Friday, 5 June 2009

una linea curva

Cambiano i paesi, le lingue, le persone. Certe cose però non cambiano.
Quando torno a casa, mi sfilo sempre le scarpe da ginnastica senza slacciarle, così la mattina dopo si trasforma in un esercizio semantico, un insieme di parolacce in 6 lingue (oltre all'italiano e al piemontese, continuo ancora a insultarmi in ungherese e cinese e ora condisco il tutto con un po' di inglese e spagnolo) e di promesse di non farlo mai e poi mai più.


Mi dico sempre che questa è l'ultima volta che lascio che il cumulo di roba da stirare mi superi in altezza. Normalmente me lo ripeto mentre sudo 7 camicette e molto altro davanti alla tv, fissa sulla tribuna politica perché non trovo più il telecomando per cambiare canale (di solito lo ritrovo al fondo della pila di vestiti da stirare).


"Ah, ma l'orizzonte non è dritto..."
"You could have levelled the horizon, just a little, few degrees..."
Anche queste sono frasi comuni. Per me scattare una foto con l'orizzonte dritto rappresenta una sfida. Un po' perché il braccio destro tende sempre a cadere un po' più in basso rispetto a quello sinistro. Un po' perché Rodchenko docet.
Poi c'è l'astigmatismo e l'idea che mi porto dietro, sin da bambina, che l'orizzonte non è così dritto. L'orizzonte per me ha sempre avuto una dolce piega, una leggera curvatura; quando avevo otto anni, faticavo tanto a scuola: non riuscivo a leggere a lungo prima che mi venisse un mal di testa tremendo e la lavagna era una nuvola nera sfocata.
L'oculista della mutua aveva decretato per me un destino da miope e l'ottico davanti alla chiesa di Nostra Signora della Saluta era stato incaricato di procurarmi un paio di occhiali di plastica verde-acqua con brillantini plasticosi ai lati.
Era un sabato pomeriggio, un novembre ancora assolato e caldo. Appena infilati gli occhiali, un mondo nuovo sembrava essere apparso all'improvviso. Auto, persone, ragazzi in bicicletta... vedevo tutto!
Dopo che mamma aveva sborsato una discreta cifra all'ottico i miei ricordi diventano meno vividi: mi ricordo che siamo andati a trovare i miei nonni, probabilmente abbiamo giocato e fatto merenda. Il ricordo diventa più chiaro all'IperStanda di Rivoli, dove ci siamo fermati per la spesa settimanale. Dopo aver passato dei mesi senza vedere bene, ora ci vedevo, ma forse troppo. Mi sentivo un po' nauseata, come se mi trovassi su un traghetto Tirrenia in viaggio verso la Sardegna.
A un certo punto alzo gli occhi e mi guardo intorno. Il mio orizzonte è la parete in fondo, piena di bottiglie di acqua. Il mio orizzonte non è dritto, è incurvato, una parabola piccola piccola, un dosso quasi.
Mai prima di allora il mondo mi era sembrato così reale, così vero. Vedevo il mondo per la prima volta in maniera totale, la curvatura del globo era lì, davanti a me, e potevo quasi toccarla allungando la mano.
Esilarante, ecco come si possono descrivere quei minuti: mi sembrava di capire e vedere tutto, nulla poteva essermi nascosto. Quella sensazione, arrivata all'improvviso, è scomparsa altrettanto velocemente. Da allora cerco di riprovarla, in ogni foto che scatto e ogni tramonto che guardo; inclino sempre un po' la testa, a volte da sola, a volte trovo una spalla a cui appoggiarmi, alla ricerca di quella curva perfetta.

No comments:

Post a Comment