Sunday, 31 August 2008

On the Scots road I

Non è un problema aver finito le ferie estive.
Non è un problema avere la certezza di nemmeno un giorno di vacanza o festività da qui fino a Natale.
Non è un problema tornare al lavoro con la certezza che la pila di pratiche da sbrigare non è destinata a diminuire, ma casomai ad aumentare in maniera esponenziale.
Il problema è un altro: in questi ultimi giorni sono stata colta da attacchi violenti di nostalgia glasgowegeniana (o glasgowegeniese?). Guardo le foto, i biglietti del treno e dei musei, e mi viene voglia di mollare tutto e trasferirmi armi e bagagli in Scozia: qualcosa che scrivo tranquillamente qua, perché so che i miei genitori non leggono il blog. Loro vorrebbero mi riavvicinassi all'Italia e io sono qua a meditare e sognare un ulteriore allontanamento!
Come mi è già capitato di dire fra un sospiro e l'altro, il problema è che ho inavvertitamente scordato di riportare il mio cuore indietro, ma l'ho dimenticato su, da qualche parte lungo la via che da Arrochar porta a Dumfries, passando per Glasgow. Mi consola il fatto che è la scusa migliore per ritornarci, non posso certo mandare qualcun altro a recuperarmelo!


So che siete tutti "svici", quindi avrete capito da un bel po' che il viaggio in Scozia è andato molto bene, meglio di quanto osassi sperare!


Il tempo è stato clemente. Nei giorni precedenti la partenza, la mia fissazione con i siti di previsioni del tempo aveva ormai raggiunto dei livelli pericolosamente vicini all'ossessione, soprattutto con Metcheck, che fornisce le previsioni per i 5 giorni successivi divise in fasce orarie: il tasto F5 si è praticamente consumato! Invece quando siamo partite, miracolo! Il sole! Occhiali da sole sul naso e via!, sulla M1 e poi sulla M6, io e Benny abbiamo visto il panorama cambiarci sotto gli occhi, e l'abbiamo visto particolarmente bene verso Manchester dove siamo rimaste imbottigliate in un ingorgo degno dell'autostrada del Sole: un'ora alla velocità massima di 15mph ci ha reso quasi isteriche, anche perché l'autoradio sembrava volersi sintonizzare solo su BBC3 e BBC Classic! A un certo punto l'ingorgo si è smaterializzato, come per magia, e Benny ha abbassato il piede sull'acceleratore mentre io minacciavo l'autoradio di tutte le più cruente ritorsioni conosciute dal genere umano. Purtroppo nemmeno la minaccia di fermarci al primo autogrill per comprare un cd di James Last ha scosso l'autoradio, che ha mantenuto il suo comportamento anarchico, trasmettendo solo ciò che più le aggradava.
Prima tappa: Dumfries, la città dove visse Robert Burns e... basta! A meno di non essere appassionati di golf ovviamente. Come tutte le città scozzesi, Dumfries è letteralmente circondata, ma io direi anche assediata, da campi da golf. Ci sono negozi di golf, riviste di golf, golf club, minigolf e tantissime delle persone che abbiamo incontrato erano in Scozia per golf-turismo, vale a dire giocano a golf e se avanza tempo fanno pure i turisti.
Il pomeriggio e la serata sono trascorse sotto la pioggia, ma non pesante, no no: quella pioviggine noiosa e fastidiosa che si attacca alle lenti degli occhiali e non se ne va più via. Quella pioggia che non serve il k-way e non basta l'ombrello, tanto, dopo aver pulito le lenti, si rideposita subito sugli occhiali.

drizzle over scotland

E' il problema di tutta l'isola purtroppo: piove, ma piove noioso. Non temporali con lampi che saettano per il cielo e tuoni che fanno tremare il bancone del pub. No, pioggerella noiosa che appiattisce le fotografie e spegne i colori. Pioggia fastidiosa ma non del tutto inutile. Perché tutta questa pioggia prima o poi va via e quando succede, meraviglia! Sembra di essere caduti in un paradosso spazio-temporale: non può essere lo stesso posto e di sicuro non può essere lo stesso periodo! Vai a dormire in una città per poi risvegliarti in un'altra con lo stesso nome di quella della sera prima. Magia, ecco cos'è! Altrimenti come spiegare il fatto che quando siamo andate a dormire, Dumfries si presentava in queste condizioni:

e nel giro di dodici ore aveva letteralmente cambiato pelle?
postcard from dumfries
Tutto considerato abbiamo avuto la nostra razione di pioggia, ma non mi lamento. I miei colleghi ancora non ci vogliono credere, ma davvero il sole splendeva e non faceva freddo!
Gran parte del tempo l'abbiamo passato in giro per parchi nazionali, foreste e spiagge: tanto verde, bellissime camminate, laghi e colline; paesaggi rurali, marini e montani nel giro di pochissime miglia, non sapevamo mai cosa ci aspettava una volta girato l'angolo.
Ad esempio, cosa ci attendeva dopo questa curva, cosa avremmo trovato una volta fosse scattato il verde del semaforo?
Se la memoria non mi inganna, abbiamo trovato questo:

segnaletica



Ovviamente abbiamo rallentato: non credo che l'idea del "bring-your-own" si estenda pure all'agnello!

Friday, 22 August 2008

Tempo di ferie

"Whisky is liquid sunshine." (G.B. Shaw)
Signore e signori, visto che non ho preso abbastanza pioggia in Inghilterra in questi mesi, ho deciso di spostarmi ancora più a nord per godere degli ultimi giorni di estate britannica.
Le previsioni per i prossimi sette giorni al momento danno una temperatura massima di 18°C.
Ebbene sì, la zia è in partenza per la Scozia: una settimana in giro fra il Galloway e Loch Lomond, tartan e single malt. Gli occhi sono pronti, la macchina fotografica pure.
Un po' di cultura, un po' di avventure gastronomiche e tanti km da macinare in macchina e a piedi. A presto! :-)

Monday, 18 August 2008

Vento e memoria

La memoria mi ha sempre incuriosito: cos’è esattamente? Come funziona?
Me lo chiedo da una vita. Da bambina lo chiedevo agli adulti, convinta che avessero risposte per tutto: beata ingenuità!
Perché ogni tanto vecchi ricordi e conoscenze riemergono da angoli remoti e polverosi della mia memoria? Perché non mi ricordo cos’ho mangiato stamattina a colazione, ma riesco a ricordarmi esattamente cosa ci servivano all’asilo? Beh, in questo caso forse si tratta più di un trauma infantile, visto che il solo pensiero della mensa dell’asilo Michelin mi provoca attacchi di nausea.
Perché certi episodi li ricordo con una preoccupante dovizia di particolari, mentre ci sono interi periodi della mia vita ricoperti da una coltre nebbiosa di dubbi?
Insomma, cosa rende un ricordo indelebile? Non credo esista una spiegazione logica per una buona parte dei ricordi che ho, ma mi consola il fatto che esistono anche ricordi "logici", per i quali conosco la ragione d'essere.
Uno di questi ricordi è affiorato in questi giorni. Mentre sceglievo quale DVD noleggiare, qualche giorno fa, un a serie di click fortunati mi ha portato su "Nausicaa della Valle del Vento" di Hayao Miyazaki. Fino a ieri avevo visto questo film una sola volta e mi ricordo ancora perfettamente del giorno in cui l'ho visto. Una sera fredda, alla fine delle ferie di Natale. Eravamo a casa di nonno Anselmo, tutta la famiglia raccola. La casa di Leumann era il (mal celato) motivo d'orgoglio di nonno Anselmo: l'aveva costruita lui, 3 piani, 4 appartamenti per tre generazioni. Nonna Maddalena, che poi era la mia bisnonna, sfornava tortellini e paste di meliga a ritmo industriale al terzo piano, ma quella sera era a casa di nonno... con una burnia enorme di paste, ovviamente.
Ora, la casa era stata arredata nel pieno degli anni Settanta con una parte di mobilia che risaliva agli anni Sessanta; di certo non si poteva dire che fosse ai passi con i tempi. Non che mi importasse granché a essere sincera, visto che la casa aveva tutto ciò che potevo volere: nello studio c'era il vecchio tecnigrafo di mio padre, che io e mia sorella usavamo per i nostri capolavori e una serie di vecchi libri, collezioni di monete, conchiglie e francobolli, ciascuno con una storia che aspettava solo di essere ascoltata.
In cucina c'era sempre un budino ad aspettarci ogni sabato, ma il punto forte era il salotto. In salotto mio nonno aveva messo la sua nuova televisione a colori: noi a casa avevamo una televisione in bianco e nero, la prima tv a colori i miei genitori l'hanno comprata quando ero in terza media, quindi non fosse stato per mio nonno, i Puffi non sarebbero mai stati degli strani ometti blu, quanto grigio scuro.
Ma sopra ogni cosa, il salotto ospitava le due poltrone più comode note alla storia universale delle poltrone: erano belle profonde, ci si poteva sprofondare in due tranquillamente, ronfarci diverse ore e rialzarsi senza il minimo accenno di mal di schiena. Paradisiache. Ed ero rannicchiata su una di queste poltrone, quando ho visto "Nausicaa": era sera tardi, fuori era buio pesto, ma le luci della strada lanciavano sui mucchi di neve spalata riflessi arancione.
Il film mi aveva colpito tanto, e anche se l'intenzione era probabilmente di girare per vedere qualcos'altro, avevo finito per vederlo tutto. Come ho già detto, non l'avevo più visto fino a ieri sera: avevo dimenticato molte delle scene e dei protagonisti del film, ma mi erano rimaste impresse alcune scene e soprattutto le emozioni che mi aveva regalato.
Non ero sicura di volerlo noleggiare, perché avevo paura di vedere i miei ricordi infrangersi contro una realtà che non era come me la ricordavo. Per mia fortuna così non è stato: "Nausicaa della Valle del Vento" è un film incantevole e poetico. Nonostante siano passati più di vent'anni dalla sua realizzazione (è uscito nel 1984, mi pare) e l'animazione abbia fatto passi da gigante nel frattempo, il film rimane affascinante, dolce e semplice.
Sdraiata sul mio divano, l'ho rivisto con un po' di nostalgia, perché molte cose sono cambiate da quella sera nel soggiorno di mio nonno. Mi sono ricordata che, a un certo punto, mia mamma era venuta a sedersi con me sulla poltrona. Mi è venuta voglia di chiamarla e chiederle se anche lei si ricordava ancora di Nausicaa: non esattamente l'idea più furba che abbia avuto da un po' di tempo a questa parte, tenuto conto del fuso orario e dell'irritabilità di mia mamma quando viene svegliata in piena notte, quindi terrò la curiosità tutta per me e per i prossimi giorni. Così come il DVD: ho aspettato quasi vent'anni per rivederlo, mi pare il minimo concedermi una seconda visione e magari pure una terza.

Friday, 15 August 2008

Notizie da casa

Mia mamma mi telefona quasi ogni settimana per raccontarmi le ultime novità. Ogni volta che chiudo la comunicazione mi sento un po' triste a pensare che la vita delle persone che amo scorre lontana da me e io ne sono messa al corrente solamente in maniera indiretta. Non sono però proprio fatta per deprimermi troppo e così il più delle volte non mi ci vuole molto per ritrovare il sorriso: in effetti mi basta ripensare alla telefonata per trovarci qualche buona notizia per cui essere felice (lo so, suona pericolosamente come una frase alla Pollyanna, mi devo preoccupare?).
Questa settimana le buone notizie erano principalmente due. Si parte dalla grande notizia che, nonostante il tempo bislacco e la grandine, le piantine di parsnip che mia mamma ha piantato sul retro della casa a Pian Audi continuano a crescere e quindi quando tornerò per le ferie di Natale non dovrò rinunciare alla mia dose di parsnip (e se siete curiosi di sapere di quale bontà stia parlando e che già sto sognando in una terrina, a rosolare in forno a 180°C con carote e broccoli, controllate questo
).
La seconda bella notizia, invece, mia mamma me l'ha detta con quel tono rassegnato che la coglie solo quando si tratta di parlare di mio padre: mio papà è un uomo dall'apparenza molto severa e rigorosa, e questo rispecchia una parte del suo carattere, un po' spigoloso e serio, ma anche lunatico. Certo è anche uno che quando si è sposato, come regalo di nozze, ha chiesto e ottenuto la pista Polistil e che, al natale Fiat, ha barattato la bambola regalata alla sua primogenita (ovverosia la sottoscritta) con una draga telecomandata. Un uomo che per citare mia mamma, sua moglie, alla nascita della sua prima nipote, Sara, si è "completamente rincoglionito" (parole testuali).
E' ovvio che Sara con il nonno ha gioco facile. Non le è servito molto tempo per capire che con il nonno può permettersi cose che con gli altri membri della famiglia non può fare: mangiare due gelati uno dopo l'altro, saltare sui letti, aprire tutti i cassetti del portagioie della nonna.
Date queste premesse, ovvio che fossi pronta a sentire qualche storia di mia nipote che distrugge qualche cosa in giro per la casa. Invece mia mamma tira un sospiro e mi dice: "Ci risiamo di nuovo. Non bastavate te e tua sorella: adesso tuo padre si è messo a far sentire De André pure a Saruccia".
Oh gioia! Oh giubilo! Mia nipote ascolta De André! Certo, non ascolta tutto e di sicuro non capisce quasi nulla di cosa dicono i testi ma è pur sempre un inizio! Le piace "Andrea": a quanto pare è preoccupatissima per Andrea, perché si è perso e non sa tornare, e per di più c'è questa mitraglia che si aggira per i monti di Trento, che non la lascia per nulla tranquilla.
L'avevo lasciata a luglio, preoccupata che si trasformasse in una di quelle bimbe "fru-fru" sempre vestite di rosa, che giocano solo con le Barbie e che frignano per un nonnulla.
Invece, basta una chiacchierata al telefono per venire rassicurata su tutta la linea: mio padre non vizia solo Sara, ma si preoccupa anche di farla crescere bene.
Sono un po' triste quando mia mamma mette giù, perché mi sono persa questo passaggio nella vita di mia nipote. Ma ho un bel sorriso stampato in faccia: mia nipote era con i nonni e ha chiesto a mia mia mamma di passarle la cornetta; con la sua vocina squillante ci ha tenuto a salutarmi e a dirmi in maniera solenne: "Ziaviggi, ma tu lo sai che le nuvole vanno, vengono e a volte si fermano?"

Saturday, 9 August 2008

Casa e lavoro

Avete mai tagliato un giorno di scuola? Io no, registro pulito dalle elementari alle superiori.
Questo non vuol dire che sia andata sempre a scuola.
Il fatto è che tagliare, bigiare, far sega o come preferite dire, presuppone il mentire ai propri genitori e non dire nulla dei propri piani. Vuol dire svegliarsi presto, uscire di casa e rimanere fuori fino all'ora in cui si dovrebbe rientrare comunque tornare a casa da scuola.
Ora, mi ci immaginate? Svegliarmi prima delle 7, trascinarmi per quasi un chilometro per Leumann per arrivare alla fermata del 36, stare al freddo e al gelo, o spostarmi per negozi del centro, sale giochi e bar fino all'una?
No, no, troppa fatica. Io mi limitavo a pronunciare una semplice frase la sera a cena: "Mamma, non ho voglia di andare a scuola domani. Rimango a casa a dormire". La risposta variava da un semplice "ah ah" a un più articolato "posso scrivere come giustificazione che hai preso un virus medievale e firmarmi la magnifica, splendida Maga Magò?", con finale in cantato come nel film (perché a casa siamo tutti un po' così, ecco, come dire, balenghi).
Il giorno dopo mi alzavo verso le otto o le nove, facevo colazione con calma, leggevo tutta "La Stampa", mi guardavo i cartoni e rimanevo in pigiama per tutta la mattina. Guardavo l'episodio de "La signora in giallo" dall'inizio e sonnecchiavo finchè non iniziavano "I Simpson".


Oggi uno dei miei colleghi ci ha tenuto a farmi notare che la differenza fra me e lui è che lui si ferma sempre oltre l'orario di chiusura, mentre io non faccio mai più delle ore stabilite e mi fermo raramente per fare straordinari. Lo diceva con un certo orgoglio, come se il suo far tardi alla scrivania gli desse una sensazion di superiorità nei miei confronti.
Agli inizi mi stupivo: cosa possono mai fare tutti questi solerti impiegati, che sono già in ufficio quando io arrivo al mattino (sì che io arrivo presto!) e sono ancora incollate al pc quando me ne fado?
Lo stupore è durato poco, il tempo di scoprire come le persone impegnate dell'ufficio passano realmente il tempo: pausa tè, pausa muffin, pausa facebook, pausa pausa, pausa sigaretta, pausa caffè, e finalmente arriva l'ora di pranzo. Due o tre riunioni al giorno e va da sé che poi devono rimanere in ufficio fino alle 7: alle 4 devono ancora iniziare a lavorare!


Le due cose possono sembrare non collegate, tagliare un giorno di scuola e fare "straordinari" per smaltire il lavoro quotidiano, ma in realtà sono simili: io sono una pigrona e, se sono stanca o voglio stare a casa, mi prendo un giorno di ferie e, se proprio non è possibile, faccio il possibile per finire il lavoro il prima possibile e scappare veloce. Il mio collega probabilmente era uno di quegli studenti che passava le mattinate in giro al freddo. Avrei voluto spiegargli che vivere vuol anche dire rigirarsi sotto un piumone un mercoledì di gennaio a diciasette anni, e arrivare al lavoro presto per uscire quando il sole è ancora in alto in cielo a trenta.

Wednesday, 6 August 2008

incubi rosa

Lavorare in una multinazionale della finanza nella City sta facendo esasperare Benny, che ovviamente sta pensando a un piano di fuga che la porti lontana da certe scrivanie. L'unico lato positivo che riesce a vedere al momento sono i biglietti per il teatro: ogni mese la sua società ne mette in vendita un certo numero per varie produzioni teatrali, concerti e musical a prezzi scontati.
Così ieri sera, dopo un kebab e una cuppa di tè, ci siamo avviate verso l'Aldwych Theatre per vedere "Dirty Dancing".
Lei voleva vederlo perché ama il film (un po' come me e "Singin' in the rain" tanto per darvi un'idea) e aspettava da tempo di trovare i biglietti.
Io non avevo niente di meglio da fare e così mi sono accodata. Sono uscita dal teatro dopo due ore e mezza. Sono uscita completamente sconvolta.
Come prima cosa, il musical non era esattamente un musical. Il sottotitolo dello spettacolo è "The Classic Story on Stage" e probabilmente quello che intendevano era: "non abbiamo soldi e/o voglia di lavorare sulla sceneggiatura, quindi riusiamo lo stesso copione del film". L'ultima volta che ho visto "Dirty Dancing" risale a dieci anni fa, ma a vederlo sul palco mi è sembrato che fosse esattamente uguale al film! In effetti Benny dopo mi ha dato ragione, a quanto pare è pari pari al film.
Cosa succede in un musical normalmente? Beh, succede che due personaggi parlano e di punto in bianco iniziano a cantare. E' rassicurante, perché sai che è quello che un musical deve avere e crea una sorta di familiarità. In "Dirty Dancing" no: ci sono due o tre cantanti (il più delle volte fuori scena), ma i protagonisti non cantano. Parlano solo. E in certi punti sarebbe stato preferibile non parlassero del tutto perché la recitazione faceva venire i brividi.
Potrebbe sembrare che io abbia sprecato tempo e denaro, ma credo che, nonostante tutto, ieri abbia assistito a un'impressionante e indimenticabile lezione di sociologia e psicopatologia.
Il 95% per cento degli spettatori era in effetti composto da spettatrici. Il rimanente 5% erano fidanzati e mariti di un 5% delle signore di cui sopra.
Ancora prima che lo spettacolo iniziasse ero circondata da risoline da oca giuliva, sospiri e merchandising del musical, dalla maglietta "No one puts Baby in the corner" alla borsa "I carried a watermelon", tutto rigorosamente in rosa.
Le cose non sono migliorate quando sono calate le luci: non mi sono mai trovata in una situazione simile! Non si trattava solo del fatto che tutte (ma proprio tutte) le spettatrici conoscessero a memoria tutti i dialoghi, ma anche il fatto che li recitassero tutti in sincrono.
E pure i sospiri e i vari "oooh", "aaaah", "wow" e "gosh" erano sincronizzati! Il tempo di arrivare al finale ed erano già tutte scatenate: sono balzate in piedi ed è partito un gridolino prolungato e continuo al limite delle capacità uditive di qualsiasi essere vivente. Mentre battevano le mani, io non riuscivo a guardare il palco perché tutta la mia attenzione era concentrata sul pubblico. Come è possibile che queste donne che all'entrata sembravano così diverse, mamme, nonne, figlie adolescenti, donne schiave dei loro blackberry, si siano trasformate in questo blocco uniforme e compatto? Per poi tornare a essere individui unici e diversi una volta uscite dal teatro?
Ho fatto un po' di ricerche per la rete e ho trovato diversi articoli che parlano di "Dirty Dancing" come il corrispettivo di "Guerre Stellari" per ragazze (stiamo scherzando!?!?!). A quanto pare è il film più rivisto dalle donne, e ha segnato l'adolescenza di molte ragazze.
Probabilmente "Guerre Stellari" non è il film che ho visto di più, ma batte di molto "Dirty Dancing", che oltretutto non ha segnato la mia adolescenza. Forse per questo non mi sono mai sentita così al di fuori, così estranea a ciò che mi circondava, come ieri sera.
Ma, per qualche strana e incomprensibile ragione, non mi sono mai sentita nemmeno così felice di essere un'esclusa.

Monday, 4 August 2008

Searching results

Attenzione: questo post è stato scritto solo ed esclusivamente dalla mia parte "geek". Spero che un giusto apporto di limoncello (grazie Paoletta, grazie Antò, non sapete quanto stia apprezzando questo regalo) stordisca questa parte della mia personalità, per tornare a pubblicare un blog regolare sin dal prossimo post.

La regola base è non portarsi MAI il lavoro a casa.
In un mondo ideale, nel momento in cui spengo il pc ed esco dall'ufficio, anche la parte del mio cervello dedicata al lavoro dovrebbe spegnersi per lasciare spazio ad altre riflessioni e attività.
In un mondo perfetto, non ci dovrebbero essere problemi a mantenere paralleli l'ufficio e la casa.
Il mondo però non è ideale né perfetto, il che è un bene, sarebbe troppo noioso altrimenti! Va da sé che il lavoro non scompare appena rientro a casa, anzi! (Troppo) Spesso continuo a rimuginare sul lavoro e tutto ciò che gli ruota intorno, anche quando non dovrei: mentre preparo l'insalata, mentre mi bevo una birra la domenica pomeriggio, mentre sto per addormentarmi...
Quando ho iniziato a lavorare come tester, non pensavo mi sarebbe piaciuto o interessato; ma evidentemente mi piace, altrimenti avrei già cambiato. Forse è perché c'è qualcosa della professione del tester che ho sempre applicato, in maniera inconscia, alla vita di tutti i giorni: "
what if attitude
" o, come ama dire una mia collega, "
appetite for destruction
".
Che succede se?
Che succede se mischio il contenuto di questa boccetta con questa soluzione in questo grazioso alambicco? Un mini-incendio nel laboratorio di merceologia.
Che succede se invece di un cucchiaino di olio piccante di mio cognato ne metto due cucchiai? Argh! Chiamate i pompieri!
Che succede se aggiungo un altra cucchiaiata di cannella all'impasto dei biscotti? Una delizia.
Quando si tratta di provare qualcosa, la curiosità ha sempre la meglio sul resto, così quando ho letto di questo nuovo motore di ricerca,
, una specie di Eva nata dalla costola di Google, il lato geek ha avuto la meglio: la rete era piena di articoli che parlavano di questo anti-Google, come non fare qualche esperimento?
Primo impatto, quello visivo: mi piace! Leggero, non ci si perde in mille e mille bottoni, menu e sottomenu. Mi piace lo sfondo nero, che sembra portare tutta l'attenzione sulla barra di ricerca.
Secondo impatto, quello funzionale: mah, non saprei, ne possiamo riparlare fra qualche mese? Ora come ora, mi pare una boiata. Visto che veniva descritto come il rivale di Google, era ovvio che facessi le stesse prove sui due motori di ricerca.
Il primo test? Semplice: cosa succede se cerco le frasi "Google sucks" e "Cuil sucks"? Cuil è velocissimo a dare tutti i links possibili per "Google sucks", ma quando si tratta di colpire in casa, i link non sono così rilevanti alla chiave di ricerca.
Ahi ahi ahi.
Secondo test, una ricerca vicina al cuore: "jane uasten". Vicina, ma non esattamente centrata. Cuil non fa nessun controllo sugli errori di battitura, mentre google come prima riga della pagina di risultati ha un rassicurante "Forse cercavi..."
Ammetto che fino a questo punto, ho tentato di mantenere un certo livello di serietà, perchè mi sarebbe piaciuto scrivere una di quelle belle recensioni che popolano le riviste di informatica sugli scaffali e in rete.
Evidentemente non è il mio tipo di lavoro, perché subito dopo Jane, ho iniziato a inserire le chiavi di ricerca più assurde e disparate, che mi hanno fatto giungere a concludere che: Cuil può essere molto accattivante dal punto di vista grafico, ma, se ho davvero bisogno di reperire un'informazione sulla rete, Google rimane IL punto di riferimento.


Adesso non mi ricordo tutte le frasi che ho cercato ma di sicuro ho provato con:
  • un posto al sole ancora ci sarà
  • che mondo sarebbe senza nutella
  • Marmite (in onore di SViN)
  • Guybrush Threepwood
  • Luke, I am your father
  • How death or glory becomes just another story


Ultimo test, in cinese: ho cercato le parole "
自由
" e "
中国
", ovvero "libertà" e "Cina". Google dopo 0,22 secondi di ricerca mi informava di aver trovato 886 mila risultati. Tuttavia ho trovato più veritiera e onesta la risposta di Cuil: "No results were found".

Saturday, 2 August 2008

Lo sapevo io!

Ieri sera ho deciso di rimanere a casa: ero stanca e la voglia di uscire ed essere socievole era ben sotto i piedi. Ho optato per una serata tranquilla: pastasciutta e dvd di "Micheal Clayton". Mentre preparavo cena, provavo una strana sensazione di déja vu.


Dopo cena, ho stappato una bottiglia di sidro e mi sono piazzata sul divano e fatto partire il dvd.
Dopo dieci minuti ho capito e una sola parola è balenata nella mia mente: "Syriana".
Due anni fa ero a Shanghai a trovare Corra e Miky: avevamo deciso di guardare "Syriana" dopo cena. Tutti ne parlavano così bene, aveva vinto l'Oscar, avevamo passato tutto il giorno in giro, perché no? Perché era di una noia mortale, ecco perché!!! Solo che non potevamo sapere a cosa andavamo incontro quando abbiamo schiacciato il tasto play.
Inconcludente, con questi silenzi che sembravano un arido esercizio di stile e non aggiungevano nulla al film, noioso-noioso-noioso.
Dopo venti minuti Miky, la più furba del terzetto, aveva recuperato cuscino e pleid e dormiva beata e contenta sulla sua poltrona.
Io e Corra invece ci siamo intestarditi e abbiamo continuato a vedere il film. O per lo meno, ci abbiamo provato: mi sono addormentata, nonostante gli sforzi per rimanere sveglia, tre volte e a venti minuti dalla fine ci siamo arresi.
Non paghi, però, il giorno dopo, abbiamo deciso di vedere gli ultimi venti minuti, combattendo gli sbadigli, con Miky che scuoteva la testa.
Ne ho tratto però un'importante lezione: non tutti i film sono fatti per noi, quindi è inutile intestardirsi se troviamo noioso un film che gli altri reputano un capolavoro.
"Michael Clayton" ha suscitato in me le stesse reazioni di "Syrian": ben recitato, Tom Wilkinson ruba la scena a tutti gli altri, ma luuuungo, troppo lungo, noioso. L'ho visto fino alla fine, ma solo per un motivo: le batterie del telecomando erano scariche e non avevo la forza di alzarmi e spegnere il lettore dvd.