Friday, 28 August 2009

Annunci a bordo

E' bene che la SouthWest Trains annunci su quale treno si è saliti (per la fretta si rischia a volte di sbagliare) e il nome della fermata successiva. 
Peccato per due piccoli, marginali problemi.
Il primo problema è che l'annuncio viene fatto quando il treno ha già lasciato la stazione, quindi non fai più in tempo a scendere, hai sbagliato e cavoli tuoi.
Il secondo problema è che non si ferma lì.
A quanto pare nei 32 minuti di viaggio necessari per arrivare a Southsea da Portsmouth, la SWT è riuscita a infilare ben 31 annunci.
Probabilmente a un volute in grado di perforare la barriera di qualsiasi cuffietta di iPod sparato al massimo.
C'è l'annuncio che ti ricorda di non lasciare nulla sul treno, di dire subito al controllore se avvisi qualcosa di sospetto, quello che ti indimida di comprare il biglietto prima di salire sul treno altrimenti potresti dover pagare una multa, quello che ti dice che a volte i mendicanti salgono sui loro treni e che non dovremmo incoraggiarli dando loro spiccioli ma dovremmo contattare il controllore. Non manca il solito "Mind the gap, between the train and the platform edge". In autunno, c'è l'annuncio che ti avverte che causa foglie sui binari potrebbero esserci ritardi o variazioni di orari. Per questioni inerenti alla mancanza di privacy, ti ricordano che il treno è stracolmo di videocamere a circuito chiuso. Ovviamente visto che anche i peggio caproni prendono il treno a volte, ci sono gli annunci per chiederti gentilmente di non posare le zampe sui sedili e buttare le cartacce negli appositi cestini.
Poi il controllore fa minimo un annuncio tramite l'interfono, che ripete più o meno gli annunci automatici, ti spiega il motivo di eventuali ritardi, ti dice dove si trova avessi bisogno di lui. Sul treno che da Woking va a Farnborough ogni mattina il controllore interrompe il nastro con l'annuncio delle fermate (normalmente poco dopo Basingstoke) per ripetere lui stesso le fermate!
Ah, l'interfono rimane a livelli da inquinamento acustico pure nel "quiet coach", la carrozza per chi vuole stare in silenzio dove non si possono usare cellulari, lettori mp3 e pc. A volte mi sembra quasi provino un sadico piacere nel ricordarti di fare silenzio, non usare il cellulare e mantenere un livello di voce basso.
Quando i comuni pendolari si lamentavano, la Southwest Trains rispondeva chce varie leggi e regolamenti europei gli costringevano a fare tutti questi annunci.
Due giorni fa un parlamentare inglese che usa la Southwest Trains per recarsi a Londra si è lamentato a sua volta per il numero elevato di annunci. 
Sono due giorni che sul treno ci sono solo più gli annunci delle stazioni e i controllore hanno ridotto in durata e contenuto i loro annunci. Tutto il mondo è paese, neh?

Thursday, 27 August 2009

Rugelach e il crollo dei buoni propositi

Qualche settimana fa, mentre riordinavo casa, ho scoperto:
1. un bel gruzzolo di monetine da uno, due e cinque penny incastrate al fondo del divano, lasciate sui mobili e sui davanzali; gruzzolo che verrà probabilmente re-investito durante questo weekend alla nordic bakery.


2. una pletora di buoni sconti di Boots per cosmetici, tutti scaduti da minimo tre mesi.


3. un numero elevato di libri.


Ecco, questo è un problema. O meglio, non è un problema di per sé. E' bello avere dei libri, sono degli ottimi oggetti da compagnia per me: li abbraccio quando tento di leggerli a letto e finisco per scivolare nel sonno, mi proteggono dalla noiosa realtà della pendolare ferroviaria ogni giorno, ci salto sopra quando li trovo particolarmente irritanti (altro che wii fit!); sono anche degli ottimi oggetti di difesa: forse non vi siete mai trovati su un bus con qualcuno che allunga troppo le mani verso il vostro posteriore, ma se vi capitasse, allora vi assicuro che non c'è niente di più efficace che colpirlo (involontariamente, ovvio) con la borsa con dentro "Delitto e Castigo".
Il problema si pone però se bisogna organizzare un trasloco internazionale e si ha tanta roba da portare indietro e non si ha voglia di finanziare il suddetto trasloco con un proprio rene.


Guardavo i miei libri e mi domandavo: ma cosa pensavo quando ho riportato su dall'Italia "The Art of Photography"?!? Pensa 3 chili minimo!
E perché la parte psicolabile di me ritiene imprescindibile avere 2 versioni inglesi e 2 traduzioni di "Pride & Prejudice"?
Sta di fatto che quando dovrò impacchettare tutto, questo volume di libri andrà a sommarsi a tutto il resto, cd, dvd, foto, cazzabubbole e vari ciapapuer (o ciapapóer? Che termine intraducibile e dalla grafia dubbia!) e allora ho deciso: basta, non compro più libri. Ho la tessera della biblioteca, tanto vale usarla per bene.


Così ho fatto. Ho preso in prestito dei libri, li ho letti, restituiti, per alcuni ho rinnovato il prestito. Sembrava facile quando ho avuto una ricaduta.
Alla ricerca della ricerca della torta con i semi di papavero che ho provato da Florence a Parigi (sì, sì, sono fin troppo ossessiva quando voglio) ho preso in prestito "The Book of Jewish Food" di Claudia Roden.
Era fra i libri di cucina, ma è più di un libro di cucina. E' un libro di storia, personale e mondiale, narrata attraverso i piatti che si sono sviluppati nei vari paesi, a seconda delle varie tradizioni.
Non ci sono le foto patinate dei piatti preparati che compaiono in tutti i libri di cucina dei giorni nostri: niente photoshop, ma tante foto di altri tempi e altri luoghi. Foto di gruppo, di famiglia, di vita di tutti i giorni di comunità troppo spesso spazzate via dalla ferocia degli uomini.
Poi ho preso in prestito "The Jewish Kitchen" di Clarissa Hyman, anche qui storie di persone che si mescolano a storie di cucina con la grande storia come sfondo.


Guardavo le versioni con le copertine rigide incellofanate della libreria di Woking e sentivo il bancomat tentare di uscire dal portafoglio. "Non lo fare, Virgi! Tu sei più forte di qualsiasi tentazione!".
Mi sono ripetuta queste frasi come un mantra: un buon proposito è un buon proposito, insomma! E poi devo pensare al trasloco (e al fatto che questa volta me lo devo pagare io): infatti sono riuscita a resistere.


No, non è vero, figurarsi se un budino molle come me riesce a resistere. Infatti ho comprato il libro della Roden alla prima occasione e credo che a breve restituirò il secondo libro in biblioteca per comprarne una copia tutta mia.
Domenica sera, per occupare il tempo prima di andare di nuovo a dormire dopo la festa di Jaime, ho provato la prima ricetta tratta da uno di questi libri.
rugelach 


I rugelach! Questi li avevamo visti a Parigi, ma non avevamo fatto in tempo a provarli (una ragione in più per tornare in Francia), quindi non ho termini di paragone, ma sono piaciuti ai miei amici. 
Come i precedenti esperimenti con la pasticceria ebraica, ciò che mi piace davvero tanto è che più che mettere tanto, troppo zucchero, preferiscono giocare con spezie e sapori. Così in questo caso, la quantità di zucchero è relativamente bassa, ma ci sono le nocciole, le noci, la cannella e il cacao a compensare. Ovviamente questo non vuol dire che siano poveri in altri elementi, come ad esempio i grassi, quelli abbondano! La ricetta l'ho presa dal libro di Clarissa Hyman e per una volta sono stata abbastanza fedele alle istruzioni.


Ingredienti:
Per l'impasto
200 gr burro ammorbidito
200 gr formaggio stile philadelphia (ma non il philadelphia alle erbe, come mi ha proposto una mia collega!!! Inglesi...)
2 cucchiaini di zucchero.
150 gr farina
1 pizzico di sale


Per il ripieno
100 gr nocciole tritate (io ho fatto 50 gr di noci e 50 gr di nocciole)
50 gr zucchero di canna
4 cucchiai cacao amaro
2 cucchiai di cannella
25 gr di burro fuso
1 uovo


Preparazione:
Mescolare il burro e il formaggio fino a ottenere una crema omogenea e aggiungere lo zucchero, la farina e il sale. Formare una palla, ricoprirla con la pellicola e far riposare in frigo per una notte. [nel mio caso, prepararla appena tornata a casa, mettere in frigo, andare a dormire e recuperarla verso le 7 di sera]


Accendere il forno a 180°C.


Mescolare le noci e le nocciole, con il cacao, la cannella e lo zucchero.
Stendere metà dell'impasto in un cerchio di 25 cm di diametro. Tagliare il cerchio in 16 parti.


Spalmare il burro fuso sull'impasto e versarci sopra metà del ripieno. Arrotolare ogni triangolino partendo dalla base, facendo aderire per bene l'impasto al ripieno.


Spennellare con l'uovo leggermente sbattuto e mettere in forno fino a quando i dolcetti sono dorati (circa 20 minuti per me). Una volta raffreddati si conservano... boh, in ufficio sono durati 2 giorni.

Monday, 24 August 2009

Jaime and a circle of friends

Un mese fa, seduti sui divanetti dell'atrio, mi sono quasi strozzata con il simil espresso del delibar. Davanti a me Jaime ha posato la tazza di té, preso un respiro e sparato ad altezza uomo (o donna, nel mio caso):
"I'm going back to Spain. I accepted a doctorate in Barcelona".

Allo stupore che non è proprio stupore, perché già lo sapevo che voleva andarsene, solo che non me l'aspettavo così presto, si sono aggiunti altri sentimenti, quelli che ho provato quando gli altri amici se ne sono andati, ma ai quali non mi abituo mai e ogni volta mi sembra siano nuovi.
Felicità, perché non posso non essere felice per lui.
Tristezza, perché non voglio che se ne vada, egoisticamente non voglio che gli amici se ne vadano.
Nostalgia anticipata, perché il saperlo in Spagna e non alla sua scrivania al terzo piano, mi fa sentire la sua mancanza in maniera acuta.

Jaime ha iniziato a lavorare poco dopo di me in Nokia. Una delle prime persone che ho conosciuto davvero, insieme a Robert abbiamo iniziato a trovarci abbastanza spesso: più o meno la stessa età, stesso periodo di sbarco, stessa fredda e piovosa estata scelta per inaugurare la nostra stagione inglese, stessi dubbi e perplessità sulla vita sociale a Londra.
Dopo due anni, innumerevoli pinte al pub, un elevato numero di caffè, serate, pic-nic e discussioni assurde, partite degli europei e finali di Champion's League, risate e scherzi Jaime ha deciso.
Fra stranieri è più facile fare amicizia, a differenza delle difficoltà quasi sempre insormontabili che si hanno con gli inglesi. Il fatto di essere stranieri già ci accomuna e nell'altro riconosciamo gli stessi sentimenti, stati d'animo, speranze e frustrazioni. Ognuno fa la sua vita, ma questo filo comune è lì a tenerci uniti, a farci preoccupare l'uno per l'altro.

Non mi piacciono gli addii, e reggo malissimo gli arrivederci. Non sono brava a dire le parole giuste al momento giusto e, come mio solito, ho vissuto l'ultimo mese con una parte di me stessa che negava ciò che stava accadendo.
Arrivato il momento però ho messo da parte buona parte della tristezza, sepolto in un angolo della mente la canzone di Edie Brickell (che comunque non ha ragione) e sorriso semplicemente, perché Jaime potesse passare le ore della sua festa di addio all'Inghilterra con un gruppo di amici felici e pronti a divertirsi.

Ovviamente queste cose non le dico mica ad alta voce a Jaime, anche se forse dovrei, tanto per vederlo più imbarazzato ed emozionato di quanto non l'abbia visto negli ultimi giorni.
Come regalo, mi sono organizzata con un'altra ventina di expat e abbiamo messo insieme uno scatolone con ciò che lui ama e quello che gli fa saltare i nervi della vita in Inghilterra:

before

I treni inglesi, Argos, i giornali gratuiti, il simil-Ciobar (abbandonate ogni speranza o voi che lo provate: non è cioccolata calda, è una brodaglia al gusto di cioccolata tiepida), le ricette di Sainsbury's (specie quelle pubblicizzate da Jamie Oliver), ma c'era anche un collage con foto di segnali di health and safety che abbiamo raccolto per Londra e un mega regalo Eurovision...
CD, DVD e gioco da tavola (con cui potrà passare molte ore a giocare con le povere e innocenti vittime in quel di Barcellona): era davvero felice quando li ha visti, visto che a lui piace davvero Eurovision, tanto che ha organizzato un party per la serata della finale, corredato da un documento di 4 pagine con un'analisi per ogni singola canzone partecipante e il pronostico esatto del vincitore... Quando abbiamo chiesto al DJ di mettere su la canzone vincitrice, Jaime si è scatenato e a vederlo fare il balengo in pista non ho potuto che unirmi, augurarmi ogni bene e sperare di rivederlo presto.

Per la cronaca: siamo andati a cena con Jaime alle 7 di sabato sera. Alle 11 di domenica mattina sono arrivata alla stazione di Woking. Dopo una serata al Lounge34, proseguita al solito locale italiano più discoteca, con colazione da Marina (formaggio, prosciutto, arachidi, rum e coca e crema di whisky) ero talmente distrutta da vedermi costretta a chiamare un taxi che mi depositasse a casa. Spero che non se ne vada ancora molta gente, non ho più l'età!

Saturday, 22 August 2009

Barcellona: la luce e un bicchiere di orxata

café amb letts

Sarà che sono piemontese e per me la grande città di mare ha sempre voluto dire Genova e quando vado a Genova ho davvero quella faccia un po' così, con quell'espressione un po' così.

E' facile scordarsi che ogni città ha delle caratteristiche uniche, un proprio respiro e modo di essere, così, appena sbarcata a Barcellona, mi sono stupita.
Ma come, niente odore di salsedine? Non si respira aria di mare nemmeno in spiaggia!
Sembra una cosa da poco ma mi ci è voluto un po' per riprendermi dalla sorpresa.
Poi ho capito che fra essere sul mare ed essere una città di mare c'è una sottile ma comunque importante differenza.

Per Barcellona ho camminato e camminato, macinato chilometri sotto un sole cocente, al riparo nei vicoli del Barri Gòtic, cercando di non andare a sbattere contro la gente mentre col naso in su mi perdo per la facciata di Gaudì della Sagrada Familia o mi faccio seguire con lo sguardo dalle statue di Subirachs.

a testa in su

E' una città di luce e di ombra, strana, bizzarra. Eloi mi ha detto che le Ramblas sono nella classifica delle attrazioni turistiche più deludenti: ma essendo attrazioni, mi pare ovvio siano deludenti! Devo però ammettere che, in quanto attrazioni turistiche, svolgono un'importanza funzione sociale. Attraggono le persone, dandoti quindi la possibilità di scegliere: affrontare folla se te la senti, o vivere con calma se decidi di tuffarti nelle vie laterali, dove il ritmo rallenta e il tempo scorre lento
.

luci, ombre e bici

E' una città di parole. Non ero più abituata a trovarmi in una grande città dove la gente inizia una conversazione con uno sconosciuto per strada, in un ristorante o sull'autobus. Quel fiume di parole mi ha quasi stupito all'inizio, quel catalano che non è dialetto, ma è espressione di un'identità forte e sentita. Una lingua più dolce dello spagnolo, con una cadenza ritmata che ti abbraccia e scorre via dolce dalle labbra.
Al tramonto in particolar modo, quando con il sole che va giù e scompare dietro le montagne, ordinare un café amb letts sembra ancora più naturale e facile. Il brusio della gente che parla, le parole che sovrastano anche la musica a più alto volume, questo bisogno soddisfatto di comunicazione è stato un ritorno a uno stile di vita di cui sento sempre più la mancanza.

Ho riso, sorriso, versato qualche lacrima; mi sono persa e forse pure ritrovata. E ora ripenso alla città con un po' di dolce malinconia. Qui il tempo è di nuovo grigio, il mio tessuto di amicizie si sta sfaldando lentamente, con la gente che emigra verso nuovi e vecchi lidi e io che mi preparo. E rispolvero "L'arte del trasloco"

Sunday, 9 August 2009

Io, Shakespeare e compagnia bella

L'importanza che noi diamo ai luoghi dipende in buona parte dai ricordi che sono associati.
Una specie di pacchetto convenienza, dove le vie, le case e le persone acquistano una quarta dimensione, quella del cuore.
Per me "Shakespeare & Co.", la libreria di Parigi di George Whitman, è legata a Francesca.
Francesca ha sempre avuto il raro dono dell'empatia letteraria. A decina di migliaia di chilometri di distanza è in grado di capire come mi sento, sa se un libro potrebbe piacermi e riesce a prevedere se potrà influenzarmi, ispirarmi e rimanermi nel cuore.

Qualche anno fa mi sono vista arrivare a casa un pacchettino con dentro un libro con una dedica di Francesca.
L'autore, Jeremy Mercer, mi era completamente nuovo. A guardare quella copertina verde e leggere il titolo ho intuito che anche questa volta Francesca ci aveva preso.
“Books, Baguettes and Bedbugs” è un libro che mi è entrato sotto pelle, si è accomodato e stiracchiato per bene come un gattone e non se n'è più andato.
Oltre a essere scritto in maniera intrigante e spiritosa, la storia è affascinante, e ogni volta che vado a Parigi devo andare alla "Shakespeare & Co.", passarci anche solo davanti se è chiusa.

books

Ogni volta ci trovo qualcosa di nuovo, un particolare che non avevo visto in una visita precedente; i libri, quei libri ovunque, che ti circondano, abbracciano, cullano e proteggono. Un calmante più che una libreria, ma anche una credenza che può soddisfare tutte le più disparate curiosità letterarie.

Una delle cose che più mi piace del libro è la sua capacità di parlare dell'amore per i libri. Come scrigni aperti di parole incantate, rifugio alla noia della vita moderna e spiaggia assolata in giorni uggiosi, ma anche come puro e semplice oggetto fatto di carta e inchiostro.

Nei libri si può trovare ciò che si vuole, spera o non ci si aspetta e un po' di sana invidia la provo verso chi come Mercer (e molti altri) riescono a tradurre in parole qualcosa che io sento ma a cui non riesco a dare forma.

日本語

L'ho riletto poco prima di tornare a Parigi, in un momento in cui molte cose mi sembravano incerte e confuse. Ora non che siano più chiare, ma mi ha fatto ricordare di come i cambiamenti, grandi o piccoli che siano, non sono qualcosa di delimitato nel tempo, ma continui e intrecciati, così che non ti accorgi di essere cambiata se non dopo.
Sono un costante cambiamento, e molte cose intorno a me sono cambiate.
Stanno cambiando. Cambieranno. E io con loro: anche questa volta non so dire se sono pronta, ma ho accumulato una certa esperienza, nel rimettere a posto casini improbabili e in traslochi internazionali e no.

Friday, 7 August 2009

Semi di papavero

Me maledetta quando ieri mattina mi sono detta "mah sì! Mettiamo i sandali!!!".
Si può sapere a cosa stavo pensando in quel preciso momento? E' assai probabile non stessi pensando proprio a nulla, visto che ho dato per scontato che il bel tempo sarebbe continuato per tutto il giorno.
Dopo essermi arrabattata a forza di tè e anche solo semplice acqua calda, ho scoperto di aver dimenticato l'ombrello a casa. Naturalmente l'ho scoperto quando, arrivata a metà strada fra la stazione e casa, ha iniziato (a dire il vero, ricominciato) a piovere.
Ora, avrei potuto reagire alla maniera tradizionale, una serie di imprecazioni da far tremare il peggior scaricatore di porto. O darmi al tè e rhum, che scalda e fa passare i dolori.
Avrei potuto decidere di riscaldare la casa con il vapore del ferro da stiro, ma anche no! Già il tempo mi deprime, mi metto pure a stirare??? Mica ho tendenze suicide. No, grazie.
Mi sono lasciata alle spalle simili pensieri tetri e mi sono bevuta un martini bianco: alla TV passava l'ennesima replica della signora Fletcher; avete presente quell'episodio in cui la signora Fletcher si trova per caso di passaggio in un posto insieme a un amico di lunga data mentre sta andando al matrimonio dell'ennnesimo cugino e qualcuno viene assassinato e lei interviene dando una mano al solito ispettore di polizia a trovare il vero colpevole a cinque minuti dalla fine dell'episodio? Ecco, c'era proprio quell'episodio ieri sera.
E io me lo sono visto un po' distrattamente mentre sperimentavo di nuovo con la pasticceria ebraica.
Da quando ho fatto colazione per la prima volta da Florence Kahn, sapevo che non c'era nulla da fare. I neuroni hanno fatto corto circuito e sento di volere, dovere, aver bisogno di mangiare di nuovo quei dolci! Sono dolci che profumano di casa, di ricette della nonna o della mamma che non si riescono mai a fare bene quanto loro ma non per questo si smette di provare.
Visto che comprare un biglietto dell'Eurostar solo per colazione mi sembra un po' eccessivo, non mi rimane che provare a ricrearle nella mia cucina di Woking.
Il primo tentativo la scorsa settimana mi ha vista impegnata nel tentativo di emulare la sua Linzertorte.
Il tentativo di emulare questa paradisiaca visione:

a bite of paradise

mi ha portato a questo:

Vv_7879

Ho preso la ricetta tradizionale della Linzertorte e l'ho modificata "a memoria", cercando di ricordarmi tutti i sapori che io e Diego avevamo captato nella prova assaggio.
La torta è piaciuta ai miei colleghi, ma è migliorabile, specie nella pasta frolla: secondo me ce ne vogliono due: una standard per il sopra e una "speziata" per la base, il che significa un secondo esperimento nel prossimo futuro. Avessi poi un forno con distribuzione del calore in maniera uniforme! Al momento, sono in una casa dotata di forno "a muzzo", molto fine anni '70 a giudicare dal design (ma credo non sia una semplice constatazione estetica ma un dato anagrafico di fatto): all'inizio pensavo che la lampadina interna si fosse fulminata, poi mi sono accorta che non poteva essersi fulminata visto che non c'è. Senza contare che la spia della temperatura non funziona, quindi non so mai se ha raggiunto per davvero la temperatura che voglio o mi sta solo pigliando per i fondelli.

Comunque, la scorsa settimana ho fatto scorta di semi di papavero e mi sono preparata al secondo assalto alla pasticceria ebraica. Volevo provare il pavè ai semi di papavero che ho visto in vetrina, ma non sono riuscita a trovare nessuna ricetta su internet abbastanza simile da poter manipolare, quindi ho deciso di provare a seguire una ricetta presa dal
libro di Claudia Roden. Ovviamente non l'ho seguita alla lettera perché mi sono accorta di essere alla fine di uno degli ingredienti del ripieno. Il barattolo di miele mi guardava triste e sconsolato dalla mensola della dispensa, ammesso che un barattolo di miele sia in grado di guardarmi.

Il risultato non è stato ovviamente la torta che volevo io, ma è un'ottima torta, non eccessivamente dolce e stucchevole

Mohntorte

La ricerca per la ricetta del pavè che mi ha rubato il cuore continua, ma nel frattempo questa è un sostituto degno di nota e i miei colleghi hanno già fatto fuori pure le briciole

briciole

Intanto ecco la ricetta riveduta e corretta per l'occasione:

Ingredienti:
Per la pasta:
250 gr farina
2 cucchiai di farina
175 gr burro
1 uovo
un po' di latte
un rosso d'uovo sbattuto per spennellare

Per il ripieno:
150 gr semi di papavero
175 ml latte
50 gr miele (150 gr nella ricetta originale)
50 gr zucchero (non c'era nella ricetta originale)
75 gr uvetta
1 uovo
1/2 cucchiaino di chiodi di garofano in polvere
2 cucchiai di cannella
qualche goccia di estratto di vaniglia

Per la pasta mescolare la farina e lo zucchero e poi impastare con il burro a temperatura ambiente. Aggiungere l'uovo e qualche goccia di latte se l'impasto non si compatta bene. Avvolgere nella pellicola e mettere a riposare in frigo per almeno mezzora.
Mettere sul fuoco un pentolino con i semi di papavero e il latte. Appena inizia a bollire toglierlo dal fuoco, e lasciare i semi a mollo per 30 minuti circa. Aggiungere gli altri ingredienti.
Preriscaldare il forno a 180°C.
Dividere l'impasto a metà e stendere la prima metà in una tortiera (la mia è un quadrato di 25 cm di lato). Aggiungere il ripieno e ricoprirlo con l'altra metà di pasta. Chiudere sui lati, spennellare con il rosso d'uovo con due cucchiai d'acqua e infornare per 35 minuti circa.

sprinkle sugar around

Thursday, 6 August 2009

Parigi, pane per i nostri denti.

Dicono che, subito dopo quella italiana, la cucina francese sia la prima al mondo.
Quale modo migliore di assodare se è vero e meno, se non portando avanti una serie di test sul territorio?
A Parigi di sicuro c'è il rischio di mangiare male e a caro prezzo: una metropoli con un tale flusso di turisti è statisticamente condannata a ospitare ristoranti degni solo di chiusura immediata, con cuochi da privare dell'accesso alle cucine e camerieri da esiliare in Antartide.
Per la legge dei grandi numeri, una metropoli è pero anche destinata a cullare fra le sue vie dei capolavori assoluti della gastronomia.
Ora, non so se sia un caso o meno, non ho voglia di fare battutine ironiche sui cugini d'oltralpe, ma l'unica volta che io e Diego abbiamo cannato in pieno la scelta del ristorante, tale scelta era caduta su un ristorante "francese". Ok, il solo vederlo avrebbe dovuto scattare l'allarme "trappola per turisti". Ma avevamo fame, era tardi e nei ristoranti degni di tale nome c'era troppa fila.
In cinque giorni è stata l'unica volta in cui non abbiamo lasciato alcuna mancia, bensì abbiamo lanciato una macumba, sperando che natura e chiusura definitiva del locale seguano il loro corso.

A parte questo piccolo incidente, il percorso gastronomico parigino è stato molto soddisfacente.
Certo anche Torino ci ha messo del suo. Una parola sola, GROM, che non è solo una parola però, è molto di più. E' bontà superlativa, granita paradisiaca, sostanza oltre l'apparenza, forse pure una mia personale ossessione. Una delle cose che ho sempre dato per scontate, come il caffè del bar sotto caso, che uno scopre di amare e idolatrare appena se ne trova sprovvisto.
Quante volte a Torino sono passata davanti a Grom e non mi sono fermata, nonostante la voglia di gelato, solo perché mi era sembrato ci fosse troppo da attendere in coda? Quante coppette, quanti coni biscotto ho lasciato passare e non recupererò mai più? Ora questo sbaglio non lo commetterei per tutto l'oro del mondo. Dopo aver assaggiato i vari pseudo-gelati locali, apprezzo ogni centimetro di coda, perché so che ogni passo in avanti non mi avvicina solo alla cassa ma anche a qualcosa che, oltre a riempire la pancia, infonde dolcezza ai ricordi.
Il gusto di questo agosto è il mirtillo e un tempo era dentro questa coppetta:

grom loves world

Altro gelato strepitoso è quello che accompagnava il crumble alla mela e rabarbaro che mi sono gustata alla "Victoire Supreme du Coeur". Già solo il nome che ti scivola via dolce dalle labbra, ti fa venir voglia di mangiare in questo ristorante vegetariano. Anche il carnivoro più sfegatato e ortodosso sarebbe rimasto affascinato e soddisfatto dai piatti che questo ristorante offre... le insalatone, gli spaghetti di verdura con una salsina alla mostarda che crea dipendenza, sformati e terrine varie ai funghi, il capolavoro (supremo, potrei dire) delle lasagne alle verdure, che hanno richiesto e ottenuto la scarpetta d'ordinanza.
Cucina vegetariana, vegana, molte portate adatte a chi soffre di celiachia (ViVi!!!), potevamo dire di no a un approfondito esame del sidro biologico e dei dolci? Che domande! Hic e burp!
Il cuore però è rimasto vittoriosamente concentrato sulle lasagne. Ora il primo che mi dice che le lasagne vere devono avere la carne, lo prendo e lo metto fra mia zia Lucia e Rosetta, la suocera di mia sorella, che intavoleranno la conferenza: "Epistomelogia della lasagna: teoria dell'uovo sodo, prosciutto cotto applicato e correnti di tritata purista". Quelle della V.S.C. sono fra le lasagne più meglio buone che abbia mangiato da un po' di tempo a questa parte: le lasagne speziate, la ratatouille e poca besciamella, giusto un filo... certamente da sperimentare nei mesi freddi, quando il forno è utile a scaldare la casa un po' di pi... a guardare fuori dalla finestra, credo che potrei provare già domani!
V.S.C. è nel Marais, la zona di Parigi dove siamo stati più a lungo. L'atmosfera, la gente, le vie... tutto sembrava dirci di non andarcene, ma rimanere lì a guardare il tempo passare.
Al Marais abbiamo fatto colazione; tutti i giorni, anche se significava 2 cambi di metropolitana.
Ma dopo il primo assaggio di paradiso alla panetteria "Florence Kahn"...

Marais breakfast
Rotolo ai semi di papavero, solo a vederli dalla vetrina ed eravamo già in trappola!

the breakfast of the champions
Abbiamo dovuto replicare, cercando di provare il maggior numero di dolci possibili.

a bite of paradise
Cosa non facile, vista la varietà di dolci in vendita in questa boulangerie.

Suona male dire che voglio tornare a Parigi, solo per fare di nuovo colazione da Florence?
Ah sì?! Ok, non c'è problema. Riformulo il mio desiderio allora: voglio tornare a Parigi,non solo per fare di nuovo colazione da Florence, ma anche per mangiare il falafel di Chez Hannah.

falafel delle mie brame

Un falafel che crea dipendenza, come fanno a fare le polpettine così buone? E le melanzane fritte così bene?
Studio e sperimentazione mi attendono e magari anche un altro biglietto A/R per il Marais.

i ricchi e poveri

Si sa che la televisione d'estate offre di meno.
Ciò non significa che offra programmi meno interessanti.
Forse ho bisogno di altre ferie, ma quando ho visto questo video su ARTE a Parigi, ho pensato fosse geniale. Dopo aver superato lo shock iniziale, ovviamente.



Tuesday, 4 August 2009

Parigiparigi!

Da dove inizio?
Ho un po' di sonno e sono in pieno effetto costacrociere.
Cinque giorni sembrano un'eternità e un battito di ciglia racchiusi nello stesso arco di tempo.
Mi sembra di essere partita e tornata un attimo fa, come pure una vita fa.
Parigi mi è sempre piaciuta, cosa strana assai, dato il mio rapporto conflittuale con la Francia e il francese. Poi si sa, i parigini li odiano pure i francesi, eppure non riesco a non amare Parigi.

Parigi è molte cose, in primo luogo la possibilità di godere di un tempo più continentale e normale, l'occasione di sfoggiare per più di due ore scarse i miei Birkenstock nuovi di pacca:

sandals

E con i Birkenstock ai piedi e un pass per la metropolitana in tasca, Parigi è davvero a portata di mano e di click.
Insieme a Diego, ho messo insieme una specie di mappa di punti di riferimento. Avevo voglia di rivedere certi luoghi, mentre altri ho preferito evitarli e saltarli a piè pari.
Al Louvre siamo andati per cercare una mappa, visto che la nostra l'avevamo lasciata in camera.

faccia da Louvre

facce da Louvre

Ovvio che un museo come questo sia sempre strapieno di gente, ma credo che l'afflusso sia aumentato e di molto per effetto di Dan Brown e del film con Tom Hanks. Di fronte alla folla di turisti abbiamo deciso che no, la mappa non ci serviva dopo tutto.

Anche Notre Dame era affollata. Alla mia ultima visita la coda non era così lunga e il sole non batteva così forte, il che ci ha fatto riconsiderare una visita all'interno. A onor del vero non c'erano nemmeno delle coste così lussureggianti nelle aiuole del giardino affianco! Ah, però questi parigini, che sanno coniugare colore e praticità! Altro che violette e calendule! Uno spicco d'aglio, un po' di rosmarino, burro, una spolverata abbondante di parmigiano ed ecco servita l'aiuola francese!

le coste di notre dame

(Roba che al solo guardarle ste coste, a mia mamma sale la carogna invidiosa in spalle).

Non solo non ci siamo fatti mancare del buon cibo (ma questo è un altro post), abbiamo anche passato molto tempo a cazzeggiare (non-attività che mi vedrebbe assoluta dominatrice fosse mai aggiunta alle specialità olimpiche, e non vedo perché non dovrebbe, visto che vogliono aggiungere pure il bridge a Londra 2012... meglio scala quaranta a sto punto). E in giro per mostre.

foto nella foto

Partiti con l'idea di vedere solo quella dedicata a Kandinsky al Centre Pompidou, abbiamo aggiunto strada facendo altri pezzetti importanti. Come Steve Martin in "Pazzi a Beverly Hills", ci siamo fatti guidare da un cartellone parlante verso una mostra su Henri Cartier-Bresson. Per caso ne abbiamo incontrata un'altra per strada e insieme a quest'ultima pure una raccolta di fotografie relative al Teatro Carignano.

Così, prima di potercene accorgere, senza aver nemmeno passato tutto il tempo che avremmo voluto ai giardini Luxembourg o in Places des Vosges, ecco che cinque giorni sono passati e mi sono ritrovata a Gare du Nord a salire su un treno affollato di famiglie di ritorno da Eurodisney, uomini d'affari con blackberry saldato all'orecchio e testimoni di Geova (doveva esserci un convegno internazionale, perché la città era pervasa dalla loro presenza e dalla grazia di chi per esso). Mentre gli uomini mora parlavano di congetture e allineamenti strategici e i bambini strillavano e litigavano per la bambola di Buzz Lightyear, ho bloccato le voci e guardato fuori dal finestrino. Alcune nuvole grigie promettevano pioggia e spezzavano il monotono blu del cielo. Ho chiuso gli occhi e ho pensato a un altro blu, quello degli occhi di Vincent.
L'autoritratto al d'Orsay. Quel quadro mi ha sempre fatto piangere, senza motivo razionale, al di fuori di ogni logica: ogni volta che vado a Parigi devo passare al d'Orsay e impantalarmi di fronte ai turisti giapponesi che gli vogliono scattare delle foto (ma perché? Che senso ha andare in un museo per scattare solo foto senza guardare per davvero i quadri?!?).
Così è stato anche questa volta: di fronte a Vincent ho sentito il groppo formarsi in gola e le lacrime salire, senza oppormi, senza sapere il perché. Peccato non poterli abbracciare, i quadri.

E a Parigi mi aspettano ancora...