Wednesday, 23 July 2008

golf, chef assassini e conduttori d'orchestra

Ci sono alcune cose che non cambiano, a qualunque latitudine mi trovi. Il che è un bene, perché è confortante avere dei punti fermi nella vita.
Con l’arrivo dell’estate, perché sì, arriva anche da queste parti (non solo! Sembra sia fermamente intenzionata a farmi compagnia per le prossime settimane), mi piace sapere che i punti fermi sono ancora lì dove li avevo lasciati.


La gente va in ferie e torna più abbronzata di me.
La gente non va in ferie e torna più abbronzata di me.


I Birkenstock rimangono i sandali più comodi che una persona possa mai immaginare.


La programmazione della TV in estate è sempre la stessa, al limite dell’orrido.
Mentre ero ferie a Torino, ho fatto in tempo a vedere uno di quei film di serie zeta catastrofici, accorgermi che davano le repliche di Forum e che canale5 aveva ripreso la programmazione di tutti i film di Rosamunde Pilcher.


Non che in Inghilterra le cose siano così diverse. Niente Rosamunde, ma tanti film vecchi, nulla oltre il 1970 credo. Ah, ovviamente la signora Fletcher regna sovrana.
I punti più alti della programmazione sono forse “Bonekickers” e “Marco’s Great British Feast”.
Bonekickers, ovvero l’archeologia al limite del ridicolo (anche se non credo sia lo slogan scelto dalla BBC) è una serie televisiva che narra delle avventure di un gruppo di archeologi: uno dei protagonisti si chiama Dolly Parton e ha un cappello alla Indiana Jones; scavano buche e puliscono anfore romane con uno spazzolino da denti, e i dialoghi... beh i dialoghi sono un’offesa all’intelletto il più delle volte. Gli sceneggiatori hanno trattato la storia e l’archeologia un po’ come i politici italiani trattano la cosa pubblica.
“Marco’s Great British Feast” invece è un programma di cucina che segue i tentativi di Marco Pierre White (più uno psicopatico che uno chef) di ricreare un banchetto con piatti tipicamente inglesi. Ora, a me piace il coniglio e non mi sono mai fatta troppi problemi quando da piccola in campagna vedevo mia nonna o mia zia tirare il collo alle galline, però, vedere quest’uomo imbracciare una carabina e prendere la mira con un ghigno maniacale e far fuori un coniglio, mi innervosisce: non so bene perché, ma credo potrebbe fare la stessa cosa con un cliente che si è lamentato troppo.


E che dire di un giorno intero con un canale BBC bloccato sull’Open di golf? Non trovo le parole per descrivere lo stato di noia in cui precipito alla sola idea che qualcosa di simile possa ripetersi a breve.
Tuttavia, ogni tanto, ci sono delle piccole grandi gemme. "The Culture Show" continua a essere uno dei miei appuntamenti preferiti. Senza dimeticare i BBC Proms: venerdì ho visto la serata d’inaugurazione, penso mi guarderò le prossime trasmissioni e, con un po’ di fortuna, riuscirò a procurarmi un biglietto per la serata Gershwin.
Avevo già visto i concerti l’anno scorso ed ero rimasta senza parole, non solo per il livello dei concerti trasmessi, ma anche per il semplice fatto che i concerti venissero trasmessi in prima serata! E’ raro vedere un concerto in prima serata in Italia, pressoché impossibile pensare a un’intera stagione concertistica di 8 settimane! Eppure la gente segue le trasmissioni sui Proms. Sono gli inglesi ad essere così diversi dagli italiani? O è la TV italiana che tratta i suoi telespettatori come dei caproni a cui non può interessare nulla che non sia scoprire i nomi delle prossime veline?

Sunday, 20 July 2008

a stroll in the park

Non ho voglia di scrivere un post con chissà quale profondo significato. In primo luogo perché non sono così convinta di essere in grado di farlo.
Inoltre, di tutti i giorni in cui decidessi di farlo, oggi non sarebbe il giorno migliore, visto che non ho ho fatto nulla che possa fornirmi spunti di riflessione.
Anzi non ho fatto nulla in generale.
Assolutamente nulla.
Beh, nulla tranne fare colazione a letto, rileggere un po' di Jane Austen, guardarmi una replica di "TopGear", e fare un bell'impacco di ghiaccio alla caviglia sinistra, che urlava vendetta e minacciava pesanti ritorsioni.


Sabato scorso, mentre aspettavo la mia valigia a Gatwick, un ragazzino non ha trovato nulla di meglio da fare che recuperare la sua valigia dal rullo bagagli e appoggiarla poco delicatamente sulla mia caviglia.
Risultato? Credo che il ragazzino abbia imparato qualche insulto nuovo (ooops!), ma in più di una lingua (per gentile concessione di Virgieducational). Io mi sono ritrovata con una caviglia grande come un melone. Perfetto, di tutte i giorni in cui posso farmi male, cosa non così difficile conoscendo il mio livello di goffaggine e imbranataggine, non potevo scegliere un momento migliore! A una settimana dalla Race for Life!


Una settimana di Lasonil, impacchi e tutore hanno aiutato. Ieri mattina, ho preparato tutto l'occorrente: maglietta ok, pantaloni ci sono, pettorina pure, calzini ci sono, scarpe... scarpe! mi sembrava di aver scordato qualcosa!

ready to go


Dopo un secondo e terzo controllo alla borsa, ho recuperato le chiavi di casa e via verso Londra: appuntamento con Benny, Reeya & Co. a Regent's Park per la corsa!
Non sono sicura sulle cifre, quindi non so quante donne abbiano preso parte alla corsa, ma mi sembra che la pettorina con il numero più alto che ho visto era un 4000 e qualcosa.
Sembrava dovesse far temporale fino a cinque minuti prima dell'inizio e poi, nella migliore delle tradizioni, il tempo inglese ha cambiato idea e no, niente pioggia ma un bel sole cocente. Ma chi sono io per lamentarmi?
Recuperata un po' di crema solare, attaccata la pettorina ed eccomi qua, pronta alla corsa!

La Race for Life è stata divertente: c'era gente di ogni tipo, donne di ogni età, chi camminava e chi correva, interi gruppi che arrivavano con le magliette uguali, mamme con bambine, amiche, mogli con il marito a lato strada a fare il tifo... tante storie diverse, ma pur uguali, tante vite toccate e cambiate dal cancro





Non so se in Italia sarebbe stato possibile organizzare un evento simile: tutte queste ragazze in rosa, con ali d'angelo, le facce dipinte e così via, probabilmente avrebbero fatto sorridere o ridere solamente, come qualcosa di ridicolo. Probabilmente un evento di beneficenza avrebbe avuto dei connotati più seri.
E probabilmente non ci avrei preso parte. Quello che mi è piaciuto di più della Race for Life è stato per l'appunto il clima.
E' un modo per ricordare chi non ce l'ha fatta e chi invece il cancro l'ha battuto: c'è gioia, ottimismo, voglia di guardare al futuro e al passato con un bel sorriso stampato in faccia. E' una festa per la vita.
Ovvio che alla fine non si possa non sentirsi un po' orgogliose per aver partecipato alla corsa.
I raced for life.
In 32'58". Ancora un impacco di ghiaccio e poi vado a dormire.




P.S. un grazie a Benny: visto che lei aveva deciso di camminare e non correre la "Race for Life", le ho lasciato la macchina fotografica in custodia. Buona parte delle foto di questo post sono sue.


P.S.2 come diceva il sig. Mantoni, non finisce qui! Prossimo appuntamento la 10 km a Hampton Court! E questa volta mi darò anche da fare come si deve con la mia pagina di

Friday, 18 July 2008

Aerei e more del terzo millennio

La sveglia ha ricominciato a suonare lunedì scorso. Per la prima volta in mesi, tuttavia, non ho dovuto lottare più di tanto per tirarmi su dal letto, non ho dovuto nemmeno far suonare la seconda sveglia!
Le vacanze in Italia devono avermi fatto molto bene! Ecco cosa pensavo mentre aspettavo il treno in stazione lo scorso lunedì. Quando il treno è arrivato, ho iniziato a sospettare di non essere così sveglia e fresca come supponevo: sta a vedere che, mezza addormentata, sono salita sul treno verso Londra e non su quello per Farnborough!
Non mi sembrava potesse esserci altra spiegazione allo spettacolo davanti ai miei occhi: il treno era quasi completamente pieno! Ho quasi rischiato, per la prima volta da quando lavoro in Inghilterra, di rimanere in piedi!
Ma cosa sta succedendo?! Hanno cancellato due o tre treni? La spiegazione era molto semplice: il Farnborough International Air Show. E' una fiera dell'aeronautica che si tiene ogni due anni a Farnborough: durante questo weekend sarà aperta al pubblico, ma per tutta la settimana era riservata unicamente agli addetti al settore, che sono convenuti tutti nella gloriosa e noiosa F'borough per vendere e comprare aerei di linea, jet militari e tutto l'annesso e connesso del settore aeronautico.
Per tutta la settimana all'una e mezzo di pomeriggio, puntuali come orologi svizzeri, iniziavano le esibizioni dei vari stand. Ah che cosa piacevole e rilassante! Jet supersonici che sfrecciano a rasoterra, facendo venire un infarto a ogni povera papera della riserva naturale di Fleet e trasformando i parcheggi di tutte le ditte della zona in un piacevole sala concerti per sirene ululanti.
Per una settimana ogni due anni, Farnborough diventa Londra e il treno della Southwest Trains una linea della metropolitana, che ovviamente trasporta i tipici pendolari londinesi della City.
Ho provato la stessa sensazione di estraneamento che provo ogni volta che mi tocca andare a Londra durante l'ore di punta. I pendolondinesi non mi piacciono per nulla. Perché? Semplice, basta guardarne uno.


Buonasera.
Questa sera, per Virgieducational, trasmettiamo ora un documentario sulla specie dei pendolondinesi. Seguirà l'ennesimo documentario sul deserto del Kalahari. Buon divertimento. Restate con noi.
(Musica di Quark in sottofondo)
"
Eccolo qua, questo suberbo esemplare della specie "commutans londiniensis", il temuto pendolondinese, mentre cerca di raggiungere il suo territorio, il sedile lato finestrino.
Osserviamolo ora, mentre entra a forza dentro il vagone senza lasciare il tempo alla gente che c'è sopra di scendere prima. E con che destrezza e precisione di movimenti, mena fendenti e gomitate e caccia via la vecchietta che pensava di potersi sedere al suo posto.
Questa è la dura legge della giungla.
Il pendolondinese è rinomato per le sue innate capacità di camuffamento. Gli esemplari maschi si mimetizzano nell'ambiente circostante grazie a un completo blu scuro o nero, con camicia bianca; notate come tutti portino la cravatta.
Ecco che scarta uno snack al cioccolato prodotto da una nota marca svizzera: ammiriamo incantati, il veloce movimento di polso con cui fa cadere noncurante la cartaccia per terra.
Una pendolondinese si siede accanto al nostro esemplare. Le femmine si distinguono per il tailleur accompagnato da strategiche scarpe da ginnastica per facilitare gli spostamenti. Gli scienziati ancora non sono riusciti ad arrivare a una spiegazione sulla loro abilità di dedicarsi al trucco-e-parrucco su mezzi pubblici in movimento.
Si guardano in cagnesco: il pendolondinese non ama avere altre forme di vita sedute accanto a lui, per timore che occupino parte del suo spazio vitale, sbircino il suo London Lite o ancora peggio il Blackberry
".


Ah, ecco cosa dimenticavo, il Blackberry! C'è qualcosa di spaventoso ed estraniante a salire su un treno, essere circondata da simili forme di vita che, tutte insieme, all'unisono, appena il treno parte, tirano fuori dal taschino un Blackberry e ne vengono assorbiti: tutti lì con lo sguardo fisso sul display, e intenti a scrivere mail su mail, vedi le dita che sfrecciano veloci sulla tastiera, senza dare nessun segno di cedimento.
Sarà che io, a forza di lavorare con i cellulari, ho una reazione di rigetto appena esco dall'ufficio, quindi sono vaccinata contro qualsiasi moda del settore dall'iPhone al Blackberry. Al momento attuale non possiedo nessun telefono, uso quelli che mi da la società per lavoro o test e, quando si è trattato di scegliere l'ultimo telefono, ho basato la mia decisione su un dato tecnico fondamentale: il colore (ho scelto l'unico cellulare che veniva fornito in rosso, il mio colore preferito).
Tuttavia, per i Blackberry in particolare provo un'avversione senza pari.
Non mi piace il design in primo luogo e soprattutto detesto il push to mail. E il fatto che sia il cellulare preferito dai pendolari non fa che aumentare il fastidio che provo quando ne vedo uno. Per non parlare di quando ne spuntano fuori una trentina in meno di dieci metri quadrati. Tutta queste persone accanto a me che controllano la posta dell'ufficio e aggiornano il loro profilo di facebook mi innervosiscono: tu che guardi in cagnesco il tuo vicino di casa, ammesso che tu lo veda ogni tanto, mi spieghi per quale motivo vai ad aggiungere alla tua lista amici di facebook i compagni dell'asilo? Ma fammi il piacere!
E' una mia impressione, poi, o tutto questo continuo inviare e controllare mail altro non è se non un modo per cercare di "darsi un tono". Sembrano urlare: "Guardatemi! Sono giovane, abito a Londra e sono un manager in carriera!"
Sarà anche giovane, ma la pancetta da birra è già in bella mostra, e, se per abitare a Londra bisogna condividere casa con altre cinque persone, grazie mille ma preferisco abitare fuori. Se sono tutti manager, chi c'è ancora che lavora, nel senso di lavorare per davvero?
Poi ci sono anche quelli che controllano la posta dell'ufficio perché lavorano davvero e loro, forse, più che inquietudine, mi mettono tristezza. Davvero sono c'è niente di meglio da fare per loro, una volta usciti dal lavoro? Nemmeno un sudoku?

Monday, 14 July 2008

Cuore a metà

(11 luglio 2008)

"Parting is such sweet sorrow" - W.S.


Mi è già capitato a volte di scrivere questo blog lontana da casa: in aeroporto, sul treno, nella sala d'attesa del mio dottore.
Questa volta sono a casa dei miei genitori, in quella che un tempo è stata la mia cameretta, regno assoluto delle mie paturgne adolescenziali.
I miei non sono mai stati una coppia di genitori in blue jeans, da telefilm americani, e, avessi mai avuto bisogno di un'ulteriore conferma, il modo in cui hanno trasformato la mia vecchia camera sarebbe più che sufficiente. Avete presente quei film americani, in cui l'eroe (o eroina in questo caso) torna alla casa natia e trova la camera da letto nelle esatte, precise condizioni in cui l'aveva lasciata una ventina d'anni prima? Sono passati ideologie e governi, mode e pettinature discutibili, guerre e trattati di pace fittizi, ma la cameretta è ancora lì, con i trofei, i fumetti e i poster.
A casa mia invece, non avevo ancora fatto in tempo a oltrepassare il portone con la valigia di cartone (ma sì, abbondiamo con una sana dose di pathos melodrammatico), che mia madre stava già smontando l'armadio, mentre ordinava a mio padre di spostare la libreria. Nessun attacco di nostalgia per la mia adolescenza mi coglie quando torno a trovare i miei: innanzi tutto perché l'adolescenza è stato un periodo orrendo e solo una masochista ne potrebbe provare nostalgia. In secondo luogo, sotto le amorevole cure dalla mia amata mamma, della camera dei miei ricordi è rimasto solo il parquet.
Comunque oggi sono un po' malinconica. In parte ha a che vedere con il fatto che sto scrivendo con la macchina per scrivere di mia madre e scrivere con una macchina manuale mi mette un po' di nostalgia: bisogna fare molta più attenzione quando si scrive. Non puoi tornare indietro e correggere quando commetti un errore, devi controllare la forza con cui batti sui tasti e centrarli pure, i tasti, per non finire con un dito incastrato dolorosamente fra due di loro.
Però, il motivo principale per cui mi sento un po' mogia è che oggi è il mio ultimo giorno di vacanze a Torino. Domani pomeriggio lascio casa per tornare a casa.
Già solo scrivere una frase simile mi procura un inizio di emicrania, figuriamoci quando lo metterò in pratica domani!
Questa settimana è corsa via veloce, più veloce di quanto mi aspettassi. Ho rivisto le cose che più mi infastidiscono del mio paese, ma anche tutto ciò che mi manca tantissimo una volta che sarò ritornata in Inghilterra.
La cosa più dolorosa è dover mantenere al meglio i rapporti con la famiglia e gli amici qui in Italia e sapere che non li vedrò per altri sei mesi. Fra sei mesi, Sara sarà completamente diversa e anche il piccolo Davide non sarà più così piccolo. Alcuni episodi poi mi hanno fatto capire per bene che, nonostante tutto l'impegno che una persona possa metterci, certi rapporti non sono destinati a rimanere vitali, una volta che ci si è allontanati l'uno dall'altra.
Mi sono bastate poche ore per ricordarmi quanto sia fastidioso girare per Torino: ma le frecce adesso le Fiat le monta solo come optional? O è una nuova forma di risparmio?
Non ci è voluto molto anche per capire quanto sia fastidioso andare a correre in un parco torinese in pieno giorno, e quanto poco sicura si possa sentire una donna sola: cosa da il diritto agli uomini di comportarsi da tali porci sbavatori? Ma soprattutto: se il suddetto porco decide di urlarmi dietro battute e frasi pesanti e offensive, perché si arrabbia se gli rispondo di andare a dire certe cose a sua madre? Che le madri dei porci sbavatori taurinensi siano tutte delle vergini illibate?!? O forse si è reso conto che come lui insulta me, c'è qualcuno esattamente come lui che fa lo stesso con le donne della sua famiglia?
Forse però si è offeso solo perchè gli ho corretto un condizionale (è stato l'istinto da maestrina che alberga in me, credo, che mi ha fatto smettere di correre, voltarmi e urlargli in faccia la giusta coniugazione dei suoi insulti). Non solo molestie, ma pure attentato all'italiano!
Il mio povero italiano! A casa si sono divertiti molto, nei primi giorni di ferie, a prendermi in giro: ogni tanto mi bloccavo a metà frase, perché non mi ricordavo certe parole e avevo bisogno di pensare un attimo alla traduzione. A volte poi usavo costruzioni grammaticali inglesi in italiano, con risultati a volte esilaranti. Il congiuntivo però lo tratto ancora bene: lo rispetto, lo uso, ogni tanto lo porto a prendere una boccata d'aria. Ma in questi giorni, un brivido gelato di terrore mi correva lungo la schiena appena sentivo una conversazione al supermercato o guardavo la TV.
Ogni volta che un tamarretto locale se ne esce con un "
Lo avrebbi fatto, se c'era stato tempo
", sappiate che un congiuntivo ha messo le ali ed è volato su su in alto, nel paradiso dei tempi perduti. (Tristemente captato alla Feltrinelli di piazzetta CNL).
"No, niente, perché cioè no, no-troppo-figo, no, cioè-minkia-oh"
, starei ore ed ore ad ascoltare Brufolo Kid, che parla al cellulare seduto sul 15 accanto a me. Non potrei farne a meno anche volendo: Brufolo sembra particolarmente smanioso di urlare al cellulare in modo che tutti sappiano i fatti suoi, ovvero sia che sì-cioè-no si è fatto una che è troppo figa (e, a guardare lui bene, pure molto cieca). Ho scoperto di non sopportare la gente parlare in questo modo; sarà che sto diventando snob, ma lontana dall'Italia, mi rendo più facilmente conto di quanto sia poetica e armoniosa la mia lingua madre, di quanto mi piaccia sentirla. Salvo poi tornare qui e trovarla abusata, forzata e rovinata.
Per quello che ho scritto finora non dovrebbe essere un problema prendere un aeroplano e via! tornare in Inghilterra contenta di lasciarmi alle spalle tutto questo e una pietosa situazione politico-economica. Ma non è così semplice, perché oltre ai lati negativi, ci sono tante cose belle a cui rinunciare.
Non ho bisogno di un grosso sforzo di fantasia, qui seduta a pigiare i tasti della Antares Compact 81 di mamma, per sapere che, mentre starò pigiando i tasti del mio Mac, sentirò la lontananza di Torino al mattino, quelle domeniche mattina lente ma frizzanti, scendere pigra a recuperare il giornale e fare un salto da Camisassi ché, al diavolo la dieta, ho proprio voglia di una brioches delle loro.
Mi mancherà vedere il tramonto in giro per il centro, vedere i riflessi che incendiano i mattoni del Guarini, la gente che passa in bicicletta per le zone pedonali; mi mancherà passeggiare senza mente, mangiando con calma ed immenso piacere una coppetta di Grom.
Tornerò in Inghilterra e mi domanderò perché non sono andata più spesso in zona Quadrilatero, anzi me lo sto già chiedendo ora.
Mi mancheranno anche cose forse un po' meno poetiche, ma sono le piccole cose di tutti i giorni che rendono la vita magica: la corsia degli yogurt del Carrefour, visto che gli yogurt inglesi sono così monotoni e noiosi, escluso quello al rabarbaro; i ramassin del mercato e il caffè del bar; dovrò ricominciare a prestare attenzione a chi è dall'altro lato del bancone del bar: è svicio a sufficienza per chiedergli un macchiato o è meglio puntare su un tè?
Probabilmente ci vorrà ancora un po' di tempo per trovare il giusto equilibrio fra il qua e il là, perché i due posti spesso e volentieri si confondono e sovrappongono. Inoltre, come tutti gli esseri umani, tendo a essere più severa verso il posto in cui vivo in un dato momento e, d'altro canto, più indulgente verso ciò che ho lasciato alle spalle. L'equilibrio è ancora abbastanza lontano per me: sempre più convinta di aver preso la decisione giusta, mi rendo anche conto di averla presa in un momento in cui non mi era data altra possibilità. Mi ci vorrà ancora un po' di tempo per vivere in maniera meno angosciata partenze e arrivi. Per questa volta cercherò di fare del mio meglio per non soffrire troppo nel rientro in Inghilterra.
Credo che il limoncino regalatomi da Paoletta e già in valigia potrà darmi una buona mano.


(13 luglio 2008)
Ho finito di copiare le pagine scritte a Torino e sì, i sentimenti contrastati della partenza si sono materializzati tutti, ma il limoncino per ora è rimasto chiuso.
Ci rileggiamo a breve, perché per un altro mese non farò ferie. Ci rivediamo a dicembre (e sì, porterò le vitali scorte di wasabi peanuts e marmite).

Thursday, 3 July 2008

Chiuso per ferie

Valigia, passaporto e macchina fotografica sono pronti. Io quasi: ancora un giorno di lavoro e poi sono ufficialmente in ferie.
Torno a Torino per soffiare sulle 30 candeline, ma soprattutto per rilassarmi un po', godermi la famiglia e gli amici e passare da Grom a controllare qual è il gusto del mese.
Per una decina di giorni il computer sarà staccato e anche il mio cervello. Qualcuno potrebbe obiettare che non c'è molta differenza dallo stato abituale della mia materia grigia. E io potrei arrabbiarmi o indispettirmi di fronte a simili commenti.
Ma stasera, anzi notte, sono felice e in pace con il mondo e lascio correre.
Ah, bentornata Ingrid.

Tuesday, 1 July 2008

impronte demenziali

Lo confesso piano piano, a bassa voce. Non credo comunque nessuno di voi si scandalizzerà più di tanto a sapere che
è un mese che non leggo un quotidiano italiano
Ah, ora l'ho detto e mi sento meglio!
Fino a qualche mese fa ho seriamente tentato di tenermi completamente aggiornata su cosa succedeva in Italia in generale, e a Torino in particolare; un po' alla volta però ho iniziato a lasciare indietro articoli e giornali; ho iniziato a rimandare la lettura dei siti di alcuni quotidiani e a leggere distrattamente il resto, a parte dei punti fondamentali, come il "Buongiorno" di Gramellini, unica ragione per visitare ancora il sito della busiarda.
C'è una ragione collegata ai tempi ovviamente: non ho abbastanza tempo per leggere 4-5 quotidiani italiani e altrettanti inglesi. Non ho materialmente il tempo per farlo, perché durante la settimana ho la brutta abitudine di andare al lavoro e lavorare per davvero e durante il fine settimana, mi basta comprare il Guardian o il Times il sabato per avere da leggere per 3 giorni buoni visto che si tratta del quotidiano standard più un corpo contundente di inserti e opuscoli vari.
C'è anche un altro motivo: il più delle volte leggere online la prima pagina dei principali quotidiani italiani suscita in me una reazione paragonabile a un violento attacco di orticaria. A parte il servilismo e la capacità di virare a seconda di dove tira il vento, il problema è che le notizie che provengono dall'Italia non sono mai il massimo e mi fanno innervosire, arrabbiare, disperare e vergognare mentre cerco di dare una spiegazione logica a un collega circa l'ultima notizia sull'Italia comparsa sulla stampa britannica.
Intendiamoci, non che l'Inghilterra sia un'isola felice e paradisiaca, tutt'altro, i problemi economici e le tensioni sociali sono reali e palpabili; e vivendo qua, con il prospetto di passarci ancora un certo numero di anni, la violenza delle baby-gang, la crisi dei mutui e lo stato non proprio roseo di alcuni servizi base mi preoccupano eccome. Ma non quanto leggere di provvedimenti blocca-processi, rifiuti per le strade di Napoli (come la spiegate voi agli inglesi una situazione simile e il perché la gente dava alle fiamme i rifiuti, una spiegazione logica, ovviamente) e ora anche la schedatura degli zingari.
Ovviamente, non avendo letto i giornali per un mese non ne sapevo nulla: ci ha pensato l'ungherese David ad aggiornarmi stamattina sul treno.
David è emigrato pure lui un anno fa e scende una fermata dopo la mia: ci vediamo tutti i giorni visto che prendiamo sempre lo stesso treno e ci sediamo nello stesso scompartimento; se non è addormentato, scambiamo qualche chiacchiera.
Stamattina era sveglio e, dopo qualche commento sulla partita di Andy Murray di ieri sera, mi ha chiesto cosa ne pensavo della proposta di Maroni. Davanti alla mia faccia stralunata, mi ha spiegato di cosa trattava e mi ha chiesto se non c'era da preoccuparsi per un brutto ritorno a vecchie abitudini italiani, dato il passato di persecuzioni razziali del mio paese e se per caso Maroni non pensasse pure a qualche numero tatuato sull'avambraccio per facilitare l'identificazione dei rom.
Come replico? Cosa dico? Hai ragione, David, il mio paese sta affogando, nemmeno troppo lentamente. Sta colando a picco come il Titanic in un mare di m***a e rifiuti, in cui tutti sembrano però sguazzare felici; perché, finché c'è un nuovo allenatore per la nazionale e si possono scaricare tutti i problemi sul diverso, sull'altro, allora chi se ne frega dei veri problemi, mettiamoci un doppio strato di Parmacotto sugli occhi e andiamo avanti verso il precipizio.
Hai ragione, David, ma io non so che farci e non so come risponderti. Avessi avuto una risposta, probabilmente non sarei emigrata in questo paese che, per quanto accogliente sia, è popolato pure da razzisti e idioti pure lui e dove ogni tanto devo sorbirmi la tradizionale idea degli italiani mafiosi, mangiatori di pizza, pigri e furbetti.
Ma risposta non ho e non mi rimane che guardare fuori dal finestrino, pensando a quanto il mio cuore sia vicino all'Italia, ma a quanto la strada della mia vita se ne stia allontanando.