Monday, 28 September 2009

Kicking off the week in a sweet way...

Prima della crisi, capitava ogni mese. Ora, nella "ottica della riduzione dei costi di gestione, onde meglio fronteggiare questa crisi senza precedenti" o qualcosa di simile, succede una volta a trimestre.
Di cosa parlo? Del giorno della ciambella, ovviamente.
L'ultimo venerdì del mese (o del trimestre al momento), la ditta vede e provvede ai reali bisogni di noi impiegati offrendoci caffè e ciambelle.
Presente le ciambelle di Homer Simpson, quelle con la glassa rosa, quelle che anche solo a vederle a cartone animato ti fanno ingrassare di 10 chili buoni? Ecco, ci sono quelle ciambelle.
Che la prima volta le ho provate e mi domando come faccia Homer a mangiarle... sanno di burro e basta! Per apprezzarle devi prima passarti una raspa sulle papille gustative, in modo da azzerare qualsiasi percezione di sapore (o assenza dello stesso, nel caso di queste ciambelle).
Nel corso dei mesi, come tutti gli stranieri ho ripiegato sulle alternative: io sto ai pain aux raisins, come Marina sta ai muffin e Francis ai pain aux chocolat.
Quando arriva donut Friday, sto leggera la sera prima, salto colazione e mi preparo a gustare la mia porzione di paradiso all'uvetta.
Lo scorso venerdì poi era un donut Friday speciale, perché era il mio ultimo venerdì della ciambella prima delle dimissioni e del rientro. Non che non possa andare a comprarmi i pain aux raisins una volta che smetto di lavorare, ma ammettiamolo, hanno tutto un altro gusto se te li offre la ditta. Così venerdì scendo con Marina e Francis e... TRAGGGGGEDIAAAAAA!
Ci facciamo forza l'un con l'altro ma c'è poco da fare: non ci sono i muffin, di pain aux chocolat nemmeno l'ombra lontana e indovinate un po'? Un'onda di tristezza mi assale: dopo aver controllato tutti i vassoi, devo rassegnarmi all'idea che non ci sono pain aux raisins.
Mi crollano le spalle dalla delusione, e ora? Ho una fame tremenda e le ciambelle di Homer non mi piacciono!!! Che fare? Addento una mela sconsolata e mi bevo un secondo caffè: sono così triste, che faccio nemmeno troppo caso al fatto che sto mangiando una mela congelata e bevendo un caffè allo stesso tempo (anzi, la trovo un'ideona, perchè il caffè caldo scongela la mela, o mamma mia che cosa vado a pensare!?!?!).
L'episodio mi ha lasciato l'amaro in bocca e durante il weekend ho trovato il modo di recuperare. Con questo dolcetto qua, ricetta ancora una volta di Michel Roux:

pseudo pain aux raisins



Il caffè rimane sempre un problema e mi sembra troppo tardi per iniziare a portare in ufficio una macchinetta per il caffè.
Niente venerdì ciambelloso, va bene, ma volete mettere il lunedì dell'uvetta?

Sunday, 27 September 2009

Summertime and the leaving is easy

L'estate è ufficialmente finita, ma l'Inghilterra ha deciso di concedermi ancora due giorni di bel tempo, la famosa "Indian Summer", quella che gli inglesi mi hanno sempre assicurato sarebbe arrivata a compensarmi dell'estate fredda e piovosa.
Ovviamente non si può restare a casa, ma ieri prima di uscire ho messo un po' di ordine fra le varie carte e documenti, fra cui i ricordi dell'estate.

i segni di un'estate che...

Ogni volta che vado da qualche parte, devo compulsivamente riportare indietro con me qualcosa, biglietti dei mezzi di trasporto, biglietti di ingresso ai musei, ricevute, cartoline promozionali, biglietti da visita dei ristoranti...

A volte finiscono immediatamente nel riciclo carta appena disfo la valigia, ma è raro, data la mia ossessione per le prove fisiche dei ricordi. Quasi sempre finiscono a essere usati come parti di collage, segnalibri, etichette per cd o simili.

Quest'estate è stata una buona estate per i ricordi: tanti posti, tante facce, molti preludi ai cambiamenti, pochi dolori che rendono ancora più dolci le gioie, guardo i biglietti e non ripenso solo a due settimane di viaggi, ma a tre mesi che mi sembravano come tutti gli altri mentre li vivevo ma che ora capisco essere speciali.

Guardo i biglietti e vedo amici vecchi e nuovi, sorrisi, occhiali da sole, tramonti mediterranei e albe in campagna; guardo i biglietti e sento il profumo della cannella e della noce moscata che si mescolano a quello della crema abbronzante e dei barbeque; guardo i biglietti e ascolto i Wilco suonare insieme a David Gray, sapendo che Faber c'è sempre.

Penso a un'estate che vorrei infinita, anche (e soprattutto?) per codardia, perché sta a me ora armarmi di coraggio (e incoscienza?) e realizzare i cambiamenti pensati e maturati in quei mesi, e l'idea mette un po' di paura. Nulla che la mia prossima avventura fra i lievitati e una pinta di London Pride non possano momentaneamente placare.

Thursday, 24 September 2009

Valdatorte, o di quello che resta solo nei ricordi

I weekend in Italia passano veloci ma mi lasciano sempre alcune cose, ogni volta le stesse, ogni volta diverse per intensità e colori: la dolcezza dei ricordi, la nostalgia che mi assale alla stazione ferroviara di Gatwick, una certa acidità di stomaco dovuta al troppo vino bevuto e la promessa mai mantenuta di essere più moderata in futuro.

Il fatto di sapere che sarebbe stato l'ultimo weekend prima di lasciare definitivamente l'Inghilterra mi ha donato un po' di malinconia, il giusto per evitare di non imprecare troppo quando sia all'andata che al ritorno mi sono sorbita ritardi causa valigie: all'andata avevano caricato una valigia in più e allora via! Tira giù tutto, ri-conta, non si trova la valigia extra, ri-conta di nuovo tutto. Al ritorno i treni erano nel caos perché qualcuno aveva dimenticato una valigia sul treno e allora via! Ferma il treno, chiama gli artificieri e tutti gli altri treni si bloccano e il ritardo cresce e cresce e cresce... Ok, alla fine ho tirato giù qualche maledizione nei confronti delle efficienti ferrovie britanniche, ma ero giustificata!!! Che alla fine non è mica il fatto di fare ritardo che mi da fastidio e fa arrabbiare: da italiota media ci sono più che abituata.
E' di nuovo quello scontrarsi con l'idea che nel nord Europa le cose funzionino meglio: non è così, e il tutto è aggravato dal modo di fare un po' finto e ipocrita con cui comunicano i ritardi, li accettano, ma poi mi trattano come venissi dal paese di Pulcinella pronta a sfoderarmi in un assolo di mandolino, declamando le proprietà benefiche della pummarola.


Ma tant'è. Il week-end è alle spalle, ma ne porto ancora i segni sotto forma di sonno endemico, che ieri mi ha fatto prendere una testata in sala riunioni, quando mi sono beatamente addormentata, salvo poi svegliarmi nel momento in cui la fronte ha toccato il legno del tavolo. Ahi, che dolor!


Ho visto amici e famiglia. Ho portato amore, un maiale di ceramica che farà -è il caso di dirlo- la sua porca figura nella casa nuova del metallaro con le pattine, un ultimo barattolo di marmite. 
Ora, io sarò anche crudele e cattiva, ma il mio titolo come maestra del male vacilla: io l'ho portata, ma non sono stata io a convincere la cameriera del Tribeca a provarla, dicendole che era una leccornia!!!

Sara ha ricominciato l'asilo e Davide in poco meno di tre mesi ha conquistato la posizione eretta e corre per casa, o quanto meno trotterella veloce.
I miei hanno preso la notizia del mio rientro con un aplomb quasi inglese: mancavano i fuochi d'artificio, ma per il resto era tutto pronto.



La notizia più importante di questa quattro giorni italiana comunque è che non ho causato nessun danno e/o grave reazione allergica a Vivi.
Il giorno del suo compleanno le avevo promesso la versione celiaca di questa torta, che avrei giusto giusto recapitato a Valdapozzo.
Potremmo discutere su come la Linzer Torte che ho mangiato da Florence sia ormai diventata un'ossessione per me, ma questo non è il momento e poi a che pro? Ognuno ha le sue fisse, la mia non è dannosa, se non al mio colesterolo.  

Ottimo, torta decisa, che ci vuole? Una torta è una torta, anche se al posto della zerozero usi la gluten-free.
Certo, come no, ovvio!!!
Dopo 4 chiacchiere con il gestore del "Celiachia market", inizio ad avere i primi dubbi sulla fattibilità di una torta e mi chiedo se non mi convenga comprare una confezione di brioche.
Tornata a casa, leggo il contenuto sulla scatola della farina, apro il pacchetto e finalmente comprendo perché fare torte per celiaci sia difficile: la farina è composta da vari amidi e farine di riso, mais e simili e hanno la consistenza e poca elasticità di questi tipi di alimenti.
Dopo aver sfornato la torta, ero stanca come poche volte mi è capitato e mi sono sentita molto solidale con i celiaci di tutto il mondo (unitevi!).

Alla fine però la torta è piaciuta e Vivi è ancora pimpante e felice. Obiettivo raggiunto: non è come la torta di partenza, ma è giusto che sia così perché questa non è la Linzer Torte, ma la Valdatorte. Legata a ricordi diversi da quelli del Marais, destinata a essere una torta indipendente pronta a camminare nel mondo con le sue gambine.


Ho scattato solo una foto con il cellulare ma devo averla cancellata poco dopo, così non ho nessuna foto per ricordarla così com'era. Però ho la ricetta, quindi se qualche amica celiaca e fotografa vuole darsi alla food-photography ecco qua la Valdatorte!


Ingredienti:
150 gr di burro
250 gr di farina gluten-free
150 gr di zucchero
50 gr di mandorle tritate
50 gr di nocciole tritate
5 amaretti schiacciati
1 uovo
3 cucchiaini di cannella
1 pizzico di chiodi di garofano schiacciati
3 gocce di estratto di vaniglia
scorza di mezzo limone grattuggiato
1 bustina lievito per dolci
300 gr marmellata di lamponi rossi diluita con 1 cucchiaio di maraschino
1 uovo per spennellare


Mescolare la farina con il lievito.
Lavorare il burro con lo zucchero, aggiungere le spezie, le nocciole, le mandorle e gli amaretti. Sempre mescolando con una forchetta aggiungere metà della farina, poi l'uovo e la parte restante della farina. 
Impastare velocemente a mano e formare una palla. Avvolgerla nella pellicola e metterla in frigo per almeno 30 minuti.
Accendere il forno a 190°C.
Usare 3/4 della pasta per il fondo e i bordi: stendere la pasta sul fondo di una tortiera, per uno spessore di 1.5 cm e fare i bordi alti sui 3 cm.
Spalmare la marmellata. 
Richiudere i bordi su loro stessi e usare la pasta rimanente per decorare la torta.
Spennellare con l'uovo e infornare per 40-45 minuti.


Lasciare raffreddare completamente la torta prima di toglierla dalla tortiera, ancora meglio se la si lascia riposare la notte e la si addenta il giorno dopo.

Storia di un negativo accantonato

Settembre 1999.
Un caldo torrido a Pechino.
Il cielo è giallognolo, l'aria irrespirabile, l'umidità ha superato livelli mai pensati e io penso che non è così bello sapere che dove finisce la mia pelle debba per forza iniziare il tessuto appiccicaticcio dei pantaloni di tela.
Boccheggio come un pesce di nome Wanda, sono rintronata e ho la pressione sotto le scarpe, ma è pur sempre il mio primo viaggio in Cina e così mi ritrovo davanti alla Città Proibita senza quasi accorgermene e nonostante tutto. Riesco quasi ad abbozzare pose da viaggiatrice entusiasta per 5 o 10 secondi.

Mentre passeggio con gli altri nel primo cortile, noto per terra un pezzo di negativo: guardandolo contro luce mi rendo conto che sono due foto souvenir. Qualcuno in visita ha pagato per farsi fotografare con addosso degli abiti della Cina Imperiale, un po' come le foto con i gladiatori davanti al Colosseo.

Intasco il negativo incuriosita; mi dico che il giorno dopo l'avrei portato a sviluppare per vedere le foto.
Il giorno dopo, manco a dirlo, me ne dimentico. Quando me ne ricordo, rimando tutto al giorno dopo.
Errore tragico.
Il giorno dopo diventa quello dopo ancora e quando giunge il momento di fare ritorno in Italia, il negativo è ancora lì: lo metto in una bustina, ripromettendomi di scoprire chi c'è nella foto.

Settembre 2009.
Sono passati dieci anni dal mio primo autunno a Pechino.
A Woking fa fresco, il cielo è grigio e una leggera pioggerella è caduta poco prima di cena.
Sto facendo pulizia fra le varie cianfrusaglie e carabattole, decidendo cosa tenere, cosa vendere e cosa dare in beneficenza entro metà novembre.
Da un portadocumenti cade una piccola busta. La apro ed ecco che lo ritrovo: il negativo della Città Proibita, dopo almeno 2 anni che non lo vedevo. Nel corso degli anni sono sempre andata vicinissima a stampare le foto ma non l'ho mai fatto: in compenso ho portato questa strisciolina di ricordi con me praticamente in ogni luogo in cui sia mai stata, sempre con l'intenzione di svilupparli il quanto prima. In quanto a procrastinare, mi va riconosciuta una certa maestria.

Stasera però avevo finito le scuse: ho acceso lo scanner e per la prima volta alle ombre che immaginavo ho preferito una visione più accurata. Il negativo è molto rovinato, i colori slavati e vedere finalmente le foto mi ha fatto uno strano effetto. Aver dimenticato il negativo in giro, non significa che io me lo sia scordato del tutto: nel corso degli anni ho costruito un'intera storia nella mia mente.

Ho dato una forma, un volto, una vita a una persona che non esisteva se non in controluce e nella mia testa.
L'avevo ribatezzato Wang Jun, come il protagonista dei dialoghi del manuale di conversazione cinese.
Sin dagli inizi ho deciso che era un ragazzino sugli 11 anni, alto per la sua età, amante della pallavolo e mediocre a scuola.
In gita con i genitori a Pechino,  in seguito ho deciso che lui mica la voleva fare la foto, si vergognava, ma alla fine aveva dovuto soccombere alle insistenze materne.
Nella mia ricostruzione dei fatti, è lui a perdere volontariamente il negativo: lo fa per evitare che la madre stampi ulteriori copie della sua umiliazione.

La mia storia non ha trovato riscontri nello scanner: mentre lo sentivo macinare pixel su pixel, cercavo di capire come avrei potuto reagire alla differenza fra fantasia e realtà.

A vedere queste foto rovinate provo un misto di nostalgia, tenerezza e curiosità.

Beijing 1999

C'è un po' di tristezza perché il Wang Jun che avevo immaginato è scomparso.
Ma ora c'è una nuova faccia da guardare.

Beijing 1999

Una nuova vita da immaginare.
Magari fra dieci anni ve ne riparlo

Tuesday, 15 September 2009

Fugitive emotions

"Sei proprio cotta di sto tizio"
Non è alla mia situazione sentimentale che Paoletta ci riferiva: non sono una portatrice (in)sana di occhiali rosa dell'ammmore e di sicuro la melassa non cola dai muri.
No, no, mi stava pigliando scherzosamente per i fondelli, dato che le avevo detto che dovevo scappare a Londra, perché c'era il concerto di David Gray ad attendermi.
Ebbene sì, sono di nuovo andata a sentire David Gray, due concerti in meno di due anni sono una bella media, che già so non riuscirò a mantenere una volta rientrata in Italia (e in effetti, la possibilità di andare a concerti di musicisti come David Gray o The Swell Season era nella lista dei motivi per restare in Inghilterra).

david gray at the roundhouse

Io proprio non mi capacito che David Gray non sia conosciuto in Italia!!! (Una rapida e superficiale occhiata alla classifica dei più venduti mi fa polemicamente pensare che ci meritiamo i parlamentari che abbiamo, vanno di pari passo ai gusti musicali)
Perché se dico che sono stata a un suo concerto, gli altri italiani mi rispondo con un "ah, interessante", ma capisco dai loro occhi che si stanno chiedendo di chi diavolo sto parlando!?!?

Ulteriore quesito senza risposta suppongo, sul quale d'altronde non ho passato molto tempo ieri.
Adesso però posso passarci un po' di tempo a riflettere: perché non è conosciuto? Forse perché il genere musicale che fa (folk-rock) non va per la maggiore? Non saprei. Forse perché non è rivendibile come bello e maledetto del rock? In effetti, bello bello proprio non è, è un "tipo" ecco, certo non sfascia camere d'albergo e provoca risse.
Di sicuro non si può pensare non sia conosciuto perché non è bravo dal vivo. Anche ieri sera concerto stupendo, lui in grande forma e band eccezionale come al solito; arrangiamenti tanto curati e sintonia fra i musicisti sul palco che ti sembra di essere da sola con la sua voce che arriva dallo stereo e tu che gli vai dietro.
Un mix dell'album nuovo e di quelli precedenti, stamattina avevo la gola che bruciava un po', ma ne è valsa comunque la pena: da "Fugitive" a "Please Forgive Me", quasi 2 ore fantastiche di show, aiutate dall'acustica del Roundhouse, in cui non ero mai stata, ma non è per niente male.
E allora perché!?!?!
Oltre all'occasione per vedere di nuovo la mia "cotta", probabilmente questo è stato l'ultimo concerto in Inghilterra per me nel 2009. Quindi l'ultima che posso vedere da vicino il pubblico inglese alle prese con i concerti.
Ho imparato diverse cose sulla società inglese andando ai concerti, alcune cose non le capisco ancora, ma le accetto così come sono.

Ho scoperto che se arrivo entro i primi 45 minuti dall'apertura delle porte, posso tranquillamente garantirmi un posto nelle prime 10 file (ieri ero in settima): questo vale per locali dai 300 ai 5000 posti, anche con il tutto esaurito. Questo perché gli inglesi entrano nel palazzetto o teatro o music hall, si accaparrano il posto in prima fila ma poi sentono il richiamo del luppolo e, non riuscendo a resistere, si allontanano in direzione del bar.
Non che le inglesi siano da meno, ma loro molto spesso trovano poco chic la birra e allora preferiscono segarsi le gambe a colpi di rum e coca che, si sa, è tutto un altro vivere. In alcuni casi il richiamo è così forte che se ne vanno quando ancora il concerto deve finire, prima dei bis, tutto pur di non perdere l'ultimo giro dopo la campana.
La prima volta che ho osservato questo fenomeno, ho pensato di aver sbagliato indirizzo, perché entrata 45 minuti dopo l'apertura delle porte, poco prima dell'intervallo fra il primo e il secondo gruppo d'apertura, mi sono trovata direttamente in seconda fila. Ho girato la testa e ho visto dov'erano tutti gli altri. Cingevano d'assedio il bar interno che si difendeva come meglio poteva, brandendo Fosters e Strongbow e lanciando London Pride nel mucchio.

Che i concerti siano una specie di pub con la musica ad alto volume e live, ma senza le macchinette del poker, lo si deduce anche dalla presenza dei chav. Li becco sempre, che sia un concerto jazz o rock, loro sono lì, con hoodie e catenazza d'oro d'ordinanza e (manco a dirlo) pinta di birra in mano, a fare i galli (quando in realtà sono polli) cercando di baccagliare con frasi ad effetto come "Vuoi metterti davanti a me? Da qui si vede bene il palco..."
"Ciccio, il palco lo vedo pure io, visto che siamo in prima fila!!!"

Lo stile che imperversa ai concerti infrasettimanali a Londra è il business casual: non importa se è rock, pop, folk, punk o metal. I pendolari non fanno certo in tempo a tornare a casa a cambiarsi, così è tutto un fiorire di camicie con i polsini, tailleur, cravatte e scarpe da ufficio, donne con le crocche e le cofane d'ordinanza: la finanza della City che si muove a ritmo di Glen Hansard è affascinante.

E ora, per lo spazio "Promuoviamo la musica di David Gray, così magari viene pure in Italia a fare concerti", il video del suo ultimo singolo "Fugitive", tratto da Draw the line!

Monday, 14 September 2009

interrogativi

E' che il lunedì il mio cervello funziona più lentamente del solito, forse anche di meno.
L'angoscia del "oh-no-è-di-nuovo-ora-di-andare-a-lavorare-non-ne-ho-nessuna-voglia-perché-non-posso-restare-a-casa-piuttosto" si fa sentire acuta e mischiandosi alla nebbia provocata dal sonno (tutto sembra sfuocato il lunedì mattina) paralizza le poche cellule cerebrali rimastemi.
Il lunedì mattina è l'unico momento della settimana in cui un congiuntivo sbagliato non scatena in me istinti omicidi,  perché sono troppo stanca e non ho la forza di arrabbiarmi.
Stamattina nella mente si agglomeravano, come tante palazzine abusive, tante domande senza risposta.
Ad esempio, ma davvero gli statunitensi che hanno marciato ieri pensano che l'assistenza sanitaria universale sia una limitazione delle loro libertà? Io ho sempre pensato il contrario.
Ok, Derren Brown ha azzeccato i numeri del Lotto e la spiegazione che ha dato è fumosa, ma cacchio è un illusionista, cos'altro si aspettava la gente? Già solo la parola, illusionista, dovrebbe far capire che è aria fritta, in un formato tv magari pure divertente e interessante, ma pur sempre aria fritta.
Dove faccio l'aperitivo venerdì? Barcellona o Torino? Perché le scarpe nuove si slegano di continuo?
Alla fine ci ho pensato e ripensato e sono giunta a una conclusione importante: faccio il doppio nodo alle scarpe e al resto ci penso un altro giorno. Oggi sono stanca e le poche energie che ho le devo conservare intatte fino a stasera, perché vado a vedere David Gray al Roundhouse.

Edit veloce veloce al post:
Sono andata a correre durante la pausa pranzo, guardavo gli alberi e pensavo che la cosa più bella di Nokia è che ha tanto verde tutto intorno che tiene lontane molte brutture. Tutto questo verde, tutte queste piante, alte, basse, il sottobosco... E all'improvviso, una domanda, un dubbio, una preoccupazione latente si fa strada nella mia mente: come la mettiamo con Guinness???

Non intendo la birra stout che tanto amo, ma il mio adorato cactus!

Teste di cactus

Mica lo posso lasciare ui e le sue adorabili spine nella perfida Albione!
Ma come faccio? Lo imballo nel pluriball e lo spedisco insieme allo scanner e alle lenzuola? No che mi soffoca?
Lo imbarco come bagaglio a mano? Non è che me lo confiscano perché le spine sono considerate armi da taglio?

Sunday, 13 September 2009

Un sabato qualunque...


Il giorno in cui Adri compie gli anni e Willy Ronis esce di scena in punta di piedi è stato un sabato qualunque, a voler citare Caputo quasi italiano e il peggio sembra essere passato (e mi ha sempre affascinato quest'idea della notte come variabile che mi porta via lontano... il sabato sta al qualunque come la notte sta alla fuga lontano, matematica in musica).
Ho letto il Times e ho iniziato a fare la valigia per il prossimo week-end: è l'ultimo viaggio prima del grande rientro, gli ultimi 23 kg che posso rimpatriare, l'ultima valigia di libri. Guardavo l'ago della bilancia salire, salire, salire senza alcuna pietà e già mi immagino venerdì mattina a trascinare questo mattone su e giù per Clapham Junction, che sarà anche la più trafficata stazione ferroviaria inglese ma per me è un incubo, visto che non c'è un singolo ascensore e nemmeno uno scivolo. Solo scale, scale, scale e nemmeno troppo comode.
Un'ultima occhiata preoccupata alla valigia, poi ho deciso di non preoccuparmi troppo: dopo una nota mentale di andare a fare pesi in palestra lunedì, sono andata a fare un giro a Guildford.

Fa bello, c'è il sole e spento il cervello, anche il chit-chat dei vascaioli della High Street non mi sembra fastidioso.
Ovviamente ho tenuto spento il cervello troppo a lungo: sono entrata da Waterstone's, ho iniziato a chiacchierare con un signore, che ho scoperto essere un giornalista e sommelier, mi ha raccontato del suo libro, siamo rabbrividiti insieme al solo pensiero dei tappi svitabili stile gazzosa che sono i più usati per le bottiglie in vendita qui oltremanica. Dopo una mezz'ora di storie vinicole e un bicchiere di Lumiere de l'Atlas prodotto da Gerard Depardieu (una rivelazione! Ma ne riparliamo in un altro post), sono uscita dalla libreria contenta e... con 2 libri nuovi nuovi da leggere! Argh, ma sono proprio pirla!!!

Saturday, 12 September 2009

Il signor Mike


Ogni tanto il sabato compro un quotidiano, di solito il Guardian, oggi il Times: separati dalla linea politica, uniti dal peso che acquistano nel fine settimana grazie a un mattone di inserti.

Leggo svogliata mentre finisco il secondo caffè, dopo aver saltato una ventina di pagine buone dedicate alla finanza. Arrivo alle ultime pagine, annunci di matrimonio e necrologi: i necrologi sono una pagina importante dei quotidiani britannici e i giornalisti che se ne occupano sono fra i più bravi della testata.
Faccio per voltare pagina, ma mi blocco: mi ritrovo, spiazzata, davanti alla faccia di Mike Bongiorno, il suo necrologio occupa una pagina intera.

il signor Mike e il Times

A me non faceva né caldo né freddo, il che credo sia il risultato della media matematica fra le opinioni che avevano i miei genitori e miei nonni. Ai nonni piaceva il signor Mike, che di conseguenza regna incontrastato nei ricordi della mia prima infanzia, visto che vivevo con loro ai tempi. A pranzo, prima serata, in tutte le salse insomma. In un certo senso Mike Bongiorno mi mette tenerezza, perché mi fa tornare alla mente tanti ricordi di vita vissuta con nonna Ida e nonno Eugenio. Insieme a "Il pranzo è servito", che rimettevo in scena con mia nonna, mi ricordo che da piccola mi piaceva molto Bis e facevo a gara con nonno a chi risolveva per primo il rebus. Ovviamente perdevo sempre, perché nonno è sempre stato molto competitivo e io sapevo a malapena unire i puntini, figuarsi risolvere un rebus. Ma non mi dispiaceva molto, perché potevo far finta di ricevere i premi di consolazione, il gioco in scatola (che i miei si sono sempre rifiutati di comprarmi e credo abbiano pure vietato ai nonni di comprarlo) e il pupazzo Bis  che, insieme a Uan e all'ippopotamo dei pannoloni Pampers, era ai miei occhi di bambina il primo premio, quello vero.


Leggo il necrologio, scatto una foto ed esco: c'è il sole oggi, non si può rimanere in casa. Cammino per Guildford e sorrido, pensando ai miei nonni e al signor Mike.

Friday, 11 September 2009

Grizzly e uomini


Qualche mese fa ho visto "Into the wild" di Sean Penn, tratto dall'omonimo libro di Jon Krakauer. Mi aveva innervosito oltre ogni dire; non solo la lunghezza spropositata, quasi due ore e mezza di film non giustificabile da nessun ritorno di poesia o fascino, ma anche la regia e l'impronta data da Sean Penn rendevano il film ancora più odioso.

Forse sono troppo cinica, mi manca la stessa capacità di sentire la poesia e la magia della vita e della natura di Sean Penn e del protagonista del film, ma mi dava fastidio la quasi deificazione di un borghese piccolo piccolo che, invece di affrontare i suoi problemi, prende e se ne va in Alaska senza nemmeno uno straccio di mappa.

Vista l'esperienza, non ero molto sicura di voler vedere "Grizzly Man" di Werner Herzog. Per fortuna, però non mi sono lasciata scoraggiare, visto che è un film completamente diverso.
Il punto in comune fra i due film è fondamentalmente uno solo: tutti e due trattano di persone realmente esistite, particolari se non problematiche, decedute in circostanze tragiche nel bel mezzo della natura dell'Alaska.
Poi però i film prendono due pieghe ben differenti. Il film di Herzog è un documentario innanzitutto: narra della vita e della morte di Timothy Treadwell, studioso degli orsi, e di Amie Huguenard, la sua fidanzata. Buona parte del film non è stato girato da Herzog, ma dallo stesso Treadwell, che ha trascorso tredici anni in Alaska a filmare gli orsi, vivendoci a stretto contatto, convinto di poter "diventare" uno di loro. Alla fine dell'ultima estate vennero uccisi e divorati da quegli stessi orsi che Timothy era convinto di poter salvare (lui solo, nessun'altro). Di loro sono rimasti un'orologio ancora funzionante e un centinaio di ore di filmato.

Timothy Treadwell era un personaggio sicuramente unico nel genere: animato da una mania di protagonismo, con un passato costellato da vari problemi di dipendenza da alcool e stupefacenti, nei filmati oscilla fra esaltazione e manie di persecuzione; è una figura tragica e grottesca, parla dei pericoli di quello che fa, dei rischi che si corre a stare così vicino agli orsi, salvo poi chiamarli con nomignoli e soprannomi e parlargli a forza di moine e "I love you", manco fossero gattini.

Herzog, a differenza di Penn, non si schiera; non subisce il fascino, ma non lo tratta nemmeno con derisione. Oltre a riorganizzare i filmati di Treadwell, aggiunge interviste a persone che lo hanno conosciuto, esperti di orsi, come eschimesi dell'Alaska (che non lo stimavano per niente). Dà la sua lettura, è subito chiaro quale sia la sua posizione nei confronti della natura: non è quel paradiso di gentilezza e bontà che il protagonista di "Grizzly man" vede intorno a sé, bensì caos, ferocia, lotta per la sopravvivenza. Poi però lascia che siano i filmati a parlare e lascia a noi la responsabilità di formare un'opionione personale.

Negli ultimi filmati si vede il primo piano del muso di un orso: lì dove Treadwell vedeva amore e accettazione nella famiglia degli orsi, Herzog commenta di non vedere altro che indifferenza e un lampo di fame.

E' un film a volte irritante, perché il suo protagonista sa essere molto fastidioso, ma istruttivo e interessante: per me, questo tentativo di difendere la natura e gli orsi a tutti i costi, nonostante tutto e tutti (natura e orsi compresi) è l'ennesima prova dell'arroganza degli uomini.

Non è stato un orso a uccidere Timothy Treadwell, ma la sua pazza e incosciente voglia di andare oltre una barriera, quella fra noi uomini e il mondo naturale; una barriera che esiste da migliaia di anni per delle ottime ragioni, per protezione. Proteggere noi dagli animali feroci, ma ancora di più, per proteggere gli animali da noi uomini.

Sunday, 6 September 2009

Quack! Due anni dopo

Due anni fa, in una domenica di sole al culmine di un'estate di piogge e alluvioni. ero a Hampton Court (uno dei posti più belli di Londra per me) per vedere la Great British Duck Race. Non ho mai capito bene a cosa si riferisse l'aggettivo "great", alla Bretagna quella grande non quella piccola, o alla gara?

Mi sono seduta sulla riva e ho visto 165000 paperelle di gomma nuotare per 1 chilometro lungo il Tamigi


Yellow yellow yellow

Mi ricordo che quando avevo letto sul giornale di questa gara, mi ero chiesta che effetto potesse fare vedere una tale quantità di paperelle tutte insieme. Un effetto molto giallo. Erano davvero tante, una massa gialla e lenta, una specie di blob che scorreva lento sotto i miei piedi.

Oggi ci sono tornata: l'estate non ha portato con se alluvioni ma di pioggia tanta, come al solito.
Sole? C'era, ben mimetizzato fra le nuvole, faceva capolino solo ogni tanto,
In compagnia di Reda e Luca (quest'ultimo in pieno effetto "ho appena passato 3 settimane di ferie in Thailandia e ora mi portate a vedere delle papere da bagno!?!?!"), sono tornata a Hampton Court. 

E l'effetto? Mah.
Per motivi non chiari, hanno costruito una corsia per le papere, così hanno gareggiato lontano dalla riva e non le ho potute vedere passare sotto i piedi.

blu blu blue

E poi, beh, erano tutte blu, e ce n'erano 20 mila in più! Probabilmente stanotte mi sognerò papere blu a tutto spiano e, anche se preferivo quelle gialle, anche le papere blu hanno un loro fascino perverso (e bluastro). Chissà se  tutte hanno nuotato il chilometro necessario per battere il loro record. 

reserved lanes

Friday, 4 September 2009

Londra, foto-ricordi

L'ultimo bank holiday dell'anno ormai è alle spalle, pochi giorni ma sembra sia passata una vita.
Per un ancora inspiegato motivo, il tempo inglese ha deciso di far coincidere la fine dell'estate con la fine di agosto (il che vuol comunque ammettere che ci sia stata un'estate da queste parti) e da martedì soffia il vento e tira la bufera.
L'ultimo giorno d'estate l'ho passato in giro per Londra. Domenica sera ho deciso che sì, volevo davvero una lomo fisheye2 e che sì, avrei immesso soldi nel circuito economico londinese e avrei comprato la lomo in un negozio vero, fisicamente misurabile e commesso-dotato.
Facile, vero? Che volete che sia trovare un oggetto alla moda come la lomo in una metropoli come Londra? una città cosmopolita dove la prossima settimana verrà inaugurato un negozio dedicato unicamente alle lomo?
Ecco, appunto.
La mia ricerca parte dai piccoli negozietti di fotografia fra Soho e Tottenham Court Road.
Primo errore: è bank holiday e tutti i negozietti piccoli sono chiusi, visto che non si possono permettere l'extra staff a basso costo per rimanere aperti 7/7.
Proseguo, cambiando area e mi dirigo al "Science Museum"; ricordo di averci visto la mia futura macchinetta fotografica in vendita, quindi entro nel negozio del museo abbastanza sicura e convinta di ciò che voglio.
Secondo intoppo, adocchio una commessa che sembra capirne qualcosa e mi avvio, ignara di essere prossima a una scena da fare invidia al teatro dell'assurdo.


Io: Salve, avete delle Lomo Fisheye in vendita?
Commessa: Mmmmh, è una digitale?
Io: No, non è una digitale, io sto cercando una Lo-mo. 
(Detto piano e scandendo bene le sillabe)
Commessa: Ixus?
Io: No, sto cercando una L-O-M-O. Lomo.
(Magari una lettera alla volta e mi capisce)
Commessa: Con il rullino?
(Forse ci siamo!)
Io: sì.
Commessa: Ah, allora abbiamo delle usa e getta vicino alla cassa.
Io: Grazie. (Col cavolo che spendo dei soldi per la tua usa e getta quando con 1£ mi compro una perfect-shot)


-- A questo punto adocchio un secondo commesso e ritento la fortuna --



Io: Salve, avete delle Lomo Fisheye in vendita?
Commesso: Una Lo...? E' una digitale?
(Ma allora è un vizio!)
Io: No, non è digitale, è una Lo-mo.
Commesso: Lomo?
(Dai, che questa è la volta buona!)
Io: Sì, una Lomo Fisheye2.
Commesso: Ah! Sì! Tu stai cercando una Lumix.
(Sdonk! Ovvero il rumore delle mie braccia che si suicidano, staccandosi dal mio corpo e andando a disintegrarsi sul pavimento)
Io: Ehm...
Commesso: Sì, Lumix, non Lomo. E' un modello della Panasonic. E' un'ottima macchina, vuoi sapere perché?
(No, ti prego, illuminami)
Io: Ecco, io... in realtà...
Commesso: Sì, vedi mio cugino che fa il fotografo mi ha detto che...
(Ah, vabbè,  se te l'ha detto tuo cugggino tuo cugggino...).

Dopo aver ringraziato il commesso per la lezione di storia e per il consiglio di cercare la mia Lumix da Harrods, ho provato al museo di scienze naturali, Heals e il museo di Design, dove il commesso mi ha consigliato di provare alla Hayward Gallery (giusto a 100 metri da Waterloo, dove ho iniziato il mio pellegrinaggio qualche ora prima). Ritrotterello verso la partenza e miracolo! Hanno delle Lomo in esposizione! Quella che voglio io non è esposta e i prezzi sono più alti di quelli su internet di 30 sterline buone, ma mi dico che sono esausta, mi fanno male le gambe e voglio semplicemente comprare e andare a casa. Chiedo alla commessa se ne hanno per caso una non in esposizione, lei mi squadra da capo a piedi, storce la bocca e spara: "Vendiamo quello che vedi, se non è esposto, non ci interessa".
Ah però, che delicatezza, che modi fini. 
Alla fine mi sono arresa e vinta dalla stanchezza me ne sono tornata a Woking.

La Lomo è arrivata oggi: ordinata via internet, perché letteralmente terrorizzata dall'idea di un altro giorno simile in giro per negozi.

A parte gli incontri ravvicinati con il terziario avanzato, lunedì è stata un'occasione per girare di nuovo per Londra dopo tanto tempo che non ci andavo (almeno di giorno), per tentare di capire cos'è successo fra noi due. 
Lunedì, ho camminato tanto, ho girato come una trottola, ho guardato Londra, cercato di vederla per tutto quello che è, una città che è un caleidoscopio di posti, storie e persone.
C'è stato un tempo non troppo lontano, in cui ero innamorata di Londra. Ci stavo bene, mi sentivo a mio agio. In questi due anni me ne sono disinnamorata, ma non so come, quando. 
Siamo diventate una di quelle coppie vecchie, che stanno insieme per inerzia, e che dopo tanti anni, quasi per caso, scoprono di non aver più niente da dirsi: una mattina ci siamo guardate negli occhi e no, rimaneva il ricordo di un amore passato. Un cambiamento nascosto, lento ma incessante e oggi, anche se mi emoziono ancora ad attraversare il Tamigi sul Jubilee Bridge, adoro Bloomsbury e sfuggire al rumore dentro Regents Park, sento che qualcosa è cambiato in maniera definitiva: io probabilmente, mentre Londra è rimasta sé stessa.
La vita, le persone, arrivi e partenze hanno cambiato il mio modo di vedere Londra, di viverla e pensarla. Lei non è più la stessa perché io non sono più quella di una volta; attraverso i miei occhi alla Londra di oggi, sovrappongo la Londra di un tempo, la mia Londra dei diciassette anni, quella dei ventidue, e via dicendo: nelle pieghe, là dove le due Londre non collimano più, il vuoto è colmato dalla malinconia dolce e amara che certi ricordi sanno regalare, dalla nostalgia e dalla curiosità che certe storie si lasciano dietro, i "ma se" e i "e se invece", ma anche dalla gioia incosciente di non (voler) sapere che ci sarà dopo.
Per la prima volta in mesi, sono andata a Londra senza macchina fotografica, ma ho continuato a scattare.
Istantanee ricordo da conservare nel cuore.