Thursday, 24 September 2009

Storia di un negativo accantonato

Settembre 1999.
Un caldo torrido a Pechino.
Il cielo è giallognolo, l'aria irrespirabile, l'umidità ha superato livelli mai pensati e io penso che non è così bello sapere che dove finisce la mia pelle debba per forza iniziare il tessuto appiccicaticcio dei pantaloni di tela.
Boccheggio come un pesce di nome Wanda, sono rintronata e ho la pressione sotto le scarpe, ma è pur sempre il mio primo viaggio in Cina e così mi ritrovo davanti alla Città Proibita senza quasi accorgermene e nonostante tutto. Riesco quasi ad abbozzare pose da viaggiatrice entusiasta per 5 o 10 secondi.

Mentre passeggio con gli altri nel primo cortile, noto per terra un pezzo di negativo: guardandolo contro luce mi rendo conto che sono due foto souvenir. Qualcuno in visita ha pagato per farsi fotografare con addosso degli abiti della Cina Imperiale, un po' come le foto con i gladiatori davanti al Colosseo.

Intasco il negativo incuriosita; mi dico che il giorno dopo l'avrei portato a sviluppare per vedere le foto.
Il giorno dopo, manco a dirlo, me ne dimentico. Quando me ne ricordo, rimando tutto al giorno dopo.
Errore tragico.
Il giorno dopo diventa quello dopo ancora e quando giunge il momento di fare ritorno in Italia, il negativo è ancora lì: lo metto in una bustina, ripromettendomi di scoprire chi c'è nella foto.

Settembre 2009.
Sono passati dieci anni dal mio primo autunno a Pechino.
A Woking fa fresco, il cielo è grigio e una leggera pioggerella è caduta poco prima di cena.
Sto facendo pulizia fra le varie cianfrusaglie e carabattole, decidendo cosa tenere, cosa vendere e cosa dare in beneficenza entro metà novembre.
Da un portadocumenti cade una piccola busta. La apro ed ecco che lo ritrovo: il negativo della Città Proibita, dopo almeno 2 anni che non lo vedevo. Nel corso degli anni sono sempre andata vicinissima a stampare le foto ma non l'ho mai fatto: in compenso ho portato questa strisciolina di ricordi con me praticamente in ogni luogo in cui sia mai stata, sempre con l'intenzione di svilupparli il quanto prima. In quanto a procrastinare, mi va riconosciuta una certa maestria.

Stasera però avevo finito le scuse: ho acceso lo scanner e per la prima volta alle ombre che immaginavo ho preferito una visione più accurata. Il negativo è molto rovinato, i colori slavati e vedere finalmente le foto mi ha fatto uno strano effetto. Aver dimenticato il negativo in giro, non significa che io me lo sia scordato del tutto: nel corso degli anni ho costruito un'intera storia nella mia mente.

Ho dato una forma, un volto, una vita a una persona che non esisteva se non in controluce e nella mia testa.
L'avevo ribatezzato Wang Jun, come il protagonista dei dialoghi del manuale di conversazione cinese.
Sin dagli inizi ho deciso che era un ragazzino sugli 11 anni, alto per la sua età, amante della pallavolo e mediocre a scuola.
In gita con i genitori a Pechino,  in seguito ho deciso che lui mica la voleva fare la foto, si vergognava, ma alla fine aveva dovuto soccombere alle insistenze materne.
Nella mia ricostruzione dei fatti, è lui a perdere volontariamente il negativo: lo fa per evitare che la madre stampi ulteriori copie della sua umiliazione.

La mia storia non ha trovato riscontri nello scanner: mentre lo sentivo macinare pixel su pixel, cercavo di capire come avrei potuto reagire alla differenza fra fantasia e realtà.

A vedere queste foto rovinate provo un misto di nostalgia, tenerezza e curiosità.

Beijing 1999

C'è un po' di tristezza perché il Wang Jun che avevo immaginato è scomparso.
Ma ora c'è una nuova faccia da guardare.

Beijing 1999

Una nuova vita da immaginare.
Magari fra dieci anni ve ne riparlo

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