Friday, 11 September 2009

Grizzly e uomini


Qualche mese fa ho visto "Into the wild" di Sean Penn, tratto dall'omonimo libro di Jon Krakauer. Mi aveva innervosito oltre ogni dire; non solo la lunghezza spropositata, quasi due ore e mezza di film non giustificabile da nessun ritorno di poesia o fascino, ma anche la regia e l'impronta data da Sean Penn rendevano il film ancora più odioso.

Forse sono troppo cinica, mi manca la stessa capacità di sentire la poesia e la magia della vita e della natura di Sean Penn e del protagonista del film, ma mi dava fastidio la quasi deificazione di un borghese piccolo piccolo che, invece di affrontare i suoi problemi, prende e se ne va in Alaska senza nemmeno uno straccio di mappa.

Vista l'esperienza, non ero molto sicura di voler vedere "Grizzly Man" di Werner Herzog. Per fortuna, però non mi sono lasciata scoraggiare, visto che è un film completamente diverso.
Il punto in comune fra i due film è fondamentalmente uno solo: tutti e due trattano di persone realmente esistite, particolari se non problematiche, decedute in circostanze tragiche nel bel mezzo della natura dell'Alaska.
Poi però i film prendono due pieghe ben differenti. Il film di Herzog è un documentario innanzitutto: narra della vita e della morte di Timothy Treadwell, studioso degli orsi, e di Amie Huguenard, la sua fidanzata. Buona parte del film non è stato girato da Herzog, ma dallo stesso Treadwell, che ha trascorso tredici anni in Alaska a filmare gli orsi, vivendoci a stretto contatto, convinto di poter "diventare" uno di loro. Alla fine dell'ultima estate vennero uccisi e divorati da quegli stessi orsi che Timothy era convinto di poter salvare (lui solo, nessun'altro). Di loro sono rimasti un'orologio ancora funzionante e un centinaio di ore di filmato.

Timothy Treadwell era un personaggio sicuramente unico nel genere: animato da una mania di protagonismo, con un passato costellato da vari problemi di dipendenza da alcool e stupefacenti, nei filmati oscilla fra esaltazione e manie di persecuzione; è una figura tragica e grottesca, parla dei pericoli di quello che fa, dei rischi che si corre a stare così vicino agli orsi, salvo poi chiamarli con nomignoli e soprannomi e parlargli a forza di moine e "I love you", manco fossero gattini.

Herzog, a differenza di Penn, non si schiera; non subisce il fascino, ma non lo tratta nemmeno con derisione. Oltre a riorganizzare i filmati di Treadwell, aggiunge interviste a persone che lo hanno conosciuto, esperti di orsi, come eschimesi dell'Alaska (che non lo stimavano per niente). Dà la sua lettura, è subito chiaro quale sia la sua posizione nei confronti della natura: non è quel paradiso di gentilezza e bontà che il protagonista di "Grizzly man" vede intorno a sé, bensì caos, ferocia, lotta per la sopravvivenza. Poi però lascia che siano i filmati a parlare e lascia a noi la responsabilità di formare un'opionione personale.

Negli ultimi filmati si vede il primo piano del muso di un orso: lì dove Treadwell vedeva amore e accettazione nella famiglia degli orsi, Herzog commenta di non vedere altro che indifferenza e un lampo di fame.

E' un film a volte irritante, perché il suo protagonista sa essere molto fastidioso, ma istruttivo e interessante: per me, questo tentativo di difendere la natura e gli orsi a tutti i costi, nonostante tutto e tutti (natura e orsi compresi) è l'ennesima prova dell'arroganza degli uomini.

Non è stato un orso a uccidere Timothy Treadwell, ma la sua pazza e incosciente voglia di andare oltre una barriera, quella fra noi uomini e il mondo naturale; una barriera che esiste da migliaia di anni per delle ottime ragioni, per protezione. Proteggere noi dagli animali feroci, ma ancora di più, per proteggere gli animali da noi uomini.

No comments:

Post a Comment