Wednesday, 29 July 2009

Sono momentaneamente assente

Il blog e la sua autrice se ne vanno in ferie per qualche giorno.
In caso di estrema necessità, mi trovate a Parigi.
Numero 11 di rue Simon-Crubellier.
Citofonare
Bartlebooth.

Monday, 27 July 2009

Manic Monday

Stamattina ho lasciato suonare la sveglia più a lungo del solito.
Lei suona ma da sotto le palpebre non riuscivo a percepire abbastanza luce: suona, suona finché ti pare, ma non c'è abbastanza luce fuori, non può essere già mattino.
Eppure la sveglia mica sbaglia! No, solo che stava piovendo, il cielo era (ed è) grigissimo e sembrava di essere piombati in pieno autunno.
Sono uscita di casa munita di ombrello (aperto) e giacca a vento (addosso), cercando comunque di pensare positivo.
Arrivo in stazione e ci trovo una coda impressionante, un serpentone silenzioso che, non trovando più posto nella sala d'attesa, sbuca in strada.
"Network failure" dice un avviso su una delle 5 macchinette, tutte in tilt perché il sistema di pagamento con bancomat è saltato.
Logica conseguenza è che perdo il treno e mi ritrovo ad aspettare quello seguente. Trenta minuti nella stazione di Woking che, in quanto a bruttura e tristezza, viene battuta solo da quella di Farnborough.
Ovviamente logica conseguenza del perdere il treno è perdere anche lo shuttle-bus e dover aspettare. Di nuovo.
Entro in ufficio, sperando di non avere troppe grane, perché la mia pazienza è ormai al limite.
Scopro di avere in totale 4 ore di riunione, ore inutili perse con gente inutile.
Incominciamo bene...

Sunday, 26 July 2009

Oink oink!

under swine (in)flu(ence)

Qualche giorno fa ho portato in ufficio questi shortbread a forma di porcellino.
Beth mi ha detto che sono gli shortbread più buoni che ha mangiato.
Il giorno dopo era a casa, ammalata. Influenza suina.

Ora, a parte negare qualsiasi connessione fra i miei biscotti e la malattia di Beth, mi domando perché la ragazza che mi siede accanto in ufficio deve ammalarsi giusto quando sto per partire per le ferie... non poteva aspettare ancora una settimana per fare l'untrice?!?
La swine flu, oltre che a popolare le pagine dei giornali, è un'ulteriore occasione per me per riflettere sul sistema sanitario britannico.
Il fatto è che sono cresciuta con quest'idea che tutti i sistemi sanitari fossero migliori di quello italiano.
Mentre ero in coda in qualche pulciosa USL, quando venivo rimbalzata da uno sportello all'altro con mia mamma che bofonchiava insulti a destra e manca, dopo che veniva pubblicato l'ennesimo articolo sulla malasanità, sentivo immancabilmente frasi del genere: "Solo da noi succedono questo cose", "Nel resto d'Europa è tutta un'altra cosa", "Volevo vedere se capitava una cosa simile in Gran Bretagna".
Da piccola mi immaginavo paradisi sanitari appena varcate le frontiere, mi si è radicata in testa una legge tutta mia che più a nord si va nell'emisfero, migliore è il livello del servizio sanitario.

Niente meglio di un impatto frontale con l'Inghilterra per frugare questi dubbi. Nelle prime settimane tutti i giornali parlavano del problema MRSA e del numero di persone che lo contraevano negli ospedali, a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie.
Poi è stata la volta delle mamme morte perché gli iniettavano l'epidurale in vena e mille altri casi di malasanità.
Nel frattempo ho scoperto sulla mia pelle che, se decido di ammalarmi durante il week-end, lo faccio a mio rischio e pericolo. Infatti non esiste una guardia medica, bensì il famigerato "NHS direct". La linea telefonica d'emergenza è in realtà un call center operato da centralinisti che non hanno molte conoscenze mediche, bensì una lista di domande.
Virgi: "Buonasera, ho un problema al ginocchio, è bloccato e gonfio"
Operatore: "Lei dunque è il paziente?"
Virgi: "Ehm, sì"
Operatore: "E' svenuta?"
Virgi: "No, ho male al ginocchio"
Operatore: "Quindi è cosciente. Ha la febbre?"
Virgi: "Nooooo. Ho un ginocchio grande come una palla da rugby"
Operatore: "Ha la nausea?"

A quel punto mi sono arresa e ho chiamato l'assicurazione privata. Poi ho scoperto che la prevenzione anti-cancro è a livelli primitivi rispetto all'Italia e ora è la volta dell'influenza.
Non si tratta solo l'allarmismo e come i mezzi d'informazione si stanno comportando, ancora non posso che sorprendermi di fronte a certe mancanze del sistema in generale. A parte la donna trasportata in Svezia dalla Scozia, perché a quanto pare non c'erano più unità di emergenza in tutto il paese, mi preoccupa la facilità con cui questa malattia viene diagnosticata e come viene affrontata.
Se si hanno dei sintomi, si può contattare questa linea diretta del NHS che provvede a prescrivere il medicinale previsto. Anche in questo caso, non ci sono medici dall'altro capo del filo, quindi si rischia (com'è già accaduto) di prescrivere il rimedio sbagliato e cercare di curare un'influenza, mentre il paziente ha un'infezione ai reni.
E allora perché non andare dal medico? Perché è sconsigliato, visto che si rischia di contagiare altre persone, perché molti medici non ti accettano nell'ambulatorio a loro volta. O semplicemente perché è sabato e hai voglia a cercare la guardia medica.

Ogni tanto ci ricado ancora nel miraggio della sanità ad alti livelli, ma ormai ho capito, in maniera triste e definitiva, che le differenze nella sanità, a qualunque latitudine, dipendono da un solo fattore, che non è il governo, il background sociale o il livello economico di un paese, bensì il livello di copertura della propria assicurazione privata.

Thursday, 23 July 2009

Il poliuretano della bettola

Diego sostiene che il tofu in realtà è poliuretano.
La pensavo anch'io così, un bel po' di tempo fa; prima della Cina, prima della Bettola.

La prima volta che ho mangiato cinese è stato alla Bettola, a Pechino. Sì, sì, anche a Torino mi capitava di andare al ristorante cinese, ma la Bettola era tutta un'altra cosa, un punto di non ritorno.
La Bettola ha un nome vero e proprio, ma non sono mai riuscita a memorizzarlo. Non era complicato, uno dei soliti nomi, giada d'oriente, merluzzo dorato, i 4 cefali del giardino di loto... insomma una cosa simile, ma per me la Bettola era e rimane la Bettola.
La prima sera a Pechino, completamente sballati dalla mancanza di sonno e stroncati dai 40 gradi con umidità del 95%, siamo andati tutti insieme, un mega-gruppo di studenti italiani, alla ricerca di un ristorante.
Dopo una breve consultazione, siamo arrivati alla conclusione che saremmo entrati nel primo ristorante aperto: il destino e la strada che portava sul cancello meridionale ci hanno cosi' condotti alla Bettola.
Entrati, abbiamo spiegato con il nostro cinese primitivo che eravamo 15 e volevamo mangiare. Mentre ci facevano accomodare in una saletta secondaria, abbiamo avuto tutti il tempo di gettare un'occhiata alla cucina. Era fatta. La Bettola e' stata battezzata tale in quel minuto.
Da allora la teoria che in Cina più' laido e' il ristorante, migliore è il cibo non è mai venuta meno.
Quella sera ho scoperto che il tofu, se lo sai cucinare, il tofu è buono per davvero!
Per la stessa ragione, se non sai cucinare, anche la pastasciutta diventa immangiabile (come la mensa inglese mi ha dolorosamente dimostrato).
Gli spiedini di tofu con salsa pechinese che compravo all'uscita della Tsinghua, il jiachang tofu della Bettola... tofu in tutte le salse, tranne quello puzzolente, il famigerato "chou doufu", il cui solo nome mi provoca un mancamento e un'apnea automatica. Mi si era aperto un mondo culinario, tutto nuovo e da esplorare.
Da quando sono tornata, ogni volta che vado a mangiare cinese, ordino un piatto di tofu, anche se già so che non è la stessa cosa.
Continuo a tentare di cucinarlo, anche se non mi viene buono come quello cinese. E a volte, quando assaggio una ricetta nuova, mi sembra di sapere che sapore ha il poliuretano.

Sunday, 19 July 2009

Il giudizio universale, e chi se ne frega!

Ogni settimana, fino al novembre del 1996, la famiglia Risso ha compiuto il suo rituale di resistenza umana: mamma comprava Cuore e a spizzichi e mozzichi lo si leggeva tutti.
Con i propri tempi, fasi e manie.
Mamma aveva la precedenza, visto che era lei ad andare in edicola e anche perché aveva deciso così e nessuno si è mai sognato di darle torto; durante l'inverno (cioè quando io e Adri non eravamo fra i piedi al mattino) lo leggeva dopo pranzo, bevendo il caffè, come si poteva capire dal segno della tazzina che ogni tanto ornava qualche pagina. In più aveva l'abitudine di disegnare baffi, corna, verruche e quant'altro sulle caricature dei vari politici. Ogni tanto usava le nostre penne profumate, che aggiungevano quel certo non so che chimico alle pagine.
Papà dava una scorsa veloce durante la settimana, leggendo qua e là durante la settimana e poi se ne impossessava in maniera esclusiva la domenica mattina: si spalmava sul divano e leggeva Cuore dall'inizio alla fine, compresi i numeri delle pagine; quando aveva finito di leggere il divano era plasmato a sua immagine e somiglianza. Se solo provavi a chiedergli se lo potevi leggere, si trasformava in un licantropo: ringhiava, ululava alla luna in pieno giorno e ti cacciava via.
Io e Adri invece lo leggevamo lungo la settimana: un pezzo un pomeriggio, qualcos'altro la sera dopo aver apparecchiato la tavola. Non che capissimo tutto, anzi agli inizi non capivamo una benemerita acca il più delle volte, ma nel corso degli anni le cose cambiarono velocemente: si cresce, si matura, si impara e gli articoli che solo un mese prima ci facevano sbadigliare, diventavano divertenti, ironici, ci riempivano di curiosità, rabbia, sconcerto e meraviglia.
Con "Cuore" siamo cresciute e la nostra adolescenza è segnata da quelle pagine verdi: Adri andava a scuola con un porta-disegni tempestato di adesivi delle Brigate Molli ("Condirne uno per educarne cento") e si esercitava a disegnare copiando le vignette satiriche. Ancora oggi, a distanza di anni, ne conservo una che mi accompagna in una cartellina ovunque io vada. Penso si tratti della vignetta satirica con la più elevata percorrenza di miglie aeree, e va a braccetto con una di quelle pseudo-dichiarazioni dei redditi che Cuore pubblicava ogni anno.
Se il mio modo di vedere e capire Cuore è cambiato nel corso degli anni, non è mai cambiato il modo di leggerlo. Da buona ossessivo-compulsiva, leggevo sempre nello stesso ordine, partendo dalla fine, "Giudizio universale" e Donna Celeste più Disegni & Caviglia.
Dopo tornavo a monte e leggevo la prima pagina, poi passavo a tutte le vignette, controllavo se c'era il "Mai più senza", "E chi se ne frega", dopo ritornavo a pagina 2 e leggevo il resto, per finire di nuovo con il "Giudizio universale".
Ogni settimana iniziava e finiva con il controllo della classifica delle cinque cose per cui vale la pena vivere. Ne ero affascinata e lo sono ancora oggi quando ci ripenso.
Credo che quello che mi ha colpito da piccola fosse quel misto di serio e fuffa: l'amore era primo in classifica, ok, ma anche Ken il guerriero andava forte, c'era Fabrizio De André, come c'era dichiarare guerra alla Svizzera e rompere le palle.
Avessi avuto internet, non avrei impiegato tutto quel tempo a scoprire chi fosse tale "Enzo Catania detto turbominchia".
Credo che nella top ten ci fosse pure la fine di Andreotti.
Probabilmente a ristilarla oggi quella classifica non sarebbe molto diversa, Andreotti incluso.
La mia? Forse questa:
1. L'amore
2. Gli amici, ovvero sia la famiglia che ti scegli
3. Leggere sul treno
4. La marmellata di fragole di mamma
5. Fabrizio De Andrè

La prossima settimana, chissà...

Monday, 13 July 2009

They have a word for it

Amo le parole intraducibili, quelle parole profondamente legate alla storia, alla cultura, alle peculiarità di un paese e della sua gente; le parole intraducibili mi hanno sempre affascinata: quella benedetta maledizione di Babele (o viceversa) che non ci permette di trovare una parola che restituisca nella lingua d'arrivo il senso pieno e completo di quella nella lingua di partenza, quel cercare la perfezione che si scontra con le nostre limitazioni in quanto uomini.
Quella zona arcobaleno, dove tutto dipende dal contesto, dove non esiste una corrispondenza 1:1, dove bisogna ricorrere a giri di parole, cambiamenti di vario grado. Dove si perde ma si guadagna allo stesso tempo.
"Fare ponte" ad esempio non esiste in inglese: a tradurlo letteralmente, chi mi ascolta potrebbe pensare a una mia riconversione lavorativa nel campo delle grandi opere. Ma se lo rendo con un banale "long week-end" è come se perdessi l'arco del ponte.
Avrei voluto scattare una foto, quando ho spiegato ai miei colleghi cosa intendevo con "proverbiale calcio nel sedere", occhi sbarrati a causa della mia fretta che mi ha semplicemente fatto tradurre a specchio l'espressione di cui sopra, utilizzando peraltro un inglese non propriamente di Oxford.
Nella direzione opposta potrei tradurre "to be hangovered" con "dopo sbronza", ma è limitante. Non è solo un sostantivo, è un verbo, uno stato; non è solo la summa di tutte le conseguenze fisiologiche di una nottata passata a bere troppo e male, ma è anche la letargia della testa, il senso di nausea del cervello e la promessa di non farlo mai più e di moderarsi la prossima volta, ben sapendo come andrà a finire.
Una delle mie parole intraducibili preferite è "drizzle". Ora, a cercare sul dizionario, la traduzione c'è, immediata e apparentemente univoca: pioggerella.
Ma basta vedere cosa si intende per "drizzle" da queste parti per capire che non è la stessa cosa della nostra pioggerella. Credo che l'espressione che più si avvicini: "quella schifosa pioggerellina del menga che cade talmente leggera, da riuscire a piovere pure dal basso all'alto e in orizzontale e che ti si infila nelle ossa e fa sembrare tutto ancora più miserabile di quanto non possa già essere; quella pioggia che non ti bagna ma ti inumidisce i vestiti e increspa i capelli alla Einstein". Oppure, a sentire gli inglesi, quel tipo di pioggia che non è davvero pioggia, infatti non vale la pena di aprire l'ombrello. Insomma, drizzle.

Saturday, 11 July 2009

Andirivieni

Rientrare in Italia, per vacanze lunghe o weekend mordi e fuggi, non è mai stato facile. E non mi riferisco (soltanto) alla situazione della Cai. Ogni volta, rientro dopo rientro, diventa più facile salire sull'aereo a Gatwick e più difficile andare a Caselle. Mi piace sempre atterrare a Caselle, perché l'aereo oltrepassa sempre Torino per poi virare e offrirmi Torino in tutta la sua panoramica bellezza. Cerco sempre di prendere un posto finestrino sul lato destro perché è la posizione migliore per guardare in giù. Mi piace Torino dall'alto: amo riconoscere i miei punti cardinali. Non ho il sud nella mia bussola, ma vedo la pista e l'arco rosso del Lingotto. Superga e il Po mi accompagnano per buona parte della discesa, cerco e trovo il comunale e il buon vecchio Filadelfia, vedo Porta Nuova, giro un po' la testa ed ecco la Mole. A giudicare dalla posizione di Corso Francia sono giusto giusto sopra casa dei miei... ... ecco ho passato la casa di Cri, vedo la casa di Paola (ma quanto stanno costruendo?). Toh! guarda, dove c'era il Delle Alpi una volta! Prima di poter accorgermene eccomi ad aspettare la valigia.





Sono ritornata per una vacanza brevissima e fuori programma. Festeggiato il compleanno, passato due giorni con i diecicentini a Valdapozzo, stupita di quanto Sara e Davide siano cresciuti nel giro di pochi mesi.
Ad aspettarmi ci sono gli amici, la famiglia, un bel tempo, Grom con il suo gusto del mese, tutto sembra abbracciarmi. Bentornata a casa, Virgi.

Tornare a Londra non è stato facile, quella specie di angoscia da domenica sera quando guardi lo zaino e pensi che domani si ricomincia. "No, non voglio andare a scuola domani!!!" Un rientro molto monty-pythonesco oltretutto.
Arrivo a Caselle e scopro che sul mio volo ci sarà un gruppo di pensionati in rientro all'ospizio e un gruppo di ragazzini in viaggio studio in Inghilterra. Ragazzini di una scuola calcio. Quella della Juve.
Saliamo sull'aereo solo per scoprire che partiremo con 50 minuti di ritardo per via delle pioggie torrenziali. Un'ora di ritardo può ancora starci, no? Arrivo a Gatwick e via veloce verso la stazione dove il mio treno viene cancellato "due to unexpected rain on tracks". E già qua ho il sopracciglio destro che inizia ad inarcarsi nervosamente.
Vabbè, pace. Prendo il treno successivo che si ferma in tutte le fermate possibili e immaginabili fino a Clapham Junction, dove perdo il treno per Woking. Dove arrivo con quasi due ore di ritardo rispetto al previsto. Dove sta ricominciando a piovere. Dove un auto passa apposta su una pozzanghera per cercare di farmi la doccia.

Welcome back to UK, Virgi.

Thursday, 2 July 2009

di pimm's e lavanda

violet carpet


Una parte di me spera sempre, nonostante tutto e tutti.
La parte balenga suppongo. Quella parte di me che ogni tanto combina pasticci e mi provoca mal di testa e nervosismo è anche la parte capace di sperare con candore, di convincersi che tutto andrà per il meglio.
Quando sono lì lì per abbandonarmi al cinismo più spietato, ecco Virgi Balenga in diretta da la-la-land che arriva e mi porta via. Virgi Balenga che crede che le persone siano fondamentalmente buone e che spera negli ultimi anni ha continuato a convincersi che l'estate inglese possa e sappia regalare soddisfazioni.


Virgi Balenga ha continuato a sperare ed è stata accontentata! L'estate è arrivata pure qua in Inghilterra!
I verdi prati all'inglese hanno assunto un sano colore giallo paglia, il sole splende, le nuvole vanno e vengono, ma raramente si fermano e non scaricano pioggia.
Lo scorso weekend mi sembrava di essere tornata in Italia con una settimana di anticipo: passeggiate alle nove di sera, con gli aghi di pino che scricchiolano sotto le suole dei Birkenstock e il loro profumo che mi ricorda la pineta vicino a Cecina. Occhiali da sole già sul naso alle otto del mattino, un leggero accenno di tintarella.


Giorni strani comunque, di passaggio, sospesi in attesa di qualcosa che non so nemmeno io.
Rachele è partita per Singapore, mentre Dave a breve volerà in Spagna e non sarà il solo, perché anche la mia mini enclave di amici spagnoli si ridurrà di molto nei prossimi giorni.
E' triste accorgersi che molti numeri salvati in rubrica non sono più validi, specie quando c'è un bel sole fuori che ti porta naturalmente a essere più allegra.
Nulla dura per sempre, ma mai come qua, neppure a Pechino, ho provato la sensazione dell'essere solo di passaggio.
Il numero di persone che rimane in questo paese per più di cinque anni è una percentuale minuscola rispetto a chi dopo due o tre anni prende e fa le valigie.
So che la gente che ho conosciuto in Inghilterra non ci rimarrà per sempre e anche io sono arrivata con l'idea comunque di ripartire, una volta arrivata a un certo punto (ma quale?).


Rimango sospesa dunque, godendo del meglio che la vita qua sa offrire. Una caraffa di Pimm's con un'amica e il brusio delle api in un campo di lavanda in fiore.