile abbastanza da spiegarmi di cosa stesse parlando, vale a dire di (pensa te che strano) "Doctor Who", una serie televisiva di fantascienza prodotta dalla BBC, la serie televisiva di fantascienza più longeva della storia (più di un quarto di secolo) a voler essere pistini.

Il protagonista è ovviamente Doctor Who, anzi "Doc-tor" pronunciato con il giusto pathos: è un signore del tempo che viaggia nel tempo e nello spazio a bordo del Tardis, la sua navicella, che per un guasto ha la forma invariabile di una cabina telefonica della polizia degli anni Cinquanta.
La serie è veramente famosa e popolare qui in Inghilterra, ci sono riviste, ogni tipo di merchandise e ha avuto e ha ancora una forte influenza sulla cultura popolare britannica.
Quasi un'ossessione collettiva, registra sempre ascolti molto alti e, dopo il tempo, è il mio argomento salvagente quando devo chiacchierare con qualche inglese: anche il più flemmatico e taciturno risorge a nuova vita se gli chiedi qual è il suo dottore preferito fra i dieci che ci sono stati finora. Allons-y, come direbbe il doctor, iniziano e sembrano non volersi fermare più.
Tanto era l'entusiasmo di Ram, che mi sembrava impossibile non concedergli il beneficio del dubbio e guardarne una puntata. Cosa che ho fatto, e mentre scorrevano i titoli di coda, l'unico pensiero che sono riuscita a formulare è stato: "Eh!?!"
Premetto che non sono esattamente un'appassionata di fantascienza. Sì, mi piace la trilogia di "Star Wars" (la prima, quella originale), ma non sono presa dal bisogno spasmodico di guardare ogni film di fantascienza e non sono mai riuscita a vedere fino alla fine "2001 Odissea nello spazio", anche se credo abbia più a che fare con il fatto che Kubrick di suo mi fa venire sonno che con i film di fantascienza in generale.
L'idea che mi sono fatta dopo aver visto quel primo episodio è che non fosse poi un granché: la trama mi era sembrata debole e gli effetti speciali atroci. Non so perché, ma credevo che in una serie della BBC gli effetti speciali fossero di un certo livello, mentre gli effetti speciali sonori e visivi sono rimasti più o meno gli stessi degli anni Sessanta, un "vorrei ma non posso" Independence Day incontra i Power Rangers. Anche quando usano il computer per gli effetti speciali, i risultati sono unici, come gli "Adiposi", gli alieni cattivi di uno dei nuovi episodi.
Humour inglese ovviamente, ma alla fine nulla di così eccezionale che mi facesse gridare al capolavoro. Proprio non capivo tutto l'interesse dei media e della gente.
Però, però, però.. Non è eccezionale, questo è vero, ma non pretende nemmeno di passare per qualcosa che non è. Non si prende troppo sul serio. Nel corso di tutte le serie c'è stato un ricambio continuo di personaggio, con arrivi e partenze. Nessun tentativo di sviluppare storie complesse e inverosimili alla "lost" o ipotesi di complotto alla X-Files, cose che possono funzionare per una stagione, ma dopo un anno o due stancano. Non è un capolavoro, ma ha il potere di fare tornare anche gli adulti più granitici bambini.
Nel corso di questi ultimi mesi posso dire che non ho solo imparato cos'è un
Dalek, ho anche compreso il fascino discreto del dottore.
Non si può spiegare altrimenti il fatto che di sabato sera, nel bel mezzo di Finchley Road, sia stata colta da apprensione e tristezza, quando mi sono resa conto che avrei perso il nuovo episodio della serie. Nulla di grave: danno la replica la domenica sera.
(Secondo voi che ho fatto ieri sera?)

Thursday, 10 April 2008

Carote, occhiali e torte

Da bambina la mia verdura preferita in assoluto erano le carote, mia nonna mi diceva sempre: "E' un bene che ti piacciano le carote: se mangi le carote, ti vengono gli occhi belli".
Quando, a otto anni, ho inforcato per la prima volta un paio di occhiali, ho chiesto a mia nonna come mai dovevo metterli, visto che comunque mangiavo le carote. E nonna Ida: "Ti vengono gli occhi belli con le carote, mica sani". Pragmatismo piemontese, suppongo.
Gli anni sono passati e sento la mancanza di nonna Ida ogni giorno; gli occhiali sono rimasti, ma sono decisamente più belli di quell'obbrobrio in plastica color verde acqua che portavo a otto anni; anche gli occhi sono diventati belli (tranne nelle mattine dopo una bevuta un po' troppo, ehm, corposa).
E le carote? Ebbene sì, anche l'amore per le carote è immutato: il modo migliore per gustarle per me rimane sgranocchiarle rumorosamente alla Bugs Bunny. Specie se lei hai tirate su dall'orto dieci minuti prima, pulite e passate sotto l'acqua gelida del ruscello in montagna... una pacchia!
Al momento vivo in un posto senza orto e senza ruscello montano, quindi il massimo che posso fare è comprarle al mercato e passarle sotto l'acqua del rubinetto. Il giorno in cui mi scoprirò intenta a comprare quelle già pulite e tagliate, capirò che è giunto il momento di prendere e andare vai Purtroppo ogni tanto mi capitano fra le mani delle carote che non sono carote. Come quelle che ho comprato qualche settimana fa da Sainsbury's. Belle, bellissime, con ancora il verde attaccato, "so organic" come recitava l'etichetta, ché da queste parti l'organico è di moda. Gonza come non poche, sono cascata nel tranello e, quando ho azzannato la carota a casa a cena, mi è sembrato che mi avessero tappezzato il palato di cartone.
Così ho ripiegato su un utilizzo diverso per queste carote. Questo qua:


Sunday morning, I baked my own breakfast
Torta di carote!
Ho recuperato quella specie di vaso di pandora che è il mio ricettario, pomposa definizione per un raccoglitore ad anelli dove pagine di vecchie agende e ritagli di giornale sono stati abbandonati in attesa del giorno in cui mi deciderò a ordinare il tutto. Fra le varie ricette, mi ricordavo di avere una ricetta per la torta di carote e dopo un po' sono riuscita a trovarla. Ovviamente, fra il caos di fogli e foglietti e la mia calligrafia a zampe di gallina, mi sono accorta solo dopo aver iniziato di aver solo la prima parte della ricetta, perché nella seconda pagina c'era la ricetta dei peperoni ripieni al tofu. In più la glassa non è esattamente una glassa: è la crema al cioccolato che nonna Ida preparava da mettere in mezzo al ciambellone, quando si accorgeva, anche lei all'ultimo minuto, che mio nonno aveva spazzolato tutta la nutella e aveva rimesso il barattolo vuoto nella credenza.
E visto che mi è stata richiesta, ecco la ricetta:


Ingredienti:
Per la torta:


400 gr carote
300 gr farina
280 gr zucchero di canna
4 uova
1 cucchiaio di olio evo
1 bustina di lievito per dolci
5 cucchiai di semi di papavero (a occhio)
sale

Per la crema-glassa:


100 gr zucchero semolato
50 gr cacao amaro in polvere
50 gr burro a temperatura ambiente
10 cl latte

Preparazione:


Preriscaldo il forno a 180°.
Frullo nel mixer le carote, le uova, l'olio e un pizzico di sale. Verso il composto in una terrina e aggiungo lo zucchero.
Aggiungo un po' alla volta la farina setacciata col lievito e i semi di papavero.
Verso il composto una tortiera da 24 cm dai bordi alti (niente burro o carta forno da quando ho scoperto gli stampi in silicone) e ci verso dentro l'impasto. Faccio cuocere per circa 40 minuti (prova stecchino docet).
Faccio cuocere a fuoco bassissimo tutti gli ingredienti per la glassa, mescolando bene. Quando la crema è bella corposa la tolgo dal fuoco e la spalmo sopra la torta.
Il mattino dopo taglio e mangio.

Wednesday, 9 April 2008

Tibet, Cina e mind-mapping

La politica è di sicuro un argomento molto interessante, ma del quale non amo molto discutere. Ogni discussione di politica, interna o estera che sia, mi lascia soltanto la triste e amara sensazione di non averne cavato nulla, se non un mal di testa di notevoli dimensioni e un deciso aumento del livello di acidità e bile.
Se non bastassero le elezioni italiane a chiudermi lo stomaco per la nausea, in questi giorni si parla molto di Tibet. Aver studiato cinese e aver vissuto in Cina fa sì che quando se ne parla al lavoro, la gente, i colleghi si rivolgano a me come a una persona con delle opinioni e posizioni ben definite, pro e contro, bianco e nero chiari e delimitati. Al che, la mia risposta, "Well, it's a bit complicated: I'm not so sure I have a final opinion on the subject", li lascia confusi, se non delusi. La cosa capita spesso, quando si decide per la linea dell'onestà. E sono onesta quando dico che non so cosa pensare.
Mi piacerebbe potere avere un’opinione chiara e completa a riguardo del Tibet, come su molti altri argomenti. Invidio chi possiede tale sicurezza, chi ha una simile trasparenza di pensiero e riesce a esprimere il tutto con parole altrettanto chiare. Li invidio, perché mi sembra che io non riuscirò mai ad avere una simile sicurezza. Io ho solo un groviglio di idee , a volte in contraddizione fra di loro e i miei tentativi di mettere giù su carta i miei pensieri, per poter così trovare il bandolo della matassa non hanno mai avuto molto successo.
Qualche sera fa, ho deciso di concedermi un ulteriore tentativo; ho provato a mettere su carta i miei pensieri per cercare di capire se avevo un’opinione almeno parziale a riguardo.
Il risultato è qua sotto:


Ora, potrei passare le prossime righe a spiegarvene il significato, anzi, penso proprio che lo farò, ma a meno non siate alla disperata ricerca di un rimedio contro l’insonnia, potete anche saltere le prossime righe fino alla fine della spiegazione.


-Inizio del blateramento-
Allora, da dove iniziare? Ci sono tanti elementi da tenere in conto quando si parla della questione tibetana. In primo luogo la storia. A sentire gli attivisti pro-Tibet, il Tibet era una landa di beatitudine e persone sorridenti, lo Shangrila, fino a quando i cinesi, comunisti e feroci, sono arrivati a portare il medioevo e la barbaria in Tibet. A dare ascolto ai cinesi invece, il Tibet è sempre stato considerato territorio cinese nel corso dei millenni e solo l'intervento dell'esercito popolare ha riportato pace e prosperita' a questa terra.
Dov'è la verita'? Da tutte e due le parti, perchè la storia è facilmente malleabile ed è facile far apparire un dato evento sotto più luci differenti fra di loro. 
Il Tibet governato dai dalai lama non era un paradiso in terra: forse abbiamo visto troppo "Kundun" e passato troppi anni in Tibet con Brad Pitt, o forse la storia tibetana non è uno degli argomenti di conversazione più quotati, ma una semplice ricerca su internet (restringendo il campo a siti apolitici) o un buon libro di storia sono più che sufficienti per scoprire un paese arretrato, asservito agli abati dei grandi monasteri, dove punizioni corporali pubbliche erano all'ordine del giorno, e la gente viveva asservita e in miseria. Quando i cinesi sono arrivati, poi non hanno di sicuro usato il guanto di velluto, nemmeno per nascondere il pugno di ferro, e nel corso degli anni i metodi non sono migliorati molto.
La cosa che mi lascia più perplessa nei manifestanti pro-Tibet è forse il loro slogan, "FREE TIBET": cosa intendono per "FREE"? Libero, da cosa e da chi? Lo trovo irritante perchè è generico e, perdonate il francesismo, paraculo. Dice e non dice.
Libero nel senso di indipendente? Nemmeno il Dalai Lama chiede più l'indipendenza del Tibet, bensì una più ampia forma di autonomia, credo che a lui possiamo concedere il beneficio del dubbio: considerando lui è stato quello costretto alla firma degli accordi con i cinesi sulla "pacifica liberazione del Tibet", probabilmente qualcosa in più di noi lo capisce. O forse va bene ascoltarlo solo quando rilascia interviste sui suoi libri, ma poi sulla politica tibetana no, tanto se non l'ascoltano i cinesi, perchè dovremmo ascoltarlo noi?
Allora libero come autonomo? Allora perchè non ci sono cartelli inneggianti a "FREE Xinjiang" accanto a quelli per il Tibet? Ah, sara' mica perchè da quelle parti sono musulmani e non monaci sorridenti, vero? 
Forse liberi nel senso più ampio e universale del termine: riconoscere il loro diritto alla liberta' di pensiero, opinione e religione. 
Ah. Ecco. Solo i tibetani? Le minoranze Miao e Mancesi, Naxi e Mongoli e tutte le altre, no? E la liberta' dei cinesi? 
Il che mi fa saltare di palo in frasca alla seconda considerazione: la Repubblica Popolare Cinese è una dittatura, non una democrazia. A guardare la storia cinese, dalle sue origini al '49, di democrazia non se ne è vista molta. Il termine stesso, 人民, è un prestito linguistico: venne "importato" dagli studenti cinesi che avevano studiato in Giappone. E' un concetto filosofico occidentale, ci appartiene e pur appartenendoci non abbiamo ancora finito di ragionare sul suo reale significato. Il pensiero filosofico cinese non contempla l'idea della "democrazia" e i cinesi di oggi non solo non hanno mai assaporato la democrazia, ma non ne hanno nemmeno una remota memoria storica; è un popolo enorme, un miliardo e passa di persone, la maggioranza delle quali vive in condizioni tremende nelle campagne, e che probabilmente ai discorsi sulla democrazia e i diritti  preferirebbero un miglioramento immediato delle condizioni di vita. Forse, dopo un primo assaggio di liberta' e democrazia, anche i contadini dello Hunan cambierebbero idee, ma ho il triste sospetto che questa sia un'idea che solo chi ha sempre avuto lo stomaco pieno può concepire.
L'idea di boicottare i Giochi per convincere la Cina ad allargare le sue vedute su democrazia e diritti civili mi pare ingenua e anche un po' ipocrita. Ancora non capisco poi perché nessun giornalista, opinionista o attivista si limiti al boicottaggio delle Olimpiadi, e non della Cina e dei suoi prodotti. Le nostre economie sono troppo collegate da poter fare a meno una delle altre, anche se forse la bilancia pende più a favore dei cinesi. Alzate gli occhi dallo schermo del computer e guardatevi attorno: è probabile che il 70% delle cose che avete in casa, dalla televisione agli occhiali passando per i vestiti e la macchina fotografica, sono prodotte in Cina. Come lo schermo su cui state leggendomi in questo momento. Riusciremmo a vivere senza tutto questo? Non solo durante il boicottaggio, ma anche dopo un eventuale successo del boicottaggio: una democrazia non può certo accettare che i propri cittadini si trovino a lavorare in condizioni come quelle del 95% delle fabbriche cinesi, e allora chi produrrà a un dollaro le cose che noi paghiamo quaranta dollari? Chi assicurerà lo stesso margine di guadagno?
Che fare allora? Li invadiamo e portiamo loro la democrazia? Per quanto pratica comune fra le nostre civili democrazie occidentali, credo sia applicabile solo a paesi con un sistema difensivo obsoleto, un esercito mal organizzato e privi di bomba atomica.
Lo stesso fatto che tutti i problemi i governi occidentali stanno affrontando per bilanciare i diritti umani con il tentativo di non offendere la Cina, vuol dire che nemmeno la nostra considerazione della democrazia è così alta come amiamo pensare.
-Fine del blateramento-


Sono circa due settimane che sto cercando di finire questo post: iniziavo a scrivere su pezzi di carta, scontrini del supermercato, post-it ogni minima idea, frase o parola che mi balenava in mente. Casa mia e la mia scrivania in ufficio sono ormai state invase da queste note sparse. Oggi le ho raccolte tutte quante, per scrivere quello che appare nelle righe precedenti. Con una tazza fumante di tè alla menta piperita, seduta davanti al portatile a osservare lo schermo e l’ammasso disordinato di foglietti sparsi su tutto il tavolo, credo di essere arrivata improvvisamente e inaspettatamente al nocciolo del mio problema nel formare un’opinione completa a riguardo del Tibet (e a riguardo di molti altri problemi), e questo nocciolo si può addirittura riassumere in una parola sola: dicotomia. Ciò che mi crea problemi è il contrasto fra la parte idealista di me che aspira a grandi ideali e la parte cinica radicata alla vita reale di tutti i giorni.
Una parte vive e si ciba di idee grandi ed elevate: un mondo utopico, alimentato da pace e giustizia, dove non esiste la gente, intesa come massa di caproni egoisti pronti a seguire il primo “uomo forte” che capita, ma un insieme di uomini e donne che sanno decidere liberamente e fare la cosa giusta.
In questo mondo perfetto, il premio Nobel per la pace non viene più assegnato, a che pro d’altronde? Di guerre non ce ne sono più, dato che sono state tutte risolte grazie alla diplomazia, e la pace è arrivata per gli uomini di buona e pessima volontà. I diritti dell’uomo sono rispettati ovunque e da chiunque e non esistono crisi umanitarie irrisolvibili. Niente profughi, niente carestie o pestilenze.
Abbiamo tappato il buco dell’ozono spedendo in orbita Giuliano Ferrara. Oh, e il Toro ha vinto e continua a vincere sia campionato che Champions League senza problemi e a saccagnare i gobbi a ogni derby.
Un mondo ideale, per l’appunto. Un mondo a cui aspirare e che, temo, non raggiungerò mai.
Perché poi mi guardo intorno, leggo i giornali, guardo la televisione e il peso dell’attualità mi precipita addosso e travolge come una slavina di pessimismo. Come posso pensare che esistano soluzioni a certi problemi? Vengo colta dalla sensazione desolante che nulla di quello che potrei fare sarà mai abbastanza e che sono solo una pedina nelle mani di giocatori senza scrupoli. Gli interessi in gioco sono così grandi che schiacciano i sogni.
A voler essere del tutto sincera, non sono solo gli interessi politici e i grandi poteri economici che regolano la nostra vita a infossare i nostri sogni. Anche noi ci mettiamo del nostro: dopo un po’ ci stanchiamo di “cambiare il mondo” e vogliamo tornare alla vita di tutti i giorni, con i nostri piccoli ma grandi problemi.
C’è da pulire la cantina, il gatto deve essere vaccinato, il c.v. va rimesso in ordine prima di spedirlo per quell’offerta di lavoro. Ci vuole anche meno per far scivolare nel dimenticatoio la Birmania, la Sierra Leone o la Papua nuova guinea. o una delle tante guerre e dittature che dalla prima pagina scivolano inarrestabili giù giù fino in fondo, ad occupare un trafiletto di pagina 20.
Anche nel caso del Tibet mi sembra la storia si stia ripetendo: tanta indignazione e moltissime proteste finora. Dato che si tratta della Cina e ci sono le olimpiadi, l’ondata di protesta durerà probabilmente più a lungo. Relativamente parlando. Si trascinerà per tutta l’estate e, alla chiusura dei giochi, beh, nulla la terrà più a galla nelle prime pagine.
Non sono ancora arrivata a una conclusione definitiva sul Tibet, e più leggo e cerco di informarmi, più mi sembra di non arrivare a una conclusione. Forse non ci arriverò mai, ma almeno ho una visione più chiara di quello che sono: non è esaltante ammettere di essere diventata più cinica di quanto immaginassi. 
"Sono riusciti a cambiarci, ci son riusciti, lo sai". La cosa positiva è che il lato idealista è ancora in buona salute e non mi resta che mantenerlo in equilibrio con il cinismo.

Friday, 4 April 2008

Evitando le buche più dure

C’è qualcosa che mi ha sempre stregato in momenti come quello che sto vivendo ora: so che mi immaginate seduta nella cucina di casa, nella tranquilla Surbiton, intenta a controllare che nessun errore ortografico o grammaticale sia sfuggito dalla tastiera, ma non è così; in questo preciso istante sono seduta su una poltroncina dell’aeroporto di Oulu, probabilmente uno degli aeroporti in lizza per il premio “aeroporto più tranquillo della storia dell’aviazione”. Guardando fuori le sue enormi vetrate sembra di trovarsi nel deserto dei Tartari: un enorme distesa di nulla, intervallato da un nulla più "verde" di betulle, dove non succede nulla di nulla.
Non sto scrivendo sul portatile ma sto usando una bic nera, che traccia stanghette e cerchi sulle pagine di un quaderno regalatomi da Francesca.
Viaggiare è una delle cose che mi piace di più; per lavoro o per turismo, l’idea di prendere una valigia, riempirla con una parte della mia vita per andare incontro a una parte nuova, ha sempre avuto un forte fascino su di me. Sin da piccola, ogni volta che riempio una valigia mi salgono agli occhi due lacrimucce. "
Ch'it ses fòla
", come mi avrebbe potuto dire mio nonno
.
Il più delle volte ricaccio indietro le lacrime, dandomi mentalmente della stupida. Altre volte rimangono lì, ad asciugarsi da sole, mentre rido di me stessa. Colpa della malinconia: ce n’è sempre un po’ a farmi compagnia quando si tratta di partire. Finisco sempre per essere più indulgente del solito quando lascio qualcosa (o qualcuno) alle spalle: me ne sto andando via e una dolce tristezza mi offusca la vista, così non vedo più in maniera chiara tutti i lati negativi che fino a pochi minuti prima mi infastidivano in un luogo o in una situazione, e che certamente mi ricorderò una volta arrivata a destinazione
Il mio mezzo di trasporto preferito è il treno, nonostante tutto l’impegno che le Ferrovie Italiane hanno profuso nel corso degli anni per farmelo odiare. L’aereo è il secondo. Quello che mi piace è la comodità. Non necessariamente comodità intesa come poltrone confortevoli, cuccette riscaldate o cibo decente, anche perché basta un volo intercontinentale in economy con la Lufthansa o un viaggio notturno verso lo Shanxi su un treno regionale cinese per rivalutare il concetto di “comodità” da una nuova prospettiva. No, quello che amo è la loro comodità mentale: non devo fare nulla sul treno o sull’aereo, solo affidarmi completamente al guidatore o al pilota, sperando sappiano il fatto loro in situazioni d’emergenza, e poi tutto il tempo del viaggio è per me e soltanto per me. Sono completamente libera di scegliere cosa fare: ascoltare musica, chiacchierare con il vicino, leggere, scrivere, unire i puntini sulla Settimana Enigmistica, dormire, bere succo di pomodoro (un giorno scoprirò perché bevo succo di pomodoro solo in volo, ma non credo che quel giorno sia oggi), o non fare nulla, guardare fuori dal finestrino e lasciare i miei pensieri liberi di pascolare per il cervello.
E’ come se una volta entrata in aeroporto, spegnessi un enorme interruttore dentro la scatola cranica e smettessi di pensare come mio solito; allo stesso tempo i miei pensieri sono più liberi, meno condizionati dai doveri che ho quando non viaggio.
“Mi spiace, ma non posso pensare al lavoro, sono in viaggio”
“So che dovrei trovare una situazione, ma per le prossime 5 ore ho le mani completamente legate, perché sono in volo”.


Stacco il cervello per non riflettere su nulla, e allo stesso tempo le mie idee sono molto più reattive e libere.
Quando devo andare in qualche luogo, seguo sempre lo stesso ordine: se è vicino ci vado in treno, se è lontano in aereo, se è lontano ma non raggiungibile né in aereo né in treno, controllo i traghetti e solo all’ultimo ripiego sulla macchina. Nonostante tutti i problemi e ritardi che ci sono, mi sforzo di rimanere fedele alla mia piccola lista di scelte.
Nel corso degli ultimi anni, aeroporti e compagnie aeree hanno fatto di tutto per rendere i viaggi aerei più macchinosi, forse per giustificare uno dei tanti aumenti di prezzo dei biglietti. I controlli di sicurezza hanno raggiunto livelli di paranoia così elevati e complicati, che, quasi senza accorgersene siamo tutti influenzati dal sospetto e dalla paura che respiriamo, il che rende tetro un posto altrimenti molto luminoso. Ma nessuna nuova misura, caos agli imbarchi o problema con i bagagli può farmi amare di meno l’attesa al terminal, ovverosia la mia parte preferita dei viaggi aerei.
La sala d’attesa degli aeroporti è uno dei luoghi più affascinanti che conosca. So che esistono posti molto più belli, più poetici: questa poltroncina poco può rispetto alla sensazione che si prova sulla Grande Muraglia dopo essersi inerpicati su fino in cima, o l'emozione di un tramonto accanto a una persona che si ama.
Ma l’aria dell’aeroporto, così calma e frenetica allo stesso tempo, tocca le corde giuste del mio cuore.
L’aeroporto è come una sezione di un formicaio, dove si possono vedere tutte le formichine, con i loro ruoli diversi, all’opera.
L’aroma di caffè e cannella, mischiato a quello dei profumi in vendita al duty free e a quello di valigie nuove di fabbrica rende l’aria densa e pesante. Sarà per questo che la gente ha sempre la faccia un po’ addormentata in aeroporto?
Mi piace osservare l’umanità che mi cammina o corre accanto, dormicchia su sedie sempre troppo tristi e scomode, beve caffè imbevibili per combattere l’astinenza da nicotina. Ci sono gli uomini d’affari tutti uguali eppure così facilmente distinguibili fra di loro da piccoli particolari (camicie collo alto e cravatte dai colori sgargianti per i neo-cumenta milanesi, occhiali super tecnologici e calzini bianchi per i tedeschi, blackberry e maniche corte sempre e comunque per gli inglesi); ci sono i creativi, grafici e designer, tutti impegnati a sembrare degli straccioni con addosso capi da boutique; ci sono le famigliole che tornano dalle ferie, normalmente con qualche souvenir che stona nella visione totale del terminal, come strani cappelli in paglia, sculture in legno, ventagli o aquiloni. Ci sono i ragazzi in viaggio studio o i saccopelisti, che parlano solo ad alta voce e sembrano pronti a ridere per ogni minima cosa, ma che, come tutti gli altri, poco e male digeriscono i ritardi. Ci sono i nonni in viaggio per andare a trovare i nipoti magari appena nati, forse la mia categoria preferita in assoluto: la maggior parte è sorridente e pronta ad attaccare bottone. Uomini, donne, bambini, viaggiatori seriali, hostess e piloti: migliaia e migliaia di vite ogni giorno popolano e danno vita agli aeroporti, scorrono via senza incrociarsi mai, ma a volte si sfiorano, anche per una sola frazione di secondo.
Quando sono in aeroporto osservare gli altri rimane il mio passatempo preferito, seguito subito dopo dallo scrivere, e da una combinazione dei due. Lettere, pagine di diario, post per il blog, non scrivere sarebbe un tale spreco! Inizio a scrivere e come mi succede spesso non so di cosa scriverò, ma so anche che non sarà un problema, perché i profumi, i sapori, i volti delle persone intorno a me mi aiuteranno a dissipare la nebbia e le parole troveranno la via più giusta per loro per passare dal mio cuore alla punta della mia penna. Una strana frenesia si impadronisce di me e della mia mano: ho paura che la mia mano sarà vittima di spasmi orrendi se non scrivo qualcosa, qualsiasi cosa!
A volte mi sembra che non esistano parola per riuscire a esprimere appieno tutte le cose che provo nel mio cuore, mi sembra di essere nata con qualche limitazione neurologica: tutte queste idee e tutti questi pensieri, imprigionati nel cervello che però non posso, non riesco esprimere. Ogni volta che cerco le parole giuste, mi sembra che tutte abbiano disertato: i pensieri non evaporano, non scompaiono, sono qui, chiusi nella mia testa, ma non riescono a uscire e mi sembra a volte che l'aeroporto chiarisca alcune delle idee e serva ad aprire qualche porta in più per far uscire le mie idee. Che siano poi comprensibili è tutto un altro paio di maniche.
Un po' come questo post, che una volta copiato sul computer e riletto due volte di seguito, non mi sembra sia del tutto sensato. Un po' come chi l'ha scritto, d'altro canto.