Monday, 30 March 2009

Chiedi chi erano i beehive...

"I Beehive non li conosco, neanche il mondo conosco..."
Oggi pomeriggio, verso le 5, il livello di caffeina ha raggiunto livelli d'allarme rosso.
Visto che la caffetteria chiude alle 4 e c'era ancora quasi mezz'ora prima del bus successivo per la stazione, ho fatto l'unica cosa possibile. Ho fatto una partita veloce veloce a "
". Era il mio quiz preferito da bambina, insieme a Bis: quando abitavo con nonna Ida e nonno Eugenio, i due quiz erano il mio appuntamento fisso all'ora di pranzo. A volte nonna mi dava della frutta o una testa d'insalata e facevo finta di essere una concorrente del gioco e tentavo di indovinare il peso.
Con i neuroni oramai in corto, il passo verso una spirale amarcord è stato breve e la situazione è degenerata velocemente: mi sono tornati in mente mille piccole cose sceme, come la penna clic-clac, che ho scoperto chiamarsi in realtà "
".
Mi sono ricordata dei monciccì e i fiammiferini e grazie a questo
, mi è tornato in mente che il mio exogino si chiamava "Mattone". Da qui a riscoprire che io e Adri avevamo i timbrini di He-Man, il passo è stato breve.
Un po' più difficile da giustificare è come abbia collegato He-Man a Kiss me Licia, quindi non lo giustifico, ma ancora devo riprendermi dallo shock di trovare così tante informazioni sui Beehive online! Ma forse dovrei preoccuparmi ancora di più dell'interesse ossessivo-compulsivo che ho sviluppato nell'arco di pochi minuti e che mi ha quasi fatto perdere il bus!

Sunday, 29 March 2009

a luci spente


lights off, originally uploaded by zia virgi [trouble sleeping].

Ieri sera alle 8:30 è scattata l'ora della terra: spegnere le luci per puntare i riflettori sui cambiamenti climatici e la necessitò di agire.
E' un'iniziativa simile a quella organizzata da Caterpillar, "M'illumino di meno", che di mio preferisco, perché è una giornata intera, offre alternative e idee sul risparmio energetico che vanno oltre la giornata in sé e perché ho sempre dei forti dubbi sulle grandi organizzazioni internazioni e sulla loro efficacia. Nonostante tutto, ieri seraho spento gli interruttori di casa (beh, in realtà solo uno) e guardare il mondo a lume di candela.
Surbiton non subisce trasformazioni radicali, nessuna valore poetico aggiunto, ma è stato bello lo stesso uscire e rivedere le stelle.

Ok, a essere onesta, ho dovuto trovare un angolino riparato da due palazzi un po' più vicini e alti rispetto agli altri, per avere un minimo di buio che mi permettesse di vedere le stelle. Da piccola, abitando a La Cassa, le davo per scontate, le stelle: bastava alzare gli occhi ed eccole, milioni e milioni: io e Adri ci sfidavamo a chi riusciva a contarle "tutte" e a volte si finiva per litigare...

"Hey, non puoi contare quella stella, è mia!"

"Non è vero, l'ho vista prima io"

Sono ancora lì, in cielo, il problema è che ho smesso di guardarle, cercarle, ma non è mai troppo tardi per tornare a vecchie e sane abitudini.

Saturday, 28 March 2009

Come l'acqua per la torta al cioccolato

Sono stanca. E' stata una settimana lunga e stancante, una di quelle settimane che sembrano non finire mai.
Per fortuna oggi è sabato e, complice il tempo piovosamente britannico ("
Britain hasn't got a climate, it just has a weather
", a rainy one I might add), mi sono potuta rilassare almeno un po'. A un certo punto, purtroppo, la mente è tornata alla mia scrivania e al caos che si è lentamente impadronito dei suoi cassetti. Da lì a pensare agli ultimi giorni il passo è stato breve e non ho avuto scampo: è risalita in superficie una rabbia sommessa ma dalle dimensioni del debito pubblico italiano e, non solo ho iniziato a digrignare i denti per il nervoso, ma anche i neuroni sembravano digrignare uno contro l'altro.
Ultimamente mi sono ritrovata a riflettere sul lavoro, a chiedermi se sono davvero soddisfatta di quel che faccio, se è la strada giusta o forse è il momento di cambiare. Ecco allora che giorni come giovedì e venerdì sono un banco di prova: per cercare di capire cosa voglio e per testare la mia pazienza.
Per la prima volta ho organizzato un test camp: prendi un gruppo di tester, li rinchiudi in una stanza e via! che si testa! Cosa c'è di difficile? Una volta che prenoti una sala riunioni e mandi una mail con tutti i dettagli, organizzi il catering e fai un giro fra tutti gli invitati al test camp per assicurarsi che hanno capito quello che si deve fare, insomma, una volta fatte tutto ciò, che cosa può andare storto?
Tutto. Assolutamente tutto, in particolare, nessuno mi aveva informato in anticipo che organizzare delle sessioni di test simili equivale a fare da babysitter. Ho imparato a caro prezzo che quando un collega mi dice che sì, ha letto la mia mail, quello che vuol dire è che ne ha letto il titolo e se si è spinto fino al contenuto, non è dato per certo che l'abbia compreso. Così come è chiedere troppo a certa gente di portare un cellulare con batteria e SIM con sé, ma si sa, certa gente è così superiore al resto del mondo, che riesce a fare test con la sola forza della mente.
Il problema principale è che, lavorando in una ditta politicamente corretta in un paese dove il politicamente corretto imperversa incontrastato, non è possibile dire veramente alla gente ciò che si pensa di loro: non solo sarebbe uno shock da cui non si riprenderebbero, ma si rischia una bella denuncia per lesioni psicologiche o simili.
A due ore dall'inizio del test camp ero ridotta in queste condizioni:

Test camp day 1: AAAARRRGGGHHH




Mi sembrava che il cervello stesse esplodendo per non implodere e iniziavo a sentire le tempie pulsare in maniera preoccupantemente aritmica ogni volta che qualcuno mi faceva una domanda. Dopo non sono migliorata molto, ma sono sopravvissuta, senza troppi danni. A voler dar voce alla Pollyanna che si nasconde fra le pieghe della mia personalità, ci sono anche dei lati positivi in questi due giorni d'inferno. Ad esempio, è un fatto positivo che siano passati. Inoltre, ho scoperto una torta fantastica. Cosa c'entra con il test camp? Semplice. Dati i tagli ai vari costi dovuti alla crisi, quando ho chiesto se si poteva avere qualcosa da mangiare, qualche biscotto o simile, più un po' di tè e caffè, mi è stato risposto di no. Al che abbiamo deciso di usare parte del nostro budget di gruppo per finanziare il catering. Così ho fatto la spesa e sfornato un po' di torte: una torta alle nocciole e mandorle (che doveva essere solo di nocciole, ma mi sono accorta troppo tardi di non averne abbastanza e allora ho compensato con le mandorle) e soprattutto una torta al cioccolato che da sola valeva tutti i travasi di bile causati dai miei colleghi tanto era buona.


la scoperta dell'acqua calda



La ricetta l'ho trovata su un blog di cucina che seguo da un po' di tempo,
 di Luciana, e per una volta ho seguito quasi tutta la ricetta passo a passo, un risultato notevole per me (sto migliorando in effetti: ho scoperto che se non decido all'ultimo nanosecondo che cosa cucinare ma mi do un po' di tempo, almeno per andare a fare la spesa, alla fine sono molto più severa nel seguire le ricette). L'elemento chiave è l'acqua calda, che le permette di crescere e rimanere soffice e alveolata. L'unica differenza è che invece di cospargerla con zucchero a velo, io ci ho versato sopra una bella dose di glassa: la speranza era che, sparando alle stelle gli zuccheri, i miei colleghi diventassero più "svici".
Vorrei poter mentire e dire che così è stato. Purtroppo non ho notato cambiamenti, ma il fatto che oggi pomeriggio io sia seduta nella mia cucina a scrivere al laptop, e non sia in prigione per aver strangolato uno dei miei colleghi con un cavo USB, è la prova che alla fine o la mia pazienza ha raggiunto nuovi spettacolari traguardi oppure che la cioccolata è sempre e comunque la risposta.

Monday, 23 March 2009

Weekend di primavera



Trullallero-trullallà, oggi splende il sol! No, non è vero, non splende nulla, anzi ha pure incominciato a piovere (governo ladro!). Eppure, eppure, eppure, anche qua la primavera è arrivata! Ho pure le prove! Poi però deve averci ripensato, perchè negli ultimi giorni le temperature sono di nuovo scese e, sorpresa sorpresa, ha ricominciato a piovere. Ma non importa, quello che conta è afferrare al volo qualsiasi occasione disponibile per godersi il cielo azzurro, il profumo dei fiori che sbocciano, i raggi del sole che scaldano i piedi comodamente a passeggio con i sandaloni Birkenstock... Ebbene sì, sabato ho fatto qualcosa di tipicamente inglese, qualcosa che mi ha fatto dire che era ora di tornare in Italia per ribilanciare la psiche il prima possibile. Mattina, ore 8, mi sveglio. Maledette tende bianco crema alla vaniglia (tanto per usare una sfumatura di colore che renderebbe orgogliosa Angela, colei che sa riconoscere il bianco burro satinato al primo sguardo). Guardo fuori. C'è il sole? Sì. Ci sono più di 10°C? Sì. Bene, allora si impone che io esca con i Birkie. Cosa che ho puntualmente fatto. Ok, poi ho camminatot al sole tutto il tempo, facendo luuunghi giri per evitare le zone d'ombra, ma vuoi mettere la soddisfazione!?!
Così, con i Birkenstock ai piedi sono stata in giro per buona parte del giorno, meravigliata come mio solito da come il tempo influenzi così tanto il mio umore in questo paese e da come tutto appaia diverso con solo qualche raggio di luce in più.
Forse soprattutto grazie al bel tempo, il weekend è passato tranquillo e pacifico. Calma e tranquillità sono state compagne silenziose ma reali per tutto il tempo.
Ho fatto un salto veloce in centro al London Camera Exchange, dove ho permutato la mia 350D per una nuova fiammante 40D. E' stato strano, quasi doloroso, separarmi dalla 350D. Anzi, togliamo pure il quasi: fino a quando non sono arrivata davanti alla porta del negozio, il mio stomaco era annodato per i crampi, mi sembrava di essere uno di quegli abominevoli esseri che abbandonano i cani lungo le autostrade. Alla fine la 350D è stata importante: una fedele compagna di viaggio per diversi anni. Matrimoni, feste, nascite, paesi nuovi e ritorni all'antico. Tante ricordi nei 4 anni passati insieme, non si possono certo dimenticare in un secondo.
La 40D promette bene e già ne sono innamorata: macchina nuova, vita nuova, perché si tratta di imparare cose nuove e vedere il mondo attraverso un mirino diverso.

Friday, 20 March 2009

What's in a name?

Caro consiglio comunale di Kingston-upon-Thames,
so che non ci sono probabilmente possibilità che possiate leggere questo blog, soprattutto in considerazione del fatto che è in italiano e voi non brillate esattamente sul versante linguistico, ma non vi preoccupate; tradurrò tutto e vi spedirò una bella letterina con lo stesso contenuto.
Chiariamo subito un punto: io la vostra "council tax" la pago regolarmente. Ogni mese, un salasso al conto corrente. La pago pensando che mi ritornerà indietro sotto forma di servizi pubblici, iniziative culturali e sportive. Ora, per quello che pago (e con un aumento del 4% su una cifra spropositata, non stiamo certo parlando di noccioline), mi sento in diritto e in dovere di chiedervi un favore: potreste per cortesia scrivere il mio nome correttamente???!!!???
E sì che non mi chiama Mariaconsueloermenegildapinferlacchera! Ma non mi chiamo nemmeno Virgignia, Viriginia, Vigrina e nemmeno Vergigna... Virginia, come Virginia Woolf, Virginia Dare o lo stato americano. Facile, no?
Quindi pe rfavore potreste destinare una parte delle vostre risorse a dei corsi intensivi di spelling per i vostri impiegati o quanto meno aggiornare il correttore automatico dei vostri computer? Grazie mille.

Monday, 16 March 2009

NH4Cl, ovvero il fascino perverso del salmiakki

the finnish NH4C


A lavorare per una multinazionale finlandese, capita che a volte si finisca per qualche giorno in Finlandia.
Alla prima visita, qualche mese fa, mi sono fermata al duty free di Oulu per trovare qualche souvenir commestibile per l'ufficio, qualcosa che non fosse il solito Toblerone formato famiglia o quintale di M&M's.
Così sono tornata a casa con una scatola di cioccolatini alla vodka (hic! ma per uso personale, che non si dica che alimento il già elevato livello alcolico consumato dagli inglesi) e una confezione di
: ho visto che tutti compravano queste liquirizie, quindi ho pensato di imitarli.
Mal me ne incolse. Se avete seguito il link su wikipedia, saprete già che si tratta di liquirizia salata. Anche se non è il sale che la rende salata, ma il cloruro d'ammonio.
La prima caramella l'ho addentata con l'incoscienza di chi non legge gli ingredienti. Le norme anti-terrorismo e la mancanza di fazzoletti di carta, mi hanno costretto a inghiottire il rospo, piuttosto che sputare il conglomerato sodico.
Però, devo ammettere che un po' alla volta mi sono abituata al sapore; come sia successo, non ne sono sicura, sarà merito delle caramelle a forma di pick up?


Quando ho saputo che Robert avrebbe passato la settimana in quel di Salo, gli ho chiesto un souvenir speciale. Mi sarei accontentata di un pacchettino piccolo, ma Robert è andato oltre ogni mia più rosea aspettativa, mi sono ritrovata con due buste di caramelle e una tavoletta di cioccolata: non rende di sicuro la vita più dolce, ma per qualche motivo mi riesce difficile pensare di rinunciarci.

Sunday, 15 March 2009

's never easy

Tramite un post su Diecicento ho letto un articolo di Andrea Romano.
In realtà l'ho dovuto leggere due volte, perché al primo giro non l'avevo capito. Non è scritto male, intendiamoci; il titolo, "Leaving Torino", ha però dirottato la mia mente in una girandola di pensieri con gli R.E.M. in sottofondo a cantare "Leaving New York".
Il post e alcuni dei commenti mi sono rimasti appiccicati addosso, incollati dal basso di Mike Mills. Fra un po' quando avrò radunato per bene le idee (e scoperto cosa diavolo è lo "zoning etnico"), proverò pure a lasciare un commento. Al momento però mi è quasi impossibile perché ormai sono due giorni che canticchio il ritornello, cambiando la città da NY a Torino.


A Torino ci sono arrivata a 6 anni, dalla provincia, quella provincia che, anche se sulla cartina è a poco meno di 20 km, è a 3 ore di pullman e anni luce di vita. Torino si è infiltrata sotto la mia pelle con tutte le intenzioni di restarci. Amavo Torino da piccola, durante gli anni della Milano da bere e delle fabbriche che chiudevano, e ho continuato ad amarla anche negli anni del "non puoi passare ho questo quartiere senza che ti accoltellino" (ma ammetto che in questo specifico caso ero di parte: vivevo in uno di quei quartieri, non sono mai stata accoltellata e il degrado era nulla se paragonato a quello morale degli speculatori edilizi che su certa cronaca nera ci marciavano).


Torino però l'ho apprezzata ancora di più da quando l'ho lasciata.
Fare l'emigrata senza valigia di cartone, offre di sicuro una prospettiva nuova per valutare la mia città. I lati positivi ma anche gli elementi negativi.


Ci ho messo un bel po' a capire: di tutte le città in cui ho vissuto, Torino è l'unica in cui desidero tornare. Senza sbandierare troppe emozioni al vento, pragmatismo piemontese docet, Torino è il luogo che fa battere il mio cuore in maniera più reale.
Quando sono tornata per Natale a Torino e ho visto la città illuminata dall'alto, l'ho sentito, quel battito, quel guizzo di incontenibile, inspiegabile, esilarante felicità. A riconoscere il centro, Corso Francia, oh guarda! quello è Corso Grosseto!
E' lo stesso sentimento che provo quando, seduta sul 15 direzione Sassi una domenica pomeriggio di marzo, mi accorgo delle foglie cresciute sugli alberi di Corso Re Umberto e del contrasto fra il loro verde intenso e il blu del cielo. E' il sorriso che provo al primo sorso di bicerin, mentre ascolto lo stridere lontano del tram. E' il phoen che scende dalle montagne e spazza via tutto.
Torino è una città che non proclama l'amore a parola, ma lo dimostra con i fatti. Non me ne sono mai resa conto, fino a quando non mi sono trasferita in una delle capitali mondiali dell'ipocrisia, dove oggi ci sei e domani la gente si è già scordata chi sei.


Non è facile lasciare Torino, e in un certo senso forse non l'ho mai lasciata. E lei, per fortuna non ha mai lasciato me.

It's easier to leave than to be left behind
Leaving was never my proud
Leaving Torino never easy
I saw the life fading out

Friday, 13 March 2009

Denial fudge: come ti curo il cinismo e allargo il giro vita

Denial choco fudge
Oggi è "Red Nose Day". Sarebbe a dire?
Bene, lasciatemi salire su una cattedra virtuale per una veloce spiegazione. Red Nose Day è il modo principale con cui l'associazione "Comic Relief", che si occupa di supporto all'infanzia (nel Regno Unito e nel mondo), raccoglie fondi.
Il motto è "Do something funny for money": 
BBC trasmette una specie di Telethon con tutta una serie di comici famosi e per tutta la settimana è stato un continuo di iniziative di beneficenza.
 Io ho comprato il naso rosso, fatto foto a Portobello, corso un miglio e poi ieri sera mi sono detta: "Mah, sì, facciamo qualcosa di divertente per beneficienza".
Il fatto è che ho sentimenti piuttosto contrastanti nei confronti della beneficenza. Mi piace pensare di fare del bene e che mi basta rinunciare a una pinta per comprare una zanzariera. Ma mi rimane sempre il dubbio, cinico o realista non so, che, più che una zanzariera, i miei soldi vadano a finanziare la pinta di qualche altra persona nel regno. Ciò che più mi fa irrigidire è l'aggressività di un certo tipo di beneficenza da questa parti: la tv è piena di pubblicità di ogni tipo di associazioni, in media ogni giorno c'è qualcuno che ti ferma per strada e ti chiede di donare 2 o 3 sterline al mese per questa o quest'altra associazione; non è raro vedere questi ragazzi, vestiti con la divisa di qualche ONG letteralmente inseguire qualcuno per strada.

Essere cinica non è così difficile, il mondo contemporaneo offre ampie possibilità di allenamento in questa specialità, ma ieri sera non avevo voglia di sentirmi cinica. Ci sono già abbastanza cose brutte intorno a me da non richiedere che io aggiunga anche la mia negatività.
Non sapendo fare nulla di divertente, ho deciso di fare qualcosa di dolce.
 Così è nato il Denial Fudge. Avevo letto una ricetta per fare il fudge e l'avevo pure ricopiata ma, essendo io la solita casinara, mi sono accorta solo ieri di aver scritto gli ingredienti, ma non le dosi!

Quindi ho fatto la sola cosa che potevo fare in quel momento: sono andata a casaccio. Il risultato? Una potenza calorica da illuminare a giorno Londra per una settimana e 35£ donate dai miei colleghi per beneficenza.
Se vi chiedete perché si chiama Denial Fudge, è perché la mia collega Beth mi ha chiesto conferme sul fatto che non fa ingrassare e io l'ho rassicurata dicendo che no, non ha zuccheri o grassi, ma è fatto d'acqua e amore.

Più o meno... Se volete provarci, la ricetta è qua sotto:


Foderate con la pellicola uno stampo.
Fate sciogliere a fuoco basso basso due tavolette di cioccolato extra fondente 80% con 50 grammi di burro.
Dopo versate una lattina di latte condensato mescolando di continuo (la lattina che avevo io era da 405 grammi, ma non l'ho versata tutta, ne ho avanzato un dito). Quando il composto è amalgamato bene, versare nello stampo, ricoprire con un foglio di pellicola e dopo mettere nel frigo.
Dopo 4 ore si sarà formata una bella mattonella: tagliarla a cubetti piccoli, evitando di mangiarne troppo fra un taglio e l'altro.
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Wednesday, 4 March 2009

Love over Scotland, ovvero di 3 giorni di rugby, caledonian e amici

Per qualche strano motivo ogni volta che vado a Edimburgo, capito in bed and breakfast gestiti da persone che definire fuori dalle righe è un eufemismo da poco.
Qualche anno fa io e Francesca siamo capitate in un bed & breakfast gestito da una bottiglia di whisky deambulante. Avrà avuto poco piu' di 40 anni, ma ne dimostrava almeno 20 in più. Immaginatevi di scendere in sala da pranzo per colazione al mattino alle 9 e venire investiti da una zaffata di whisky al momento di decidere come volete le uova. Basta che non siano flambè, grazie.
L'ultimo giorno, quando siamo andate a riprendere le valigie prima di prendere il treno, siamo state accolte dal suono dell'allarme antincendio e dalla rintronata signora che sentiva “come un fischio nelle orecchie” e non si era accorta che l'allarme stava suonando.
Può andare peggio di così? Pensavo di no, almeno fino a sabato, quando sono ritornata nella capitale scozzese. Più che un b&b, un infinito lavoro in corso: una porta che da sul nulla, le finestre delle scale a scacchiera (nel senso che alcune parti avevano i vetri, altre no), un'inquietante tappezzeria a base di quadri “scozzesi” (una serie di stampe di personaggi vari ed eventuali, damine del Settecento e ubriaconi in kilt) e una cantina degli orrori. Nulla in confronto ai due gestori: una iena ridens (tu le parli e lei ride, va a capire) e il mr. Jefferson. Dopo aver lasciato il pack sabaudo a suonare per un'ora al freddo e al gelo di venerdì sera, Jefferson mi ha dato le chiavi della stanza sbagliata quando sono arrivata sabato, ha quasi rovesciato una teiera su una coppia di inglesi.
Ma poco importa, perché alla fine non sono certo andata a Edinburgo per passare 3 giorni chiusa in camera!
Sabato pomeriggio la partita di rugby ci attendeva: terza fila, settore est del Murrayfield. Sulla partita potrei dire molte cose ma preferisco stendere un velo pietoso, che fermo con un bel cucchiaio di legno per evitare che voli via.
Certo che però il Murrayfield è un signor stadio, uno di quei posti in cui ti basta esserci per sentire un brivido correre lungo la pelle. E non è il freddo, no è l'emozione di essere lì in quel preciso momento, quando la banda smette di suonare l'inno scozzese e tutto il pubblico prosegue, perfettamente in sincrono (e se non mi credete, Antonio ha la
).
Ero completamente circondata da tifosi scozzesi, se si esclude il ragazzo italiano seduto nella fila davanti alla mia: peccato il tizio fosse più interessato a fumare che alla partita. Non ero più abituata alla gente che fuma in un luogo pubblico, quindi la cosa mi ha lasciato un po' stordita. Beh, ok, forse ha anche a che vedere con il tipo di fumo che emanava la sigaretta che si è rollato per buona parte del primo tempo.
Gli scozzesi erano tutti euforici, anche se a livelli differenti, penso fossero proporzionali al numero di birre ingurgitate prima e durante la partita. Alcuni sono arrivati già ubriachi allo stadio, probabilmente hanno pensato di portarsi avanti sul lavoro, e hanno detto e fatto cose che hanno fatto vergognare gli altri scozzesi seduti intorno a me.
La cosa non mi ha infastidito più di tanto, forse perché ero troppo presa dall'evitare che uno di questi tizi, quello seduto accanto a me per essere precisa, mi rovesciasse addosso la pinta che non stava bevendo: era talmente ubriaco che la pinta gli danzava un po' troppo allegra e veloce fra le mani (che spreco!) e io avevo il terrore finisse sulla macchina fotografica.
La sconfitta era meritata -purtroppo- e non ci è rimasto altro da fare che cercare di addolcirla con una pinta di Deuchars IPA e una di Caledonian 80 in un pub dove gli scozzesi gongolavano guardando l'Irlanda battere l'Inghilterra e lo ammetto, anche io gongolavo, un po' perché vedere gli inglesi perdere mi ha messo al sicuro da prese in giro al ritorno in ufficio, un po' per solidarietà con gli scozzesi
E' difficile non provare simpatia per gli scozzesi: tutto l'orgoglio che provano nei confronti della loro terra non li rende più chiusi, anzi! Sono molto più disponibili, gioviali e spontanei degli inglesi.
Ogni volta che torno in Scozia mi ricordo di tutte le cose che mi piacciono: le persone, la birra, l'accento, le nuvole...
Ah le nuvole sono meravigliose! Le nuvole sono noiose fino al vallo di Adriano, poi, per qualche strano motivo, una volta oltrepassato, diventano interessanti, assumono tratti unici.
Tutto ciò che è piatto e grigio prima del confine, sembra assumere volume, colore e intensità in Scozia.
Il mio week-end lungo a Edimburgo ha confermato questo strano fenomeno ottico: tanti riflessi e colori, tante immagini impresse nella mia memoria e in quella della macchina fotografica.
Edimburgo non è cambiata moltissimo da quando l'ho visitata l'ultima volta, ha qualche cantiere in più aperto, ovviamente anche lì è aumentato il numero di negozi appartenenti a catene della grande distribuzione. E per la gioia della mime orecchie, il numero di cornamuse che spuntano a ogni angolo del centro non è diminuito.
Come neppure il numero di ragazze che escono semivestite, quando noi eravamo invece vestiti a strati e con regolamentare cappotto invernale.
La parte migliore è stato poter dividere questi giorni con i ragazzi del pack sabaudo, perché da soli la birra, il rugby, la luce non bastano, serve quel qualcosa in più per cementare il tutto.