Saturday, 5 December 2009

Fiabe stravaccate - seconda parte


“Zia, zia, ma perché ti fermi?”
“Scusa amore, ma avevo sete, posso bere un po’ d’acqua?”
“Mmmmh, vabbè, ma ora continua, capito?”


"Klaus era cresciuto un po’ come era a nato: a caso.
I suoi genitori erano persi nei loro mondi, troppo distanti da quello reale, Klaus pensava che la mamma avesse sempre troppo da lavorare e proprio non capiva che gusto provasse suo padre a dormire al tavolo del pub.
Una volta gliel’aveva pure chiesto al papà, ma non aveva capito la risposta: un po’ perché il papà l’aveva biascicata, un po’ perché la zaffata di vodka gli aveva provocato un leggero capogiro, e aveva concentrato tutte le sue energie al rimanere in piedi e non ad ascoltare Rudolph.
Klaus era stato un bambino molto curioso: tutto ciò che lo circondava lo incuriosiva e lo faceva pensare, si poneva sempre tante domande, tanti perché e percome che il più delle volte non trovavano risposta: a casa non c’era nessuno che potesse o volesse rispondergli e gli unici libri che c’erano erano il prontuario delle erbe di Winnie e la Settimana Enigmistica. Per quanto Klaus ritenesse la Settimana Enigmistica il più fidato custode del sapere inutile, questa non sempre aveva le risposte, o quanto meno bisognava aspettare fino al numero successivo, il che gli causava attacchi di ansia, impazienza e panico, quando non riusciva più a ricordarsi a quale domande stesse cercando risposte sette giorni prima.
Le domande che più premevano sul cuore di Klaus però non trovavano risposte neppure lì; nemmeno la Susy, che rispondeva paziente alle domande più insensate dei suoi amici e il Corvo Parlante, che sembrava essere un ufficio oggetto smarriti protetto dalla LIPU, potevano aiutarlo in certi momenti.
Perché i miei genitori sono diversi dai genitori degli altri bambini?, si domandava guardando gli altri padri e le altre madri.
“Mamma, perché noi siamo così? Perché tu non sei come le altre mamme, quelle del co.ma?” (COmitato.Mamme, NdA)
“Siamo tutti diversi, Klaus e chi te lo dice che quelli normali non siamo proprio noi”, lo rassicurava Winnie, “per favore passami un po’ di quell’erbetta lì, sì quella compressa a cubetto. Bravo! Adesso vai a giocare a slittapapà”
“Ma a me non piace slittapapà!” piagnucolava Klaus.
“E’ quasi ora di cena, quindi poche storie: vai al pub, recupera tuo padre e fallo slittare giù dalla collina fino a casa.”


“Papà, papà, perché io sono diverso dagli altri bambini?”
“Oh come gira il mondo...”
“Insomma perché non posso essere come loro?”
“Fermami che devo vomi...”


Queste domande si facevano particolarmente dolorose per il piccolo Klaus nel periodo di Natale, quando tutta Geischeleton si trasformava: alberi decorati e ghirlande di vischio spuntavano da ogni dove, il profumo di biscotti appena sfornati usciva da case e negozi, cori di canzoni natalizie agli angoli delle strade... oh oh oh, ridacchiavano i finti Babbo Natale!
A Klaus sembrava di piombare in un incubo ogni anno, un incubo nel quale la città tutta si trasformava nel set de “La vita è meravigliosa”, eccezion fatta per la sua casa. Le case dei suoi compagni di scuola si illuminavano di voci, risa allegre e luci colorate. E Klaus aveva l’impressione che più le luci delle case degli altri brillassero e più scura si facesse la sua casa, più alte risuonassero le note di “Jingle Bells” e più tetro diventasse l’umore dei suoi genitori, come se gli altri risucchiassero la sua parte di calore e allegria.
Ma un giorno, Klaus aveva scoperto un modo per riavere una parte di quel calore.
Era successo tutto per caso. Finita la scuola, quasi tutti i suoi compagni di classe erano andati alle prove per il coro e Klaus era rimasto a bighellonare in giro per Geischeleton con il suo migliore amico Nick. 
Nick non proveniva da una famiglia bene qualunque di Geischeleton. Nick proveniva dalla più importante famiglia bene di Geischeleton, quella famiglia che aveva fondato la città poco più di 2 secoli prima: il suo bis-bis-bis-avolo era stato un infallibile cacciatore di orsi, criminali con taglia sul collo e mogli benestanti ma di salute debole che si era riciclato in rispettabile cittadino timoroso di Dio e della legge.
Dopo aver fondato la città ne divenne sindaco, giudice e capo della polizia, risolvendo in un sol colpo i problemi di conflitti d’interesse e stipendio degli impiegati comunali. Sopraggiunta l’età pensionabile, il suo posto era stato preso dal figlio, poi dal nipote e via dicendo giù giù in linea diretta fino al papà di Nick. 
Un giorno sarebbe dovuto toccare a Nick, solo che lui, sin dalla più tenera età, sapeva di essere destinato a tutt’altro: voleva lasciare Geischeleton, andare a Parigi e rivoluzionare il mondo della moda, diventando il Vivienne Westwood del nuovo millennio...
Sin da piccolo Nick aveva imposto il suo credo stilistico alla mamma e non c’era stato verso di imporgli la divisa della scuola, sostituita da un elegante ma al tempo stesso sfrontato completo di fustagno grigio, di cui era evidente il taglio moderno ma con un occhio al passato della sua terra, come dimostrato dai ricami new-baroque sui polsini e cuciture in bella vista delle tasche di pantaloni. Completava la mise una pratica borsa a tracolla con una ripresa delle cuciture del completo, abbinate però in questo caso a un velo di bianco ed etereo pelo di yeti. 
Agli altri bambini Klaus non piaceva molto ma neppure Nick era esattamente ben visto, motivo per il quale i due erano subito andati d’accordo...”


E ora?

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