Sunday, 5 April 2009

Southwark Saturday

"Già che tu sei a Londra, è tutto diverso in una città così grande e diversa dal solito"
Ogni tanto capita di sentirmela ripetere questa frase e sono sempre indecisa su come rispondere.
La risposta più onesta sarebbe: no, guarda, non hai capito. Io abito in zona 6, praticamente Surrey, e a breve sarò ancora più sprofondata nel Surrey se tutto va secondo i piani; a Londra non ci vengo così spesso, anzi ultimamente meno del solito e quando sono in zona, faccio la turista tanto come te, perché non la sento come la mia città, perché Londra non è una città ma un conglomerato urbano.
Ma so già che mi perderei in un discorso simile e cercherai di trovare una spiegazione, più per me stessa che per il mio sfortunato interlocutore, al perché e per come di una città che ancora mi sfugge, mi attrae e respinge, aliena, crea e distrugge. Ci vuole molto di meno per terrorizzare una persona.
Ecco perché normalmente rispondo con una scrollata di spalle e non cerco troppe spiegazioni. Per il bene di tutti, il mio in primo luogo. Così, a meno di momenti di profonda crisi, cerco di rimanere lontana da domande su Londra e cerco di godermela al meglio delle sue possibilità e delle mie capacità.
Forse ci sono riuscita sabato. La giornata è iniziata bene: la BBC ha cannato in pieno le previsioni del tempo e così mi sono svegliata con il sole, poche nuvole all'orizzonte e nessuna goccia di pioggia. Tiè!
Birkenstock d'ordinanza ai piedi, occhiali da sole ben calati sul naso e sono pronta a uscire e godermi questa giornata primaverile e ciascuno dei suoi 15°C. Sì, perché come dice Luca, questa è l'estate inglese e quando se non in estate posso mettere i sandaloni?
Prima tappa il Borough Market per pranzo. Era da un po' di tempo che non ci passavo e ne sentivo la mancanza. E' un posto strano, che ancora non ho capito se mi piace o meno.
Ho i miei banconi preferiti. Il bancone del creme caramel giusto accanto a quello della mozzarella e, poco distante, il banco dei biscotti, che ha dei prezzi assurdi, ma è difficile resistere a biscotti così simpatici, e buoni:

il nido dei gufi


C'è un bancone che fa un chai come si deve, non quei beveroni stracolmi di latte e/o panna che ti rivendono nei bar e caffè delle grandi catene. Mi piace pranzare al Borough Market, comprare un panino con la bresaola e la rucola, o una baguette fresca di forno e sedermi nel giardino della cattedrale di Southwark a osservare la vita che scorre.


Soutwark, ora di pranzo


Dall'altra parte, però, ho dei dubbi su questo mercato: è vero? O mi stanno prendendo per i fondelli? A volte mi sembra un set cinematografico, dove mi aspetto di veder spuntare prima o poi Bridget Jones. Il bancone di Cranberries nel bel mezzo, identico a quello di Charing Cross, il salame al tartufo al banco delle specialità sarde...
Senza contare il livello di igiene, così basso da avvicinarsi allo zero: tutto sbattuto dove capita, pochissimi cestini per l'immondizia che si accumula e accumula.
La cosa che più mi disturba però è un elemento ormai comune alla gran parte dei mercati e negozi in questo paese, vale a dire la mancanza di "stagionalità". Ogni tanto mi piace mangiare qualcosa che non è proprio di stagione, è una specie di premio che mi concedo, le primizie. Ma sabato al Borough Market vendevano fichi e uva, e sono un po' troppo primizie.


Alla fine mi sono incamminata per incontrare degli amici a Waterloo. Con me ho portato un souvenir,

un piccolo gufo e il piccolo principe



Souvenir che non ha visto però la fine della passeggiata. Infatti l'ho mangiato più o meno all'altezza del Waterloo Bridge, mentre rileggevo uno dei miei libri preferiti.


A Waterloo avevo appuntamento con Reda, Maria, Luca e Andrea per andare a vedere la mostra "
" alla Tate Modern.
Nonostante il numero impressionante di figuracce che riesco ad accumularci, la Tate Modern mi piace, un sacco. Mi piace camminare lungo la cicatrice di Shibboleth, curiosare nel negozio, sedermi a guardare uno degli ultimi quadri di Matisse, commuovermi davanti agli scatti di Kertesz o passare venti minuti a osservare ogni minimo particolare nei quadri di Cheri Samba.


Sabato, complice il bel tempo che ha spinto all'aperto buona parte degli inglesi, la Tate era abbastanza vuota, tanto che non abbiamo fatto la coda per comprare i biglietti. Anche la mostra era abbastanza vuota, il che ci ha dato la possibilità di godercela per bene, dal primo quadro all'ultimo poster.
La mostra mi è piaciuta molto, è davvero ben fatta e probabilmente mi concederò il bis prima che chiuda. E' la seconda mostra dedicata a Rodchenko nell'arco di un anno, ma non si tratta di una ripetizione, perché quella alla Hayward era concentrata sul Rodchenko fotografo. Questa mostra invece è dedicata sia a lui che a Liubov Popova e al loro contributo al costruttivismo.
Con l'arte moderna e contemporanea lotto e fatico, ma i costruttivisti russi sono una piacevole eccezione. Per quanto influenzato dall'ideologia, il loro tentativo di portare l'arte al livello delle "masse proletarie" era genuino. Non è semplicemente arte, intesa nel quadro appeso a una parete perché lo Sgarbi di turno lo possa commentare con parole piene di nulla. E' arte che scende dai piedistalli e diventa reale, nei poster, nella pubblicità negli abiti di scena e nei tessuti.
Magari non so trovare le parole giuste, ma le emozioni sono lì, reali, fra una riga, un cerchio e un poster della corazzata potëmkin, e rimangono nel cuore lungo la strada verso casa, mentre il sole tramonta e io finisco di leggere il mio libro. Schiacciata e compressa su un sedile di uno dei replacement bus della SouthWest Trains, me ne torno in zona 6, che Londra non è, ma è casa, a volte.

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