Wednesday, 9 December 2009

A Giza come alla bocciofila

Test di associazione di parole: qual e' la prima parola che ti viene in mente se dico...
Mare? Coccofresco!!!
Torino? Casa.
Cioccolato? Fondente.
Fish and Chips? Vinegar.
Piramidi? La bocciofila.


Ehm, qualcuno potrà pensare che ho definitivamente dato di matto, smettete pure di cercare il numero dell’ufficio di igiene mentale. C’è una spiegazione, forse non molto logica, ma pur sempre una spiegazione per questo collegamento.
Da quando zia Bruna mi aveva portato al museo Egizio, verso i cinque anni, avevo iniziato a disegnare le tre piramidi di Giza, con tanto di due o tre cammelli e qualche palma di corredo. Il disegno era sempre uguale ed è probabile che potrei ridisegnarlo tale quale pure oggi, tenendo conto che le mie capacità artistiche sono rimaste pressoché immutate dai dorati tempi dell'infanzia. 
I cammelli erano sempre vicini alle palme, che almeno gli facevano un po’ d’ombra, povere bestie. La piramide di Cheope in primo piano, Chefren e Micherino erano un po’ più spostate verso la sinistra del foglio. Con la matita tracciavo delle righe sulle loro fiancate perché volevo delimitare per bene le mattonelle. Già, perché non erano enormi blocchi di roccia, quelli che componevano le mie piramidi: ero profondamente convinta che quando gli egizi le avevano costruite, le avessero rivestite di piastrelle, un po’ come quando negli anni Settanta c’era stata la moda di usare le mattonelle smaltate per l’esterno (quell’effetto “bagno fuori” che sembrava spopolare a Leumann). Con il tempo le piastrelle erano cadute e nessuno le avevano sostituite, quindi quelle che vedevamo erano gli scheletri delle piramidi, fossili di una civiltà, ma le vere piramidi erano tutt’altra cosa.
Da piccola vedevo tutto il mondo come vedevo le piramidi: omogeneo, liscio, nessuna zona d’ombra, il bene distinto nettamente dal male. Fare scelte non era difficile, così come capire se una persona fosse buona o no, perché le alternative erano ben definite: o sì o no, o bianco o nero.
Non so quanto sia durata questa utopia, forse in parte resiste: partigiana, si è nascosta in qualche angolo remoto della mia mente. 
Probabilmente, poco più tardi aver accettato il fatto che no, gli antichi egizi non rivestivano di piastrelle verdi le loro tombe, mi sono anche iniziata a render conto che nemmeno le persone sono così facili da inserire in categorie separate. Non sono blocchi massicci, compatti e levigati, al più sono dei “roc”, con zone piatte, altre più aspre, possono proteggere ma anche ferire. Ho iniziato a capire e accettare tutto questo con mio nonno Eugenio.
In qualche modo ho sempre notato che c’era una grande differenza fra come io vedevo mio nonno e come lo vedevano mia mamma o mia zia.
Accettare che nonno non fosse solo quello che era per me, un nonno, ma anche altre cose è stato uno dei momenti più importanti e difficili della mia vita. 
Nonno Eugenio era in effetti un gran bell'esempio di "roc": accanito fumatore di MS 80, passione seconda solo alla nutella, ma che veniva prima del pintone di barbera, geometra euclideo, avido lettore dell'enciclopedia agricola, oratore seriale e terrore di tutti i testimoni di Geova che oramai evitavano la nostra casa (e i suoi sermoni) come la peste, nonno mi sembrava davvero, ma davvero felice, solo nel momento in cui prendeva le bocce, le scarpe e metteva in moto la 127 e si dirigeva nella bocciofila di turno.
Giocava a bocce con una passione e una veemenza che gli mancavano in buona parte della vita di tutti i giorni, chiacchierava, rideva, imprecava, bocciava e non credo gli importasse molto vincere o perdere, finché era lì che giocava.
Alla bocciofila nonno era tutto ciò che era: un grande nonno, un pessimo padre, un marito catastrofico. Un uomo, insomma. Ma anche un po' una piramide.

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