Wednesday, 4 March 2009

Love over Scotland, ovvero di 3 giorni di rugby, caledonian e amici

Per qualche strano motivo ogni volta che vado a Edimburgo, capito in bed and breakfast gestiti da persone che definire fuori dalle righe è un eufemismo da poco.
Qualche anno fa io e Francesca siamo capitate in un bed & breakfast gestito da una bottiglia di whisky deambulante. Avrà avuto poco piu' di 40 anni, ma ne dimostrava almeno 20 in più. Immaginatevi di scendere in sala da pranzo per colazione al mattino alle 9 e venire investiti da una zaffata di whisky al momento di decidere come volete le uova. Basta che non siano flambè, grazie.
L'ultimo giorno, quando siamo andate a riprendere le valigie prima di prendere il treno, siamo state accolte dal suono dell'allarme antincendio e dalla rintronata signora che sentiva “come un fischio nelle orecchie” e non si era accorta che l'allarme stava suonando.
Può andare peggio di così? Pensavo di no, almeno fino a sabato, quando sono ritornata nella capitale scozzese. Più che un b&b, un infinito lavoro in corso: una porta che da sul nulla, le finestre delle scale a scacchiera (nel senso che alcune parti avevano i vetri, altre no), un'inquietante tappezzeria a base di quadri “scozzesi” (una serie di stampe di personaggi vari ed eventuali, damine del Settecento e ubriaconi in kilt) e una cantina degli orrori. Nulla in confronto ai due gestori: una iena ridens (tu le parli e lei ride, va a capire) e il mr. Jefferson. Dopo aver lasciato il pack sabaudo a suonare per un'ora al freddo e al gelo di venerdì sera, Jefferson mi ha dato le chiavi della stanza sbagliata quando sono arrivata sabato, ha quasi rovesciato una teiera su una coppia di inglesi.
Ma poco importa, perché alla fine non sono certo andata a Edinburgo per passare 3 giorni chiusa in camera!
Sabato pomeriggio la partita di rugby ci attendeva: terza fila, settore est del Murrayfield. Sulla partita potrei dire molte cose ma preferisco stendere un velo pietoso, che fermo con un bel cucchiaio di legno per evitare che voli via.
Certo che però il Murrayfield è un signor stadio, uno di quei posti in cui ti basta esserci per sentire un brivido correre lungo la pelle. E non è il freddo, no è l'emozione di essere lì in quel preciso momento, quando la banda smette di suonare l'inno scozzese e tutto il pubblico prosegue, perfettamente in sincrono (e se non mi credete, Antonio ha la
).
Ero completamente circondata da tifosi scozzesi, se si esclude il ragazzo italiano seduto nella fila davanti alla mia: peccato il tizio fosse più interessato a fumare che alla partita. Non ero più abituata alla gente che fuma in un luogo pubblico, quindi la cosa mi ha lasciato un po' stordita. Beh, ok, forse ha anche a che vedere con il tipo di fumo che emanava la sigaretta che si è rollato per buona parte del primo tempo.
Gli scozzesi erano tutti euforici, anche se a livelli differenti, penso fossero proporzionali al numero di birre ingurgitate prima e durante la partita. Alcuni sono arrivati già ubriachi allo stadio, probabilmente hanno pensato di portarsi avanti sul lavoro, e hanno detto e fatto cose che hanno fatto vergognare gli altri scozzesi seduti intorno a me.
La cosa non mi ha infastidito più di tanto, forse perché ero troppo presa dall'evitare che uno di questi tizi, quello seduto accanto a me per essere precisa, mi rovesciasse addosso la pinta che non stava bevendo: era talmente ubriaco che la pinta gli danzava un po' troppo allegra e veloce fra le mani (che spreco!) e io avevo il terrore finisse sulla macchina fotografica.
La sconfitta era meritata -purtroppo- e non ci è rimasto altro da fare che cercare di addolcirla con una pinta di Deuchars IPA e una di Caledonian 80 in un pub dove gli scozzesi gongolavano guardando l'Irlanda battere l'Inghilterra e lo ammetto, anche io gongolavo, un po' perché vedere gli inglesi perdere mi ha messo al sicuro da prese in giro al ritorno in ufficio, un po' per solidarietà con gli scozzesi
E' difficile non provare simpatia per gli scozzesi: tutto l'orgoglio che provano nei confronti della loro terra non li rende più chiusi, anzi! Sono molto più disponibili, gioviali e spontanei degli inglesi.
Ogni volta che torno in Scozia mi ricordo di tutte le cose che mi piacciono: le persone, la birra, l'accento, le nuvole...
Ah le nuvole sono meravigliose! Le nuvole sono noiose fino al vallo di Adriano, poi, per qualche strano motivo, una volta oltrepassato, diventano interessanti, assumono tratti unici.
Tutto ciò che è piatto e grigio prima del confine, sembra assumere volume, colore e intensità in Scozia.
Il mio week-end lungo a Edimburgo ha confermato questo strano fenomeno ottico: tanti riflessi e colori, tante immagini impresse nella mia memoria e in quella della macchina fotografica.
Edimburgo non è cambiata moltissimo da quando l'ho visitata l'ultima volta, ha qualche cantiere in più aperto, ovviamente anche lì è aumentato il numero di negozi appartenenti a catene della grande distribuzione. E per la gioia della mime orecchie, il numero di cornamuse che spuntano a ogni angolo del centro non è diminuito.
Come neppure il numero di ragazze che escono semivestite, quando noi eravamo invece vestiti a strati e con regolamentare cappotto invernale.
La parte migliore è stato poter dividere questi giorni con i ragazzi del pack sabaudo, perché da soli la birra, il rugby, la luce non bastano, serve quel qualcosa in più per cementare il tutto.

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