Monday, 27 April 2009

Faccia libro? no, grazie

Due anni fa, appena arrivata in Inghilterra, tutti a chiedermi: "Are you on facebook?"
E io: "Facebook? Is it something I can eat?!?!"
L'idea che io ignorassi della presenza nel mondo virtuale e reale di facebook e che in tale ignoranza io ci sguazzassi beata come una papera in uno stagno, era così sconvolgente che nel giro di due settimane ricevetti una trentina di inviti dai vari colleghi.

Mi sono iscritta ma non riusciva mica a piacermi, faccialibro. Troppe cazzabubbole, troppe applicazioni inutili, troppo fancazzismo, ma soprattutto un enorme dubbio iniziava a farsi strada nella mia mente: e se questa fosse solo fuffa che nasconde il nulla delle relazioni moderne?
Cos'è questo fiorire di amici?
Reincontrare gli amici del liceo?!?! Cazzate! Se non sono rimasta in contatto un motivo ce l'avrò pure avuto, non trovate?
Per non parlare dei colleghi che mi aggiungevano su faccialibro ma al lavoro non mi dicevano nemmeno "ciao".
Quando faccialibro è arrivato pure in Italia è stata la fine: un fiorire di inviti, gruppi di vario genere e applicazioni inutili.
Al mattino finivo per passare cinque minuti buoni a scremare la mail personale.

Le domande si facevano sempre più pressanti nella mia testa e così mi sono detta: "Faccialibro, mi hai provocato? E io mò me cancello!"

Mi sono cancellata. E non se n'è accorto nessuno. No, non
è andata proprio così, due o tre persone se ne sono accorte, ma per il resto silenzio su tutta la linea.
Non mi sono più reiscritta a facebook, no no no e ancora no, non ho alcuna intenzione intenzione di farlo.
Per quanto una chiamata internazionale possa risultare costosa, ci sono mille altri modi per restare in contatto: chat, mail, telefonate via internet, sms, le vecchie e care lettere di carta.

Certo che è più comodo scrivere su facebook! Non lo nego: è più comodo, più veloce, ma anche più triste. Perché il tuo stato, la tua nuova foto, l'ultima novità del lavoro o della sfera privata l'affidi a un mare di bit, che raggiunga tutti allo stesso modo, io, come il compagno dell'asilo che non ti ricordi nemmeno più, ma tanto vi siete ritrovati su facebook. Mi sento un po' messa in disparte, e a volte anche ferita, quando la gente mi dice di reiscrivermi perché è più comodo.

Le amicizie non sono comode. Sono belle.
Come la rosa del Piccolo Principe sono anche difficili.
Come la rosa del Piccolo Principe sono uniche.
All'immediatezza del messaggio sulla bacheca, della super-applicazione fuffavaria e degli aggiornamenti dei messaggi di stato, io preferisco il colore del grano.

E se proprio devo, allora, a quello su internet, preferisco il faccialibro scattato da Antonio.

Pensieri sparsi

La prossima Race for Life si avvicina abbastanza velocemente e ha fatto bello durante tutto il weekend. Il minimo che potessi fare era infilarmi le scarpe da corsa e via! una bella sessione di allenamento.
Mi piace correre lungo il Tamigi, specie la domenica mattina. Taglio per le strade laterali di Surbiton, oltrepasso la chiesa di St. Marks, attraverso Porthsmouth Road e sono arrivata sul Queen's Promenade, la camminata si abbassa e basta quel metro per allontanare i rumori della strada.


Mi piace correre perché smetto di pensare: sono concentrata sulle gambe e il ritmo della corsa, devo fare attenzione a evitare il cane senza guinzaglio che sembra stia venendo nella mia direzione, anzi no, mi sta proprio correndo addosso; inspiro e guardo il cielo, butto fuori l'aria pronunciando un hello strozzato a un altro corridore della domenica che procede verso di me.


Forse è più corretto dire che non smetto di pensare, ma smetto di accorgermi che sto pensando, perché non si può smettere di pensare del tutto. Sono pensieri più corti, perché correre assorbe buona parte delle mie già scarse energie mentali. Anche ieri ho avuto la mia serie di pensieri bonsai, mentre passavo uno spazzino che raccoglieva gli ultimi resti del sabato sera e i camerieri preparavano tavoli e sedie per il Sunday roast.


Ho pensato che questa parte del lungo Tamigi sarà la cosa che più mi mancherà di Surbiton, ogni suo angolo è speciale e unico, dagli squatters accampati al Ravens Ait, alla gente che porta il pane scaduto a cigni e papere, le sedie colorate del Riverside Cafè.
Poi, non so come, da lì sia finita a pensare a Rebellin, lui che sembra correre da sempre, forse perché è proprio così, lui che con quella occhi tristi da italiano non in gita continua a macinare chilometri e vittorie nelle grandi classiche da un giorno.
E saltando di piola in fiasco, hic!, ma non è che la BBC, tanto per risparmiare sui costi, ha licenziato i meteorologi e assunto Sbirulino ad occuparsi delle previsioni del tempo.
Non ho chiarito molto le idee riguardo ai miei problemi e dubbi, alle scelte che dovrei prendere, tutte quelle cose che non mi fanno dormire fino a tardi e che mi fanno aprire gli occhi troppo presto. In compenso mi è tornato alla mente quel verso di Pope "Fair Thames, flow gently" che è inciso su una delle panchine e l'ho ripetuto sulle note di "Times wait for no one": il Tamigi scorre imperterrito e con lui anche il tempo vola via e io con loro. Non ci si può fermare ma si può sempre provare a cambiare direzione, ammesso se ne abbia il coraggio. Quindi la domanda a cui rispondere ora è, ma io, questo coraggio, ce l'ho, nascosto in fondo in fondo?

Tuesday, 21 April 2009

Un pomeriggio di primavera, una viaggiatrice

Gli uomini d'affari con i blackberry d'ordinanza.

La giovane ricercatrice universitaria in fuga assieme al suo cervello.

I ragazzotti inglesi che al duty free ai gianduiotti hanno preferito pseudo cioccolato al latte della mucca viola.

Un oceano di cuffiette bianche in orecchie di tutte le fogge ed età che non sentono l'ennesima ultima chiamata per il signor Capecchia, probabilmente ucciso dagli accidenti lanciatigli contro dagli altri passeggeri seduti sull'aereo in partenza per Catania.

C'è il mondo seduto intorno a te. Seduto male però.

Le poltroncine della sala d'attesa del Sandro Pertini di Caselle sono fra le cose più democraticamente scomode che uno possa immaginare. Democraticamente, il loro essere scomode si applica a tutti, senza distinzione di nazionalità, sesso o ceto sociale.

La finta pelle granatone è tutta macchiata e rigata. Il numero elevato di natiche che hanno accolto nel corso degli anni hanno assottigliato la gommapiuma a uno strato ormai inesistente. I braccioli metallici verde tristezza paiono risucchiare la luce e la vita che sembra volersi diffondere oltre il giallo e blu dei banconi dei gate e le vetrate che danno sulla pista.

Ti siedi ma già sai che non ci starai comodo, non è possibile. Neppure composto, se è solo per questo. Dopo pochi minuti la schiena si inclina, una spalla scivola giù mentre l'altra si inarca e il collo si infossa.

Posizione innaturale che sembra esprimere il disagio di essere, inteso nel senso di trovarsi, fra tutti i posti del mondo, seduto proprio lì, su quella sedia che si atteggia a poltrona.

Sei in attesa ma, seduto su questa seggiola, sei anche al di fuori del tempo, fermo: ti aspetti di veder spuntare da un momento all'altro l'Albertone nazionale, con tanto di valigia marrone, camicia con maniche arrotolate, bretelle e orologio con cinturino in finta pelle, come nella più tradizionale delle commedie all'italiana degli anni Sessanta, anni in cui l'aeroporto sembra essersi trovato così bene da aver deciso di non muoversi più di lì.

Ti ricomponi per un secondo quando, alzato lo sguardo, ti specchi nella posizione da tricheco spiaggiato della violinista seduta davanti a te.

Controlli l'orologio e sembra fermo, come tutto attorno a te ma te l'ho già detto, è un trucco delle poltroncine. Ti basta uno sguardo oltre le vetrate per accorgerti che la vita macina minuti su minuti, implacabile come suo solito: la pioggia cade rimpinguando vecchie pozzanghere, gli aerei si levano e parcheggiano in un balletto magistralmente diretto, i taxi bianchi li seguono a tempo.

Vorresti solo che il tempo passasse anche per te, per far arrivare il tuo aereo, per farti ripartire e portarti altrove. Mai come quando ti scomponi su uno sgabello con sedile dell'aereoporto di Torino, ti rendi conto che quello che desideri davvero è avere il coraggio di deviarlo il tempo, e con lui la tua vita, in una direzione diversa, che non ti porti da nessuna parte, ma che ti riporti dove tu vuoi veramente.


Sunday, 19 April 2009

Una domenica reale, a Venaria

Piove. Va bene, oggi non si corre, tanto ci sono già i maratoneti che ci pensano.
Piove ancora. Non importa, tanto non ho nessuna voglia di andare per prati a fare pic-nic.
Continua a piovere. E basta! Capito che devo tornare in Inghilterra, ma non ho alcun bisogno di riabituarmi al suo solito clima!
Che si fa? L'appuntamento oggi pomeriggio è con Paola ed Antonio: un giro alla Reggia di Venaria per vedere la mostra "Egitto Tesori Sommersi".
Mamma ha conservato un dossier de "La Stampa" dedicato alla mostra: c'è un articolo sull'allestimento, a cura di Bob Wilson e con musiche curate da Laurie Anderson. Leggere questo articolo è un po' come leggere una favola, dove nessuno vuole dire che il re è nudo.


Nella mia plateale e dichiarata ignoranza, ammetto che non so chi sia Wilson, ma ora sono curiosa di scoprirlo. Ancor di più, sono curiosa di scoprire chi sia il sadico psicopatico che gli ha affidato l'incarico.
A quanto pare mr. Wilson "punta la sua pila laser" e "l'opera si trova folgorata, trafitta".
Luce e ombra (chiaramente caravaggesca, chiaramente ogni nota sarcastica è puramente voluta) sono il contraltare inevitabile del suo procedimento allestitivo. Seguitemi, sprofondati nell'oscurità, a incontrare i miei dubbi, il primo sotto forma di didascalia. Ora, io non sono un'artista, né una regista e tanto meno un gran maestro della pila laser, ma so una cosa: o le cose le fai bene o vai a giocare a calcio balilla, vai va'. Quindi o le didascalia non le metti o, se proprio le vuoi e devi mettere, non le metti scritte a carattere microscopico, a un metro e mezzo di distanza, rasoterra e non illuminate. Che senso ha? C'è un qualche piacere perverso nel vedere la madamin ottantenne che si china giù giù ma che non si ritira più su, vittima di una strega e del suo colpo?
Proprio belli i monili! Certo, caro Bob, se non me li metti a due metri d'altezza, magari li vedo pure io e non solo Shaquille O'Neal! Come mi piacerebbe vedere meglio le statue drappeggiate da reti a maglia larga.
Le musiche dovrebbero aumentare la magia della mostra, solo che non funziona molto, almeno di domenica pomeriggio, quando i suoni vengono sommersi dalle voci del calcio minuto per minuto che provengono da qualche parte.
Vero, vero, sono una borbottona, ma avevo bisogno di sfogarmi, cosa che avrei fatto anche lì appena uscita dalla mostra. Una volta riabituati gli occhi alla luce, ho cercato una buca per i commenti, con un bel modulo su cui mettere le mie rimostranze, ma a parte un quadernone delle firme al guardaroba non ho visto nulla.
Un gran peccato, perché la mostra è bella e interessante, ma la scenografia distrae e disturba. I reperti messi negli oblò o sui pianali a esse sono scomodi da vedere, perché non c'è una direzione definita e finisce che ti scontri con la madamin di cui sopra, che si è appena raddrizzata la schiena.
Per quanto suggestiva sia la serie di sfingi, preferirei poterle vedere più chiaramente, senza rischiare di ritrovarsi con gli occhi che si incrociano.

La Reggia mi è piaciuta molto: un po' confusa in alcune parti, non ho capito bene tutta la parte "multimediale", o quell'ammasso di corna accumulate in un angolo delle cucine. In compenso la parte sulla storia e formazione dello stato sabaudo è molto interessante, come anche la Galleria Grande. Guardando fuori, si vedevano dei punti colorati ogni tanto, i coraggiosi che, muniti di ombrello, si sono avventurati per i giardini. Quelli me li conservo per la prossima visita alla Reggia, quando spero di poter vedere per bene anche le scuderie, completamente ricoperte da strutture di cartongesso per la mostra.

Thursday, 16 April 2009

Confessions of a chocolic

Io sono una cioccodipendente esigente e di base molto rompiscatole. Adoro il cioccolato, ma non in tutte le sue forme: ho degli standard, delle preferenze e delle fisse ossessivo-compulsive che non mi permettono di dipendere felicemente da qualsiasi forma di cioccolato, ma solo da alcune composizioni, tipologie e gusti.
Una fregatura a volte, perché mi tocca prestare molta attenzione a ciò che compro e non sempre posso soddisfare le mie crisi di astinenza.
Conoscendomi dovrei sapere che esistono dei momenti a rischio, momenti dai quali dipendono i miei stati d'animo futuri, momenti durante i quali dovrei prestare molta più attenzione.
Io non lo sapevo, o forse non comprendevo del tutto, ma un momento simile si è presentato la scorsa settimana e io non ho fatto nulla.
La colpa non è completamente mia, ma in parte è anche della fretta (cattiva consigliera!) che ha portato me e mia mamma ad afferrare la prima tavoletta di cioccolato per scampare al Carrefour in assetto pre-pasquale: famiglie alla ricerca dell'ultimo uovo Kinder, comitive d'amici che comprano casse di birra, bambini urlanti e adolescenti minkia-oh-cioè-no-niente, che al solo pensarci mi torna l'orticaria.

Avremmo dovuto rallentare, guardare con attenzione gli scaffali, riflettere e soprattutto leggere. Leggere con attenzione e farci delle domande.
L'avessimo fatto, le domande non me le sarei dovute fare dopo aver messo in bocca un quadratino di cioccolato. Gli ingredienti non gli avrei letti dopo, ma prima e ci avrei pensato un po' su prima di comprare un cioccolato diverso.

"Ma che è!?! Perché questo sapore strano? Ma sarà mica scaduto, sto cioccolato?"
Non era scaduto, ma ho come il sospetto che il sapore fosse correlato agli ingredienti del cioccolato.
Primo sbaglio: la percentuale di cacao è indicata come 50% minimo, quando in questa casa non si scende sotto il 74% se non in momenti di crisi d'astinenza severa.
Secondo sbaglio: lecitina di colza e poliricinoleato di poliglicerolo indicati come emulsionanti.
E che sono? Porcherie, mi verrebbe da rispondere. Vagando su internet ho scoperto che il poliricinoleato di poliglicerolo corrisponde alla sigla E476 e che secondo alcune delle pagine visitate non è così assicurato sia completamente vegetale (esistono pagine e pagine di dibattiti sul dubbio se l'E476 sia compatibile per i vegani e se sia o meno halal).
Una porcheria, insomma.

Non sono mai stata una persona molto paziente e tendo ad arrabbiarmi con una certa facilità: mischiare questi miei difetti alla mia dipendenza di cioccolata mi rende un soggetto a rischio in questi casi. Il cattivo cioccolato mi fa imbestialire. Mi sento truffata, perché una parte di me ha questa idea piuttosto utopica di trovare sempre e solo buon cioccolato a Torino: la patria dei gianduiotti non dovrebbe covare simili bisce nel proprio seno e nei propri supermercati (per quanto appartenenti a multinazionale francese)! L'umore precipita, le papille gustative si ribellano e la fronte si aggrotta autonomamente, il che non è un bene visto che le rughe iniziano a farsi vedere.

Se leggo cioccolato fondente sulla confezione mi aspetto qualcosa di ben diverso da ciò che ho poco elegantemente sputato in un foglio cucina.
Piuttosto che scrivere gli ingredienti in venti lingue diverse, avrei apprezzato di più una bella scritta, chiara, bianco su nero che dicesse: "Attenzione! Voi pensate di essere sul punto di comprare una tavoletta di cioccolato, invece state comprando qualcosa che ci assomiglia nella forma e nel colore ma non nel sapore. Una porcheria, insomma".

N.d.A. questo post non vuole promuovere in alcun modo, qualsiasi forma di dipendenza psicofisica dal cioccolato. L'autrice sa benissimo che un eccessivo consumo di cioccolato unito a uno stile di vita sedentario può portare a danni alla salute e che il mondo è pieno di salutisti estremisti che hanno le prove che il cioccolato, non solo non fa dimagrire, ma non è tutto sto granché. Così come sa che basta muoversi un po' ogni giorno per potersi permettere un quadratino, e che il cioccolato non è tutto sto granché, ma molto, molto di più.

Wednesday, 8 April 2009

Willie Wonka Revolution

Willie Harcourt-Cooze is back. Giusto giusto in tempo per Pasqua oltretutto.
Se vi state chiedendo chi sia, beh, è un produttore di cioccolato.
Alcuni lo trovano irritante, per via del background privilegiato e il modo di porsi, per la vita priva di ostacoli, sua e di sua moglie, una discendente del poeta Coleridge, attrice e modella.

Probabilmente c'è un fondo di verità, ma io sono rimasta affascinata l'anno scorso dal documentario "Willie's Wonky Chocolate Factory", che seguiva il suo tentativo di produrre il miglior cioccolato al mondo.
Aveva toccato un tasto dolente: di mio non sono una persona molto schizzinosa e mi adeguo facilmente al cibo del posto in cui mi trovo a essere.
Ci sono però delle eccezioni: la marmite (vade retro, Satana!), il pane dei supermercati inglesi (crampi a volontà) e il cioccolato.
Il cioccolato in questo paese è per la maggior parte prodotto da Cadbury ed è al latte. Con varianti, certo: al latte e nocciola, al latte e marshmellow, al latte e fragola, con ogni tipo di noce, nocciola e nocciolina, con l'uvetta, ma pur sempre latte. Troppo latte per i miei gusti e per le mie papille.

Trovare un cioccolato extra dark, con un minimo del 70%, senza grassi vegetali aggiunti, uno di quei cioccolati che ti basta un quadratino minuscolo minuscolo è un'impresa difficile. E costosa.
E non è solo quando si tratta di cioccolata in tavoletta. La prima volta che ho avuto voglia di una bella cioccolata calda, non sapevo che cosa mi aspettava nella tazza. Io, illusa!, pensavo a una qualche versione stile ciobar, magari con più latte, ma mi immaginavo una crema densa, poco zuccherata (e per questo motivo che c'è bisogno della panna, giusto? Per compensare). No, avevo pensato male: nella tazza c'era del Nesquick, dolce al punto di diventare nauseabondo.
Ho pensato che fosse un problema del barista, che non sapeva preparare una cioccolata come si deve e che sarebbe bastato comprare il cacao al supermercato per fare una cioccolata calda degna di tale nome. Per l'ennesima volta ho provato a me stessa che so pensare, ma male, visto che ho scoperto che il cacao in polvere in vendita nei supermercati è cacao dolce, più dolce di quello italiano.

Il cioccolato che Willie ha creato si è rivelato un best seller a Londra e quest'anno eccolo che torna, non solo per promuovere l'immancabile libro di ricette, ma anche per il documentario "Willie's Chocolate Revolution - Raising the bar", che lo segue nel tentativo di commercializzare una barretta di cioccolato che possa fare concorrenza a quelle vendute in tutto il paese.

Ecco cosa scordavo, le barrette! Le barrette al cioccolato che vendono qua, beh, non sono cioccolato. Non parlo solo di barrette stile kitkat o bounty, ma anche delle barrette stile Cadbury. Sono latte, emulsionanti, zucchero, grassi vegetali, il tutto coperto da un sottile strato di cioccolato.
Il che va benissimo se sai cosa sono e se sei informato di cosa stai per ingerire.

L'idea che possa creare qualcosa che faccia concorrenza a ciò che si trova in vendita alle casse di Sainsbury's è affascinante e ghiotta, per me: di barrette non ne mangio molte, ma ci fosse qualcosa di simile, farei più attenzione al bancone.
L'idea deve essere molto più rivoluzionaria per l'inglese medio, per il quale la parola "cioccolato" si traduce mentalmente in un'immagine di una barretta di Mars.

Mi è venuto da ridere quando cercava di dimostrare che il suo cioccolato poteva far dimagrire, ma in generale la trasmissione era bella, perché era animata dalla passione, al confine con l'ossessione, per il cioccolato.
Qualcosa che posso capire, e senza sforzarmi troppo per giunta.

Sunday, 5 April 2009

Southwark Saturday

"Già che tu sei a Londra, è tutto diverso in una città così grande e diversa dal solito"
Ogni tanto capita di sentirmela ripetere questa frase e sono sempre indecisa su come rispondere.
La risposta più onesta sarebbe: no, guarda, non hai capito. Io abito in zona 6, praticamente Surrey, e a breve sarò ancora più sprofondata nel Surrey se tutto va secondo i piani; a Londra non ci vengo così spesso, anzi ultimamente meno del solito e quando sono in zona, faccio la turista tanto come te, perché non la sento come la mia città, perché Londra non è una città ma un conglomerato urbano.
Ma so già che mi perderei in un discorso simile e cercherai di trovare una spiegazione, più per me stessa che per il mio sfortunato interlocutore, al perché e per come di una città che ancora mi sfugge, mi attrae e respinge, aliena, crea e distrugge. Ci vuole molto di meno per terrorizzare una persona.
Ecco perché normalmente rispondo con una scrollata di spalle e non cerco troppe spiegazioni. Per il bene di tutti, il mio in primo luogo. Così, a meno di momenti di profonda crisi, cerco di rimanere lontana da domande su Londra e cerco di godermela al meglio delle sue possibilità e delle mie capacità.
Forse ci sono riuscita sabato. La giornata è iniziata bene: la BBC ha cannato in pieno le previsioni del tempo e così mi sono svegliata con il sole, poche nuvole all'orizzonte e nessuna goccia di pioggia. Tiè!
Birkenstock d'ordinanza ai piedi, occhiali da sole ben calati sul naso e sono pronta a uscire e godermi questa giornata primaverile e ciascuno dei suoi 15°C. Sì, perché come dice Luca, questa è l'estate inglese e quando se non in estate posso mettere i sandaloni?
Prima tappa il Borough Market per pranzo. Era da un po' di tempo che non ci passavo e ne sentivo la mancanza. E' un posto strano, che ancora non ho capito se mi piace o meno.
Ho i miei banconi preferiti. Il bancone del creme caramel giusto accanto a quello della mozzarella e, poco distante, il banco dei biscotti, che ha dei prezzi assurdi, ma è difficile resistere a biscotti così simpatici, e buoni:

il nido dei gufi


C'è un bancone che fa un chai come si deve, non quei beveroni stracolmi di latte e/o panna che ti rivendono nei bar e caffè delle grandi catene. Mi piace pranzare al Borough Market, comprare un panino con la bresaola e la rucola, o una baguette fresca di forno e sedermi nel giardino della cattedrale di Southwark a osservare la vita che scorre.


Soutwark, ora di pranzo


Dall'altra parte, però, ho dei dubbi su questo mercato: è vero? O mi stanno prendendo per i fondelli? A volte mi sembra un set cinematografico, dove mi aspetto di veder spuntare prima o poi Bridget Jones. Il bancone di Cranberries nel bel mezzo, identico a quello di Charing Cross, il salame al tartufo al banco delle specialità sarde...
Senza contare il livello di igiene, così basso da avvicinarsi allo zero: tutto sbattuto dove capita, pochissimi cestini per l'immondizia che si accumula e accumula.
La cosa che più mi disturba però è un elemento ormai comune alla gran parte dei mercati e negozi in questo paese, vale a dire la mancanza di "stagionalità". Ogni tanto mi piace mangiare qualcosa che non è proprio di stagione, è una specie di premio che mi concedo, le primizie. Ma sabato al Borough Market vendevano fichi e uva, e sono un po' troppo primizie.


Alla fine mi sono incamminata per incontrare degli amici a Waterloo. Con me ho portato un souvenir,

un piccolo gufo e il piccolo principe



Souvenir che non ha visto però la fine della passeggiata. Infatti l'ho mangiato più o meno all'altezza del Waterloo Bridge, mentre rileggevo uno dei miei libri preferiti.


A Waterloo avevo appuntamento con Reda, Maria, Luca e Andrea per andare a vedere la mostra "
" alla Tate Modern.
Nonostante il numero impressionante di figuracce che riesco ad accumularci, la Tate Modern mi piace, un sacco. Mi piace camminare lungo la cicatrice di Shibboleth, curiosare nel negozio, sedermi a guardare uno degli ultimi quadri di Matisse, commuovermi davanti agli scatti di Kertesz o passare venti minuti a osservare ogni minimo particolare nei quadri di Cheri Samba.


Sabato, complice il bel tempo che ha spinto all'aperto buona parte degli inglesi, la Tate era abbastanza vuota, tanto che non abbiamo fatto la coda per comprare i biglietti. Anche la mostra era abbastanza vuota, il che ci ha dato la possibilità di godercela per bene, dal primo quadro all'ultimo poster.
La mostra mi è piaciuta molto, è davvero ben fatta e probabilmente mi concederò il bis prima che chiuda. E' la seconda mostra dedicata a Rodchenko nell'arco di un anno, ma non si tratta di una ripetizione, perché quella alla Hayward era concentrata sul Rodchenko fotografo. Questa mostra invece è dedicata sia a lui che a Liubov Popova e al loro contributo al costruttivismo.
Con l'arte moderna e contemporanea lotto e fatico, ma i costruttivisti russi sono una piacevole eccezione. Per quanto influenzato dall'ideologia, il loro tentativo di portare l'arte al livello delle "masse proletarie" era genuino. Non è semplicemente arte, intesa nel quadro appeso a una parete perché lo Sgarbi di turno lo possa commentare con parole piene di nulla. E' arte che scende dai piedistalli e diventa reale, nei poster, nella pubblicità negli abiti di scena e nei tessuti.
Magari non so trovare le parole giuste, ma le emozioni sono lì, reali, fra una riga, un cerchio e un poster della corazzata potëmkin, e rimangono nel cuore lungo la strada verso casa, mentre il sole tramonta e io finisco di leggere il mio libro. Schiacciata e compressa su un sedile di uno dei replacement bus della SouthWest Trains, me ne torno in zona 6, che Londra non è, ma è casa, a volte.

Saturday, 4 April 2009

Zucchine a colazione

Da bambina, mi avessero chiesto quale cibo proprio non mi piaceva, non avrei avuto dubbi: i cossòt, vale a dire le zucchine.
Peggio che i cavoletti di Bruxelles, più repellente del fegato. Zucchine?!? Vade retro, Satana!!!
Poverine, la colpa non è nemmeno loro, che va divisa fra mio nonno e il bel tempo, con l'ausilio di mamma.
Mio nonno ha sempre coltivato l'orto, e fra le varie verdure c'erano sempre i suoi amati "cossòt".
Per una serie di anni, i primi delle elementari, complice un tempo stupendo, l'orto di nonno si era trasformato in una specie di foresta amazzonica di zucchine. Ovunque mi girassi, zucchine a perdita d'occhio.
Ora, nonno Eugenio era di suo una buona forchetta, ma c'era un limite comunque al numero di pasti che riusciva a fare in un giorno. Così ogni giorno arrivava a casa nostra un bel "cabaciot" di zucchine. Mamma ovviamente non se la sentiva di buttarli via e, non avendo il freezer, non rimaneva che una soluzione: mangiare zucchine.
Avete presente quando Bubba spiega a Forrest in quanti modi si possono mangiare i gamberi?
Zucchine fritte, zucchine in padella, zucchine lesse, zucchine in carpione, pasta alle zucchine, risotto alle zucchine, passato di zucchine, zucchine ripiene, involtini di zucchine, zucchini e funghi, zucchine al forno, zucchine impanate, zucchine in carrozza, focaccia alle zucchine, e la lista continua. Per tre lunghe, interminabili estati, ogni giorno alla nostra tavola non c'era un angelo ma un bel piatto di zucchine.
E' quindi comprensibile e pure giustificabile un certo mio risentimento per questo rappresentante del mondo vegetale.
Con gli anni, per mia fortuna, il numero di zucchine prodotte dall'orto di nonno si è ridimensionato e con il tempo ho ricominciato a mangiarle, senza provare un pavloviano riflesso di nausea al solo menzionarne il nome.
Tanto che quando ho letto la ricetta per fare il pane alle zucchine, ho deciso di provarla subito.
A tradurlo come pane alle zucchine, "zucchini bread" può richiamare il nostro pane alle olive o il pane alle patate, ma in realtà è un po' pane alle banane o alle carote, pani veloci e dolci, cotti nello stampo per il plumcake e che di solito si usano per colazione. Ho preso una ricetta da internet e l'ho provata.
E ho fallito clamorosamente. Il primo esperimento, più che un plumcake, era una crosta di titanio che conteneva un blob incandescente incuriosita. Via nella pattumiera.
Il secondo esperimento l'ho affrontata in maniera più classica: sono andata in biblioteca, preso due libri di ricette e studiato. Nonostante l'aiuto di Rachel Allen, il risultato non è migliorato di molto: l'allieva Virginia non è che non si impegni, è che è proprio balenga.
Questa volta niente massa magnetica all'interno. Ho bruciato l'esterno e trasformato l'interno in un bel mattone. Via nella pattumiera per la seconda volta.
Un'altra serie di esperimenti hanno visto diminuire il numero di volte che ho sbattuto via il risultato e alla fine mente umana ha trionfato sulla farina 00!
Ho preso un po' da ogni ricetta, aggiunto di mio, mescolato a dovere ed ecco qua il mio pane alle zucchine.
Anzi il pan ai cossòt!
pan ai cossòt
Ingredienti:
2 cossòt grattuggiati
250 gr di farina
100 gr zucchero di canna
2 uova
1 tazzina da caffè di latte
1 tazzina da caffè di olio evo
1/2 bustina di lievito per dolci
1 bustina di vanillina
1 cucchiaino di bicarbonato
un pizzico di sale
scorza e succo di 1/2 limone
(semi di papavero)


Preriscaldare il forno a 180°C.
Mescolare la farina con lo zucchero, il lievito, la vanillina, il bicarbonato e il sale.
Aggiungere, mescolando bene l'olio, il latte, la scorza di limone e il succo e per ultimo le uova e le zucchine.
(Io aggiungo anche i semi di papavero, perché ne vado matta)
Mettere in uno stampo da plumcake e infornare per 50-60 minuti (io faccio la prova dello stecchino per controllare se l'interno è cotto).

Friday, 3 April 2009

Here we go again

Sul serio... ma lassù qualcuno ce l'ha con me? Ieri sera non ho acceso la TV, guardato telegiornali o letto le ultime notizie su Internet.
Stamattina arrivo in stazione, sono stanca e in modalità automa... biglietto andata e ritorno per Farnborough, dentro una banconota da 10£, l'automa ritira il resto, prende Metro e passa le barriere.
Aspetto il treno, il greatest hits dei Queen salta su Bohemian Rapsody.
Arriva il treno, salgo, mi siedo e quando parte il ritornello, passo a pagina tre...


I see a little silhouette of a man,
Scaramouche, scaramouche will you do the fandango?

Thunderbolt and lightning! very very frightening me.
Galileo, Galileo, Galileo galileo
Galileo Figaro! Magnificoooo



But I'm just a poor boy and nobody loves me!
He's just a poor boy from a poor family...




Bene, fantastico, mi rimane solo da sperare che nessuno in ufficio abbia avuto contatti con il mondo reale nelle ultime 24 ore; forse è troppo da chiedere, anche se è pur sempre un ufficio popolato da ingegneri che vivono in una realtà tutta loro.