Saturday, 16 May 2009

Care for a cuppa?

Care for a cuppa?

Come tutte le persone che hanno patito la fame vera, nonna Ida era innamorata della buona tavola: sapori e odori, colori e forme, abbinamenti e gusti.
Nonna Ida aveva il diabete. Era la sua eredità molesta, qualcosa di cui avrebbe fatto volentieri a meno, ma che suo padre aveva deciso di trasmettere a lei e a quasi tutti i suoi altri figli.
Negli anni '80, ai miei occhi di bambina, il diabete non era una malattia. Era violenza psicologica. Era un continuo divieto, un pesare ogni cosa fino all'ultimo grammo. Era un pranzo di Natale con gli agnolotti e il bollito misto per noi altri e una minestra insapore accompagnata da un formaggio triste per nonna.
Niente pomodori, non più di 40 grammi di pasta, perché se ne mangi 43 il coma diabetico è alle porte. Masticare tutto sessanta volte era stato il consiglio del dottore quando nonna Ida gli aveva detto che aveva fame ed era difficile resistere a uno spuntino extra ogni tatnto.
Odio il diabete, e il modo in cui in passato veniva curato perché ha abbassato di molto il livello di vita di mia nonna.
E forse anche perché, sotto un certo aspetto, alcuni dei problemi che ho nel rapportarmi al cibo derivano dal diabete di nonna: prendete una bambina insicura, mescolate il suo non sentirsi all'altezza con una buona manciata di parenti che la fanno sentire tale, una spolverata di zie zhe le dicono che grassa com'è sarà destinata a rimanere sola, e una generosa porzione di coetanei che la deridono. Condite il tutto con un'ossessione maniacale per la bilancia e togliete ogni valvola di sfogo. Lasciate lievitare fino all'adolescenza. Eccovi serviti con una personalità complicata con tanto di disturbo dell'alimentazione.
Non ho mai imparato a cucinare da mia nonna, ma l'ho osservata molto. Il suo modus operandi era simile a quello che utilizzo io. So che esistono cibi che diventano pericolosi in momenti di crisi, di tristezza, nervosismo e stress. Non sono cibi proibiti, ma quando arriva una crisi non riesco a fermarmi. Il modo migliore non è cedere alla tentazione, ma passarla ad altre persone per le quali la tentazione non è tale e, di conseguenza, non pericolosa. Mia nonna cucinava per gli altri, mangiava con gli occhi guardando i suoi nipoti, il parentado tutto mangiare i suoi gnocchi, gustare le torte, perdersi nello zucchero a velo. Magari non erano piatti raffinati da ristorante Michelin-stellato, ma erano unici, indimenticabili, perché l'ingrediente principale che nonna usava sempre era l'amore: l'amore per il cibo che non poteva mangiare e l'amore per le persone per cui cucinava. Io faccio lo stesso: cucino per chi mi sta accanto e mangio tramite loro. Preferisco cucinare per le persone che amo, per gli amici, perché mi sembra che tutto abbia un gusto migliore se pensato e cucinato per chi dà un significato alla mia vita.
Ogni tanto, specie se ho tanto stress da eliminare, cucino pure per i colleghi.

Ieri sera ho approfittato del fatto che oggi fosse "Care for a cuppa", un giorno in cui si raccolgono fondi per Diabetets UK per fare fuori un po' di nervosismo, ripensare a nonna e continuare a lavorare alla ricetta delle girelle alla cannella.

L'idea di base è semplice: cucini qualcosa, la vendi ai colleghi in ufficio e versi il ricavato in beneficienza. Ho deciso di applicare la prassi della "honesty box": ognuno lascia quel che pensa sia giusto.
Pensare di vendere qualcosa di così altamente zuccherino come le girelle alla cannella per raccogliere fondi per il diabete è abbastanza ironico e mi lascia abbastanza perplessa e confusa.
Non tanto come quanto alcuni miei colleghi, che mi hanno lasciata un contributo di 4 centesimi: è il valore che danno al diabete o alla mia cucina?!?

Girelle alla cannella
La ricetta originale la trovate qua ed è opera di Silvia. Purtroppo il mio forno è anarchico e non reagisce bene a certe ricette, quindi ho dovuto modificare alcune parti, mentre altre le ho cambiate per sbaglio o intenzione durante le varie prove.

Ingredienti:
500 gr di farina
1 cubetto di lievito di birra (o 1 bustina di lievito secco, se vivete in un paese dove trovare il lievito fresco
è una mission impossible)
70 gr di zucchero di canna
1 pizzico di sale
2 uova
210 ml di latte
70 gr di burro sciolto
3 cucchiai abbondanti di cannella

Ripieno:
200 gr zucchero di canna
85 gr burro a temperatura ambiente
cannella a volontà (l'ultima volta mi sono fermata solo alla fine del barattolo)

Impastare tutti gli ingredienti fino ad ottenere un panetto liscio; far lievitare in una ciotola ricoperta da un panno per un'ora (o fino a raddoppio volume).

Nel frattempo amalgamare gli ingredienti del ripieno, fino a ottenere una bella crema.

Stendere la pasta in un rettangolo di 1/2 cm di spessore. Spalmarci sopra la crema alla cannella.
Arrotolare e tagliare dei dischi di circa 1 cm e mezzo: farli lievitare coperti per altri 20 minuti in una teglia.
Spennellare con 1 uovo sbattuto con 2 cucchiai di latte.

Infornate a 190° per circa 10/15 minuti.

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