Thursday, 22 January 2009

Io, Mr Reynolds e Mr. Dumas

Ho già indossato il pigiama, lavato i denti e visto le previsioni del tempo, sono pronta ad andare a dormire. Ho già l'indice sul tasto off del telecomando, quando sullo schermo passa l'indicazione del film in seconda serata.
"Il conte di Montecristo" con Jim Caviezel e Guy Pierce, diretto da Kevin Reynolds. Controllo sulla guida TV e subito mi sorge un dubbio: com'è possibile ricreare la trama di un romanzo così complesso in poco più di due ore? Quanti capitoli, personaggi ed elementi del libro sono stati falciati via per comprimere la storia in questo film?


Lo ammetto, sapevo benissimo quale sarebbe stata la risposta: trattasi di chiara boiata hollywoodiana, il cui titolo è probabilmente il momento di più altà fedeltà al romanzo.
Ben conscia di tutto ciò mi sono riaccomodata sul divano e mi sono sciroppata tutto il film, elencando mentalmente le differenze, sviste e paciocchi: una sorta di "Aguzzate la vista", con ben più delle tradizionali 20 differenze.


La colpa è tutta di monsieur Dumas, sia ben chiaro. Ho letto "Il conte di Montecristo" per la prima volta verso i dodici anni, una delle tante letture estive arrivate per caso: come al solito, passavamo la prima parte delle campagne estive in campagna e, come al solito, la scorta di libri che fungevano da compiti delle vacanze di italiano era già finita da un bel po'. La libreria più vicina era comunque troppo lontana e l'idea agghiacciante di ridursi a leggere l'enciclopedia dell'agricoltore di nonno Eugenio terrorizzava sia me che mia sorella. Quindi io e Adri abbiamo deciso di spulgiare fra i vecchi libri di mamma, temporaneamente parcheggiati dentro degli scatoloni nella cantina dei miei nonni, in attesa di una casa più grande che li potesse ospitare.
Quell'estate recuperammo un bel po' di libri e fra di loro c'era pure il buon vecchio Alex e il suo conte. Il libro adesso si trova nella libreria dei miei genitori. Un tascabile spesso, con carta ruvida e ingiallita, in copertina una scena del film interpretato da Richard Chamberlain, un Edmond con barbona rinchiuso nel castello d'If.


Fui subito catturata dalla trama: la prima volta che l'ho letto era un semplice libro di avventure, ma rileggendolo mi sono resa conto che c'era qualcosa di più: un libro sulla vendetta, sul perdono, sulla vita e i vari aspetti della natura umana. La narrazione poi mi ha sempre tenuto incollata alle pagine, così ogni volta finivo il libro prima di quando intendessi, visto che lo riaprivo ogni volta che lo chiudevo.
Viste le premesse, è ovvio che ogni volta che c'è una trasposizione cinematografica o televisiva in onda, la tentazione di vederla è sempre più forte dei timori e sospetti: sarà all'altezza delle mie aspettative? Sarà mica un altro polpettone hollywoodiano?


Il polpettone hollywoodiano non va proprio d'accordo con la buona letteratura, ma ne è costantemente attratto.
Il rischio di venir delusi da una trasposizione cinematografica è sempre alto: ogni lettore ha una sua idea di come la trama e i protagonisti di un romanzo debbano essere sviluppati e ovviamente si rimane male a vedere che il film non procede nella stessa direzione. Per me, però, ancora più doloroso è vedere tradito lo spirito del libro, vedere una storia che tocca le corde dell'anima mutata in una semplice serie di scene senza un vero significato.


Il mattino dopo aver fatto le ore piccole per vedere la conclusione del film ero in coma; beh, più in coma del solito e mentre osservavo la tazza di caffè non ho potuto fare altro se non meravigliarmi per l'ennesima volta del fascino perverso dei polpettoni hollywoodiani.

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