Tuesday, 24 February 2009

shiny stuff e curry

Lunedì mattina. Suona la sveglia. Ecchisenefrega, io la spengo. Que viva Virginia la revolucionaria? No, sono semplicemente in ferie, quindi so che la sveglia vera e propria suonerà dopo venti minuti buoni.
Nono posso dormire troppo sugli allori. Non solo è scomodo, ma devo incontrarmi con gli altri del NCC, ovvero sia il Nokia CameraCurry Club (in realtà solo Camera, ma sembra sia scritto da qualche parte nel nostro inesistente statuto che quando usciamo dobbiamo concludere la serata insieme con un curry).
Programma della giornata: gita a Birmingham per il Focus on Imaging 09. E' un po' come il Fotokina, ma in dimensioni ridotte (e anche così è enorme).
Recupero un po' di frutta, metto la 350D con cinquantino d'ordinanza nella borsa e vado in stazione.
Prendo una copia di Metro, faccio il biglietto e salgo sul treno verso Hook, dove devo incontrarmi con Tim e Neill, per poi andare tutti insieme a Wokingham, dove ci aspetta il Mazda Bongo di Colin.
L'andazzo della giornata me lo indica l'oroscopo di Metro: quale migliore fonte che le previsioni astrologiche di un quotidiano gratuito come Metro?


Già, chissà come mai mi sento attratta da "shiny stuff"!!! Però non mi faccio spaventare, perché hey! non ho un solo amico assennato! Ne ho 3 in viaggio con me e altri 2 saggi ci aspettano a Birmingham! Insomma, il mio portafogli sta in una botte di ferro!
Già... 'na botte de fero. Un po' come Attilio Regolo.

say hello


A parte il portafoglio bucherellato, e un fantastico e shiiiiny! 85mm f/1.8, mi sono divertita a Focus: ho girovagato per gli stand, provando la mia futura 40D (ma questa è un'altra storia), ma anche tutti gli altri modelli Canon, Olympus, Sony, giocherellato con la Lensbaby composer e ascoltato un po' di seminari e dimostrazioni qua e là.
Abbiamo ancora fatto in tempo a fare un giro per il centro di Birmingham: non c'è molto da vedere a voler essere del tutto onesti e tirava un venticello polare che ti raccomando. Avevamo la mezza idea di fare cena in un ristorante thai o un giapponese, ma alla fine siamo dei tradizionalisti, così abbiamo concluso la giornata analizzando gli acquisti (non ero da sola nel reparto "shiny stuff", visto che anche Colin e Steve hanno adottato una lente ciascuno) di fronte a un curry con poppadom e mango lassi.

Se ti lascio, mi cancelli?

Il
con Jim Carrey e Kate Winslet mi è piaciuto molto, meno la traduzione del titolo. "Eternal sunshine of a spotless mind" suona alle mie orecchie come un titolo più intrigante, decisamente più in sincronia con il film.
E' di questi giorni la notizia che alcuni ricercatori olandesi sono riusciti a "cancellare" un ricordo doloroso, grazie all'utilizzo di un farmaco usato per la pressione. Un primo elementare esperimento che potrebbe un giorno portare alla creazione di un medicinale in grado di cancellare ricordi dolorosi e traumi.
La domanda che una persona si pone è ovviamente una sola: se davvero esistesse una pillola magica, un Mastro Lindo per le crepe del cuore, un cancellino per lavagne emozionali, chi la prenderebbe?
Il fatto è che seduta davanti al pc, al caldo con regolmentare tazza di tè e latte al mio fianco, io mi sento sicura della mia scelta. Non la prenderei mai e poi mai. Perché dal male che ho subito ho imparato e guadagnato, molte scelte che si sono rivelate esatte e dense di felicità sono arrivate dal dolore. Perché dall'infelicità che altri mi hanno inflitto, ho ricavato quel cucchiaino di miele dell'anima che rende più dolce ciò che la vita oggi mi offre. Ma se penso ai momenti in cui stavo veramente male, quando mi dicevo "ah, non l'avessi mai fatto/incontrato/lasciato", ecco, in quei momenti credo che un pensierino a quel poco di zucchero che serve a far mandare giù la pillola l'avrei fatto.
Ciò che alla fine mi fa restare convinta del mio no, è un'altra considerazione: cosa siamo senza memoria?
Durante le scorse settimane ho visto un documentario molto interessante su BBC2, "Terry Pratchett: Living with Alzheimer's".
Nel 2007 Terry Pratchett ha annunciato di essere affetto da una forma rara del morbo di alzheime che colpisce principalmente le zone del cervello dedicate alla vista.
Il documentario inizia con una frase che colpisce e incolla alla sedia.
"
My name is Terry Pratchett. At least I think it is
". Nel corso delle due puntate, le telecamere seguono lo scrittore per un certo numero di mesi, diviso fra lavoro, viaggi per promuovere i suoi libri e visite a vari specialisti. Il sentimento che più traspare è rabbia. Non è un documentario che punta a sentimenti di compassione facili e immediati, l'immagine che si ha di Terry è molto più reale e veritiera.
Terry Pratchett è un uomo intelligente, divertente, appassionato, innamorato della vita. Ha un caratterino che levati e la battuta pronta e a volte cattiva. Ed è anche sufficientemente incazzato, perché sa che su di lui pende una condanna inevitabile: tutti quei fili che uniscono fatti, persone e ricordi nella sua mente sono destinati a scomparire. Presto o tardi, non si tratterà di non riuscire a non riconoscere le lettere sulla tastiera del suo computer, ma di non riconoscere i volti delle persone vicine a lui e l'amore che è unito a quegli occhi e a quei sorrisi.
Rabbia, voglia di non mollare, di non arrendersi ma anche tanta, tanta paura emergono dal documentario. Per esperienza personale purtroppo so cosa si prova a non essere riconosciuta, il dolore di sapere che una persona che ami ti guarda ma non riesce a vederti e mi ha commosso vedere il documentario su Terry, perché è esattamente come guardare attraverso uno specchio. Sa che questa malattia lo ucciderà, e che lui non saprà mai quando accadrà, perché la sua mente sarà già avvolta dalle nebbie dell'oblio. Vederlo aggrappato alla sua coscienza, cercare di rimanere vigile e presente, anche quando la malattia lo tradisce, magari in un auditiorium pieno di fans che si sono riuniti per sentirlo parlare, ha lasciato in me un'impronta profonda eppure leggera: non ho smesso di pensare a tutto il resto per concentrarmi solo su questo argomento, ma i suoi discorsi hanno continuato a frullarmi in testa per lungo tempo.
Noi siamo il nostro passato e se decidiamo che non lo vogliamo, cosa rimane di noi?

Sunday, 22 February 2009

Ringhio e Bugiafro

Per diversi anni consecutivi, poco dopo Ferragosto, si ripeteva un rituale sempre uguale a sé stesso in quel di La Cassa. Mia mamma si aggirava irrequieta per le stanze di casa, tirando fuori da una valigia dei costumi da bagno per metterli in un'altra, urlando alla ricerca del doposole fattore 15.
Mio padre tirava a lucido la Ritmo 60 Super Team grigio metallizzato con striscia rossa lungo tutta la carrozzeria "che-a-noi-la-GranTorino-di-Starsky&Hutch-ci-fa-'na-pippa".
Io e Adri giocavamo a bocce, scuotevamo gli alberi di susine per recuperare la merenda e scassinavamo case abbandonate alla ricerca di tesori nascosti (per quanto la storiografia ufficiale sia piuttosto reticente a riguardo, il livello di infiltrazione dei bucanieri caraibici nel tessuto sociale della provincia taurinense del XVI secolo era di tutto rispetto).
Una volta affidate Adri e Virgi alle cure dei nonni (mio padre aveva deciso di chiamare così le nostre due tartarughine, magari ne parlo un'altra volta), si partiva tutti insieme, sulla Ritmo 60 Super Team etc. etc. più lucida contro la quale i moscerini delle autostrade italiane potessero decidere di suicidarsi. Direzione una sola: giù giù verso sud, verso la Calabria.
Ai miei genitori è sempre piaciuta la Calabria, quindi si finiva sempre per andare in vacanza lì, nonostante le pile di depliant che mia mamma recuperava in varie agenzie di viaggio in primavera.
Una delle cose che amavo di più erano i pomeriggi girovaghi. Dopo il riposino post pranzo, prendevamo la Ritmo etc. etc, che ormai andava assumendo un bel colore giallo ocra (merito della sabbia e del fatto che mio padre si limitava a togliere i moscerini dai vetri) e via! si partiva alla ricerca di storia, archeologia e un buon gelato.
Non avevamo una guida turistica. Però avevamo lo stradario della De Agostini: copertina rossa, è ancora nella Seicento di papà. Sullo stradario c'erano anche indicazioni sui luoghi di "interesse storico-culturale". Non c'era scritto nulla di particolare, ma una semplice icona di una torre. Mamma sceglieva oculatamente due o tre punti a casaccio e si partiva.
Alcune volte andavamo a colpo sicuro: Le Castella, luogo dove fu girato il finale de "L'armata Brancaleone" e dove i miei, in viaggio di nozze, assistettero allo spettacolo di un allora sconosciuto Beppe Grillo. Capitava che i colpi sicuri celassero anche delle sorprese: e chi lo sapeva che capo Colonna ospitava anche un museo di archeologia marina con reperti recuperati da navi greche nei pressi del promontorio?
Capitava che cercassimo un monastero solo per finire in mezzo a un oliveto con scavi archeologici in corso e una mostra di statue della Magna Grecia in partenza per New York.
Ma non sempre le cose andavano così bene: un pomeriggio siamo quasi rimasti a secco dopo aver cercato come matti la strada di accesso per la Torre di Melissa (o era di Melassa). Non mi ricordo quanto tempo ci abbiamo impiegato per arrivare al Pollino, ma erano di sicuro 3 ore in più del dovuto.
E poi è arrivata la torre di Bugiafro e nulla è stato più come prima.
Un pomeriggio saliamo sulla etc. etc e, mentre ci allacciamo le cinture e mia sorella controlla di aver messo per davvero il rullino nella macchina fotografica questa volta, mia mamma studia la tavola dello stradario e annuncia: "Oggi visiteremo la torre di Bugiafro, siamo d'accordo?"
Ora, a parte il fatto che mi domando ancora se stesse chiedendo a noi o a qualche personalità multipla, rimane il fatto che nessun aveva voce in capitolo, e qualsiasi lamentela da parte mia o di Adri avrebbe ricevuto la risposta standard "Io vi ho fatte, io vi disfo". Mio padre, che certe cose le aveva assimilate nel momento in cui ha iniziato a uscire con mia mamma, si è limitato a mettere in moto e via! Non lo sapevamo in quel momento, ma eravamo partite per il Giro di Calabria.
Su e giù, a destra e sinistra, delle trottole impazzite alla ricerca di questa fantomatica torre.
C'erano i cartelli, seguivamo le indicazioni ma finivamo per girare intorno, salvo scoprire che le frecce indicavano la direzione da cui eravamo arrivati. A un certo punto, mio padre, preso da disperazione, ha addirittura vinto la genetica ritrosia a chiedere indicazioni!
Purtroppo il destino ha voluto che in quel momento sulla nostra strada si parasse davanti un agricoltore ultra-settantenne, senza dentiera d'ordinanza e con un calabrese così stretto che più stretto non si poteva.
Dopo aver captato che la torre sì sì esiste e che c'è pure un tesoro nascosto (ma non lo stesso dei bucanieri di La Cassa, questo era spagnolo, mi pare), il giro di Calabria si è trasformato in una mini Parigi-Dakar: seguendo le indicazioni del contadini siamo finiti in una strada che strada non era, con buche, fossi e dossi. Una ventina di minuti dopo mio padre si credeva sempre più Edi Orioli, ma Adri era più verde di E.T.!
Quando su un lato della strada è comparso un cumulo di massi, mia madre ha deciso: "Basta, sono straca, questa è la torre!".
Siamo scesi, Adri ha scattato una foto e ripreso colore, abbiamo scalato la torre e siamo ripartiti. La sera a cena pizza e dose doppia di gelato al cioccolato per tutti, sentivamo di dover recuperare un po' di energia.
Voi vi ricordate la prima ricerca che avete fatto su Internet? Io sì. Nel 1999 la prima parola che ho cercato è stata "Torre di Bugiafro". Nonostante fossero passati anni, la torre è rimasta con la famiglia, un ricordo, un aneddoto, una parte del nostro lessico familiare.
Nell'ultima settimana me ne sono ricordata spesso, della torre: sui taxi di Londra è apparso il faccione di Gattuso.
"Come to Calabria, the sunny heart of Italy"
Anche dalla fiancata del taxi vicino alla stazione di Surbiton, il Gattusone Nazionale mi esorta al prendere e partire:

Stasera non avevo nulla di meglio da fare, quindi ho controllato il
sito internet che compare sulla pubblicità. A parte il fatto che il sito è ancora in costruzione (errori grammaticali e di spelling nella versione inglese, links che non portano da nessuna parte e così via. Magari pagare un traduttore, invece del calciatore?), la cosa che mi ha colpito di più è la mancanza di mezzi termini. "Come to Calabria" è abbastanza perentorio, più un ordine che un invito. Sulla pagina principale del sito, poi, uno slogan che non ammette repliche: "Calabria. Niente da dire"
E c'è proprio bisogno di un calciatore per non dire nulla?!?

Tuesday, 17 February 2009

tutto ciò che torna

Certe cose finiscono per passare di mente. Le diamo per scontate, sappiamo che ci sono, le riteniamo eterne e con il tempo, gli impegni di tutti i giorni, lo stress è possibile anche dimenticarle. Salvo poi rimanere stupiti, nel bene e nel male, quando si ripresentano in forme molteplici e con effetti differenti.
La cosa divertente (in mancanza di un aggettivo più idoneo: ultimamente ho un po' di difficoltà a trovare le parole giuste) è come con effetti diversi diverse cose abbiano rifatto capolino nella mia vita negli ultimi giorni.
Ad esempio, è riapparsa una sensazione di fastidio mal celato ma diffuso quando, toh! pensavo di averla sfangata e invece è tornato! Il festival di Sanremo, intendo, e la sua ovvia (sic!) conseguenza, i giornalisti italiani interessati solo a quello. Il festival mi da meno fastidio di quando stavo in Italia, ma ciò non toglie che non potrò controllare un sito di un qualsiasi quotidiano italiano nei prossimi giorni senza una canonica dose di articoli, articolini e artico-già-letti-l'anno-scorso su cantanti vari.
Negli ultimi giorni ho dovuto soprattutto ricordare quanto certi sentimenti siano fragili e i legami mai letteralmente eterni come amiamo immaginarli: ho appena finito di vedere "
". Delicato, commovente e intelligente, recitato da un ottimo cast, è un film che mi ha fatto rimpiangere anche quei soli 60 minuti di differenza che mi hanno fatto desistere dal chiamare casa: dormono già tutti, ma non è mai troppo presto o troppo tardi per dire certe cose alle persone che amiamo.
Eppure la cornetta non la sollevo: per ritrosia, paura o per chissà quale altra stupida e vacua giustificazione. Forse perché sono esattamente come mio padre e il suo lato della famiglia da questo punto di vista: c'è una specie di embargo sulla manifestazione dei sentimenti. Certe emozioni non vanno dette ma dimostrate, con i fatti, non a parole.

Friday, 13 February 2009

so, so, sorry...

Ecco una foto dell'ex boss della HBOS, Lord Stevenson.
A vederla, cosa vi viene in mente?
La prima cosa che ho pensato sono stati Gattuso & Co.
Questa foto dell'ex boss di HBOS, Lord Stevenson, è stata pubblicata qualche giorno fa su Metro. Non so a voi, ma appena mi ci è caduto lo sguardo non ho potuto che pensare a una cosa: ho pensato alle scuole calcio.
Sembra che una delle prime cose a essere insegnata nelle scuole calcio sia fare fallo e assumere l'aria innocente da "Chi??? Io?!?! Arbitro! Hai visto male!"
Alla riunione del Treasury Select Committee è stato un profondersi di scuse: tutti che alzavano le mani e chiedevano scusa. In maniera così contrita e sentita poi! Roba che mentre guardavo il servizio sulla BBC la sera, mi sembrava sentire la voce metallica degli annunci pre-registrati dei ritardi della Southwest Trains: "We are sorry for the delay it may cause to your journey".
Peccato che il viaggio in questione sia la vita di moltissime persone.


Wednesday, 11 February 2009

There is only one thing left to do...

Ieri sera, mentre aspettavo il treno alla stazione, ho incontrato Jaime, un collega spagnolo.
Anche quando sono nella più oscura delle mie lune storte, anche quando emetto onde negative che provocano tsunami su Saturno, mi riesce difficile mantenere il cattivo umore quando faccio due chiacchiere con Jaime: ha un sorriso disarmante e contagioso e mi viene naturale rispondere con un sorriso.
Ovviamente, può incidere sul mio umore, ma non sul mio senso dell'umorismo.
Cercava di mettermi di buon umore, di tirarmi un po' su...
Jaime: Sai, si dice che c'è una sola cosa che rimane da fare quando si tocca il fondo...
Io: Iniziare a scavare?!?


L'ho fatto ridere, e oggi in ufficio volevo ricordarmi di questo episodio, così ho pensato di scriverne nel blog. Purtroppo non avevo tempo di scrivere anche solo queste poche righe, così ho dovuto ricorrere al post-it qua sotto...


post-it

Tuesday, 10 February 2009

Too old to work (yet too young to retire)

"Quanti anni compi oggi, Virgi?"
"Sette."
"Ah, sei già bell'e vecchia!"
Eh già, nonno Eugenio ha sempre avuto lo straordinario dono di farti sentire a tuo agio.
Sempre ossessionato dall'età e dall'invecchiare, non so cosa nonno avrebbe pensato del documentario della serie Dispatches "
", andato in onda ieri sera su Channel 4.
Si parlava di "ageism". Non sapendo bene come tradurre la parola, ho cercato online e la versione più accreditata è "discriminazione nei confronti degli anziani". Ma in realtà si parlava principalmente di persone fra i 45 e 55 anni, che si ritrovano vittime di una discriminazione sempre crescente in ambiente lavorativo.
Spesso e volentieri non vengono presi nemmeno in considerazione durante la ricerca di un lavoro: le agenzie di reclutamento personale di solito dicono di aver perso il cv, oppure dicono al 45enne di turno che è troppo qualificato o ha troppa esperienza per il lavoro in questione.
A quanto pare tutte le ditte puntano ad avere un profilo giovane con una media sui 34 anni (a quanto pare l'età media perfetta, ma non so quale scienziato sia giunto a tale conclusione), convinti che dopo una certa età le persone si ammalino di più e non imparino più velocemente. Tutti preconcetti velocementi cancellati da un minimo di osservazione attenta di dati e statistiche.
Tuttavia la cosa che più mi ha impressionato sono state alcune interviste: persone ben oltre i 65 anni, disperate per essere state costrette alla pensione. Di sicuro, mi mancano alcuni pezzi del puzzle, probabilmente le persone intervistate non possono permettersi di andare in pensione perché senza i mezzi finanziari. Però io amo pensare e sperare che verso i 65-70 anni non dovrò alzarmi presto per andare al lavoro ogni mattina. A 65 anni spero di avere qualcosa di più di un lavoro per dare un senso al mio passato e per vivere il presente e futuro: a sentire alcune di queste persone parlare, sembrava non ci fosse altro che il nulla, una volta lasciato l'ufficio.
Anche se a voler essere crudelmente sinceri, a 65 dovrò alzarmi presto per andare al lavoro: di questo passo, credo raggiungerò la pensione minima verso i 125 anni!

Tuesday, 3 February 2009

Fenomenologia della neve

Ha nevicato!
Evviva! Uffa!
Che bello! Ma che schifo!
La neve esalta i miei lati bipolari.
Mi piace ma non la sopporto. La odio ma sono sempre contenta quando cade.
Tanto per non smentirmi, anche in questi ultimi due giorni ho mantenuto sentimenti contrastanti verso la neve.
L'avevano detto; lo si sapeva dalla scorsa settimana.
Nevicata intensa nella notte fra domenica e lunedì. La cosa bella delle previsioni in questo paese è che ci prendono. Sempre e comunque.
E infatti... lunedì mattina mi sveglio e penso ci sia qualcosa che non va, visto che la camera è arancione: è la luce dei lampioni che si riflette su tutta la neve che c'è nel giardino. E sui marciapiedi. E, molto più importante, su tutte le strade intorno.
Visto che sapevano che avrebbe nevicato, ho pensato che fossero preparati e non mi sono preoccupata più di tanto: ho preso i guanti più pesanti e via! Verso la stazione!
Primo problema: arrivare a Farnborough. I treni quasi tutti bloccati da e verso Londra, quello che prendo io va pianissimo e mi offre lo spettacolo delle scintille provocate dall'attrito del treno sui binari innevati.
Con un po' di fuochi pirotecnici e un po' di ritardo, arrivo a Farnborough e salgo al volo sulla navetta per l'ufficio: al posto dei canonici 10 minuti, mi aspetta un'ora di viaggio, con macchine e furgoncini che slittano per strada.
Il ritorno non è certamente migliore: due ore per tornare a casa, di cui mezz'ora buona passata a pattinare per le strade di Surbiton.
Perché non avrete mica pensato che questi furboni siano passati a pulire i marciapiedi?! Assolutamente no! La gente ha camminato per un giorno intero per strada e così il "paciocco" di neve si è trasformato in una bella lastra di ghiaccio.
Alla fine a me è andata ancora bene; nulla in confronto a quello che è capitato a Londra: tutto bloccato, niente bus, metropolitana, buona parte delle linee ferroviarie e non parliamo degli aeroporti!
Succedesse una cosa simile a Torino, lo troverei più normale; una parte del mio cervello ha ancora questa idea che Londra sia una metropoli organizzata, quando invece sono approssimativi e pasticcioni quanto -se non più- degli italiani.
Eppure non sono riuscita a mantenere il cattivo umore. La neve ha il potere di far sembrare tutto più bello, persino il cortile dell'ufficio, che normalmente è abbastanza deprimente.

No coffee break outside today...

Mi sono fatta una passeggiata intorno all'ufficio e fatto le cose che faccio sempre quando nevica: scritto il mio nome sulla neve, presa a palle di neve con i colleghi, costruito due pupazzi di neve.
Un pupazzo arrabbiato transgender, asessuato fino all'intervento di Ada:


io e il pupazzo arrabbiato


e un orsetto:

the snowbear




Oggi invece sono rimasta a casa: le lastre di cui sopra e un inizio di mal di gola (che, dato il mio passato, sembrava pronto a trasformarsi in tonsillite) mi hanno convinto a lavorare da casa.
In genere non amo lavorare da casa; oggi non è stato molto diverso, dicono che a lavorare da casa c'è sempre il rischio di avere troppe distrazioni, ma per me il problema è opposto: non riesco a staccare, non prendo pause. Se sono alla scrivania in ufficio, dopo un po' devo prendere qualche minuto per riposarmi e riprendere fiato. Al tavolo della cucina invece non riesco a fermarmi, e oggi mi sono praticamente obbligata a fare pausa all'ora di pranzo.
Ci sono comunque dei lati positivi con il telelavoro: non devo stare al freddo e al gelo in stazione ad aspettare il treno. Ma sopra ogni cosa...
Working from home

il caffè è caffè e non una brodaglia annacquata!

Sunday, 1 February 2009

Mango Oxford

Vedo e prevedo i vostri pensieri quando leggerete le prossime righe.
Prevedo e vedo i vostri pensieri dopo che avrete finito di leggere le prossime righe.
Non ho scuse.
Chi è causa del suo mal pianga sé stesso, e i cocci sono suoi. O almeno mi pare.
Comunque, sabato sono andata a fare una scampagnata fotografica con il gruppo London Flickr Meetups.
L'appuntamento è a Oxford con il gruppo di Flickr della città: iniziamo a passeggiare e mentre aspettiamo che gli ultimi ci raggiungano, Garrett consiglia a me e Paul un gelataio. Il migliore di Oxford a quanto pare.
Faccio presente a Garrett che, in quanto portatrice sana di italianità, sono un po' esigente quando si tratta di gelato.
"Just try it and then tell me how you find it", Garrett sembra convinto così io e Paul ci incamminiamo. Paul è inglese e ama il gelato, ma non scherza in quanto a idea di cosa il gelato deve essere, specie da quando ha assaggiato il gelato di Grom a Torino.
Mentre ci avviciniamo al gelataio, una parte di me pensa che forse una possibilità bisogna darla a questo gelato, magari è la volta buona. Magari oggi è il giorno in cui verrò stupita in maniera positiva. Magari assaggerò qualcosa di indimenticabile!
Mentre il mio io entusiasta e ingenuo si lascia travolgere da energie positive e visioni di paradisi dolciari, la mia parte più disillusa, ma anche più realistica scuote tristemente e metaforicamente la testa: "Ma levatelo dalla testa, balenga! Non ci saranno sorprese alla fine del cucchiaino, non è gelato gelato quello che stai per mangiare".
Il sospetto che questa parte di me abbia ragione si fa più grande quando entriamo dal gelataio e diamo un'occhiata ai gusti: negli occhi di Paul vedo riflesse le mie stesse idee, speranze e paure.
"Non è tardi", mi dice una vocina, "puoi ordinare un tè e cavartela così"
No, ormai è troppo tardi. Non possiamo tornare indietro. Ordiniamo: mango e rum e uvetta per me, mentre Paul punta a mango e "Oxford blue".
"Perché lo fai, disperata ragazza mia!?!?" La vocina si fa più forte.
Un primo cucchiaino... "Nooo, non lo fare!"
La realtà si abbatte prepotentemente su di noi: non è come Grom e non è nemmeno come un qualsiasi altro gelato artigianale. Non so come descriverlo ed è un bene.

ice creams




Alla fine abbiamo abbandonato tutti e due il mango al suo destino e, mentre uscivamo al gelo della città, pensavo a come e/o cosa dire a Garrett; ma non è facile pensare quando una vocina dentro la testa non fa che ripetere gongolante: "Te l'avevo detto io!!! (balenga)"