Tuesday, 21 April 2009

Un pomeriggio di primavera, una viaggiatrice

Gli uomini d'affari con i blackberry d'ordinanza.

La giovane ricercatrice universitaria in fuga assieme al suo cervello.

I ragazzotti inglesi che al duty free ai gianduiotti hanno preferito pseudo cioccolato al latte della mucca viola.

Un oceano di cuffiette bianche in orecchie di tutte le fogge ed età che non sentono l'ennesima ultima chiamata per il signor Capecchia, probabilmente ucciso dagli accidenti lanciatigli contro dagli altri passeggeri seduti sull'aereo in partenza per Catania.

C'è il mondo seduto intorno a te. Seduto male però.

Le poltroncine della sala d'attesa del Sandro Pertini di Caselle sono fra le cose più democraticamente scomode che uno possa immaginare. Democraticamente, il loro essere scomode si applica a tutti, senza distinzione di nazionalità, sesso o ceto sociale.

La finta pelle granatone è tutta macchiata e rigata. Il numero elevato di natiche che hanno accolto nel corso degli anni hanno assottigliato la gommapiuma a uno strato ormai inesistente. I braccioli metallici verde tristezza paiono risucchiare la luce e la vita che sembra volersi diffondere oltre il giallo e blu dei banconi dei gate e le vetrate che danno sulla pista.

Ti siedi ma già sai che non ci starai comodo, non è possibile. Neppure composto, se è solo per questo. Dopo pochi minuti la schiena si inclina, una spalla scivola giù mentre l'altra si inarca e il collo si infossa.

Posizione innaturale che sembra esprimere il disagio di essere, inteso nel senso di trovarsi, fra tutti i posti del mondo, seduto proprio lì, su quella sedia che si atteggia a poltrona.

Sei in attesa ma, seduto su questa seggiola, sei anche al di fuori del tempo, fermo: ti aspetti di veder spuntare da un momento all'altro l'Albertone nazionale, con tanto di valigia marrone, camicia con maniche arrotolate, bretelle e orologio con cinturino in finta pelle, come nella più tradizionale delle commedie all'italiana degli anni Sessanta, anni in cui l'aeroporto sembra essersi trovato così bene da aver deciso di non muoversi più di lì.

Ti ricomponi per un secondo quando, alzato lo sguardo, ti specchi nella posizione da tricheco spiaggiato della violinista seduta davanti a te.

Controlli l'orologio e sembra fermo, come tutto attorno a te ma te l'ho già detto, è un trucco delle poltroncine. Ti basta uno sguardo oltre le vetrate per accorgerti che la vita macina minuti su minuti, implacabile come suo solito: la pioggia cade rimpinguando vecchie pozzanghere, gli aerei si levano e parcheggiano in un balletto magistralmente diretto, i taxi bianchi li seguono a tempo.

Vorresti solo che il tempo passasse anche per te, per far arrivare il tuo aereo, per farti ripartire e portarti altrove. Mai come quando ti scomponi su uno sgabello con sedile dell'aereoporto di Torino, ti rendi conto che quello che desideri davvero è avere il coraggio di deviarlo il tempo, e con lui la tua vita, in una direzione diversa, che non ti porti da nessuna parte, ma che ti riporti dove tu vuoi veramente.


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