Saturday, 21 November 2009

i ricci e i condomini di parigi


Ho visto un solo film al TFF, un horror canadese, "Pontypool". Piaciuto molto, io e Diego abbiamo concordato che il miglior luogo dove discutere sul film non poteva che essere Olsen.
Davanti a una fetta dell'ottima crostata ciocco-pere, il discorso si è spostato sui libri, sui cosiddetti "casi letterari" e sul potere del reparto pubblicità delle case editrici.
Uno dei miei problemi quando entro in libreria, oltre a evitare di non portarmi via il corrispettivo del mio stipendio (specie ora che sono disoccupata, eh eh :-D), è capire se questi indimenticabili casi letterari, siano davvero dei casi e se non siano piuttosto a rischio di oblio. Il più delle volte quell'esplosione di aggettivi sulle quarte di copertine serve a intontirci, nella speranza che nessuno si accorga che quello che le pagine ospitano non è nulla di che, nulla di "emozionante, profondo, universale, mozzafiato, coinvolgente o sublime" o che, in realtà, non c'è proprio nulla. 
Ecco, talmente è usato, che appena qualcuno mi dice che un libro è sublime a me si alzano i peli delle braccia e scatta l'allarme rosso-cotiomkin.
In un certo senso "Firmin" è un tipico esempio: un libro onesto, un romanzo interessante ma non un capolavoro fondamentale della letteratura contemporanea come certi critici e pr della casa editrice volevano dare a bere a tutti.


Lo stesso si può dire dell'ultimo romanzo che ho letto, "L'eleganza del riccio" di Muriel Barbery. 
Ho girato attorno a questo libro per diverso tempo: lo guardavo, lo sfogliavo, lo prendevo, ma poi finiva sempre che lo riponevo sullo scaffale e ne uscivo senza dal negozio. 
Un successo di critica e di pubblico, come si suol dire, ebbene sì, è un caso letterario.
Alla fine mi sono decisa e, approfittando dell'ennesima promozione di Waterstone's (avrò fatto del bene o del male al sistema editoriale britannico?) l'ho comprato e tenuto da parte come "libro del rientro".
Nel giardino dei miei nonni, nell'incasso di una pianta dalle enormi spighe di cui non conosco il nome (e che mia nonna amava mettere nei vasi in casa: dopo due o tre giorni, le spine si disintegravano e invadevano ogni singolo angolo di casa) viveva una famiglia di ricci: papà riccio, mamma riccio e i ricciolini. Mio papà controllava sempre che i Ricci fossero felici e contenti, risistemandogli la pietra che faceva da porta alla tana e lasciandogli un po' di paglia vicino in modo che la usassero in casa. 
Un po' spigolosi e pungenti, riservati (sparivano per tutto l'inverno), li potrei definire simpatici ma non eleganti.
Non so se i ricci che vivono nei condomini di Parigi siano più eleganti di quelli della campagna torinese, anche perché Perec e Pennac non ne hanno mai scritto e la mia conoscenza sul tema condomini parigini si basa quasi esclusivamente su di loro. 
Che la Barbery potesse gettare luce su questi quesiti, regalandomi pure una piacevole lettura?
Con i ricci del mio passato e il palazzo di Bartlebooth, le protagoniste del romanzo e la loro autrice non hanno molto a che spartire. 
A voler essere onesta, l'ho letto tutto fino a metà, poi ho saltato. Ho iniziato con il salto dei sostantivi, poi sono passata al salto della frase, saltato pagine e scorso alla velocità della luce i pensieri profondi della dodicenne Paloma.
Presa dalla foga e dal fastidio del momento, l'ho cassato con un "è una boiata tremenda".


A freddo, credo che ai mille già scritti, posso aggiungere un altro aggettivo: "arrogante".
Il libro è arrogante, i personaggi sono arroganti, la scrittura è intelligente, ma pur sempre arrogante.
L'idea di base non è male, ma non nuova: come dietro alla portinaia Renée si cela una donna dalla profonda cultura, così dietro a tante altre persone insospettabili si nascondono personalità diverse da quelle che noi deduciamo dal loro aspetto esterno. L'abito non fa il monaco, insomma.
Paloma potrebbe essere un personaggio davvero interessante.
Ma...
Ma tutto è coperto da un pesante strato di autocompiacimento, di superbia. I personaggi sono divisi in una schematica e ritrita contrapposizione fra buoni e cattivi: da un lato gli "esseri superiori", i custodi del Sacro Tempio del Sapere con l'iniziale maiuscola che vivono dei fini piaceri della Cultura; cultura che solo i loro animi sensibili possono comprendere. A loro si contrappongono, gli inferiori, i genitori e la sorella borghese di Paloma, gli altri condomini che vivono di beni materiali e non comprendono l'inutilità delle loro vite.
Loro citano Tolstoj e si compiacciono a discutere della cerimonia del tè, mentre gli altri non comprendono il vero valore dei romanzi e bevono caffè.
Molto francese, con quella puzza sotto il naso che fa molto intellettuale parigino, è un romanzo con molte maiuscolo e citazioni, e dichiarazioni molto snob sulla linea del:
"I still find it difficoult to believe that [...] hairdressers are not parasites",
Renée è troppo impegnata a curare la sua mente superiore da curarsi dei suoi capelli, cosa che solo le persone vuote possono fare a quanto pare.


"L'eleganza del riccio" è scritto bene, ma per me alla fine è uguale a un macaroon: tu guardi un macaroon in una vetrina di una pasticceria e subito pensi che sia bellissimo.
"Ma che bei colori! E la crema poi!"
Allora tu li compri tutta felice, ne addenti uno e nascosto sotto un pesante strato di colesterolo e coloranti alimentari c'è il nulla.


Ironicamente, è proprio la Barbery a rendere al meglio ciò che io penso di questo romanzo, dando voce a questo "pensiero profondo": "But many intelligent people have a sort of bug: they think intelligence is an end in itself. The have one idea in mind: to be very intelligent, which is really stupid".
Appunto.

No comments:

Post a Comment