Thursday, 29 October 2009

Piccolo chef, grande chef

Un anno fa Channel 4 dedicò un'intera settimana alla cucina inglese e io mi vidi tutte le puntate dei vari programmi.
Ieri sera Channel 4 ha ripreso una delle vicende seguite in quella settimana: Heston Blumenthal aveva collaborato con la catena Little Chef per risollevarne le sorti e migliorare il menu.
Ora, un anno fa per me Heston voleva solo dire una cosa: cucina molecolare.
Sapevo poco di lui e forse non ci tenevo nemmeno troppo. La cucina molecolare non mi ha mai ispirato (e comunque non dispongo di un patrimonio adeguato per permettermi una cena al suo Fat Duck a Bray, per scoprire come sia davvero), e lui non è un cuoco che "spacca" il video. In nessun senso. Non ha la pacioseria di Jamie Oliver, né la voce stridula di pseudo cuoche italiane.
Invece dopo aver visto la trasmissione, mi è nata spontanea la curiosità verso questo chef che ha 3 stelle Michelin, collabora con scienziati e ha girato una trasmissione sulla scienza in cucina (con alcuni esperimenti a dir poco esilaranti), che ha venduto fotocopiatrici lavorato per meno di un mese in  ristoranti altrui, ha imparato da sé cosa e come fare.
La cucina lo appassiona tanto quanto la ricerca per la perfezione. Una perfezione che per lui va cercata in ogni tipo di cucina. Quindi per lui è ovvio che anche una catena di autogrill debba aspirare a dare il meglio, scontrandosi a questo punto con il personale della stazione di servizio usata per l'esperimento ma anche e soprattutto con i manager della catena, che hanno pensato di usarlo come rilancio promozionale, ma hanno continuato a dare la precedenza alla riduzione dei costi a dispetto della qualità.
Dopo sei mesi, le cose sono cambiate ma ci sono ancora luci ed ombre, perché se da una parte il suo Little Chef è finito sulla Good Food Guide, dall'altro il 99.9% dei ristoranti LC ancora usa il microonde al posto delle pentole, con una qualità piuttosto infima.
Cibo uguale a ricordi per Heston e quello che ha cercato di far capire ai grandi capi di Little Chef è che sono i ricordi di un buon pranzo che faranno tornare i clienti e non il prezzo stracciato per del polistirolo in salsa. Ed è questo amore per tutto ciò che è il cibo, non solo per lo stomaco, ma anche per l'anima che determina la statura dello chef.

Meet Virginia...

Libertyville, una vita fa.
"Hi, my name's Andrew"
"Hi, I'm Virginia"
"Like the song, you know?"


Prima volta che mi succede. Le reazioni al mio nome normalmente sono altre.
La più comune in questo paese: io dico Virginia, chi mi ascolta capisce Victoria e così si ostina a chiamarmi.
Seconda reazione: "ah, come lo stato degli USA!"
Terza reazione: "ah, come la scrittrice. Hai mai letto un suo romanzo?" 
Una volta la reazione è stata in realtà "ah, come la scrittrice. Sei lesbica pure te?" (non capisco se non mi abbiano chiesto di eventuali aspirazioni suicide per riserbo o cosa).


"Ehm, song?" E io già qua mi immagino una versione redneck-sbarra-country di "Georgia on my mind".
"Yep, Meet Virginia by the Train. Ever heard of them? It's a pretty cool song, you know?"
Il giorno dopo Andy mi passa il CD dei Train e mi sono ascoltata la canzone (questo è il video).
"But you don't really fit into the description of Virginia"
Ascolto la canzone. Mi piace, ma no, non c'entro molto con quella canzone.
I giorni passano ed è ora di tornare a casa. Due chiacchiere con Andy prima di andare a prendere l'aereo...
"By the way, in a way you do fit into that song, you know?"
(A Andy piace un sacco dire "you know?")

Non sono stata a discutere con Andy, ma in un certo senso aveva ragione.
Per me nel corso degli anni, la canzona mi si è appiccicata addosso. 
Nel corso del tempo, questa canzone ha assunto una valenza molto positiva: anch'io non vedo l'ora di incontrare Virginia, quella vera, che so vivere dentro di me.


Quella che si fa di caffè alle 11 di sera. Quella che si innervosisce in ufficio e si trova a pensare che no, non può continuare così, che questa non può e non deve essere la sua vita.


"Meet Virginia, I can't wait to meet Virginia..."


hello Lavender!d

Tuesday, 27 October 2009

La crostata del trasloco

Ieri sera saltando di palo in frasca sono finita sul blog di Paoletta: mi piace davvero tanto e su cui un giorno lascerò pure un commento, cosa per me difficilissima, anche se non so il perché. Finisce sempre che mi blocco, eppure non dovrebbe essere molto diverso da lasciare un commento su Flickr! Mah!
Comunque, sul blog c'era un post su un gioco d'autunno: Paoletta mette gli ingredienti e poi chi vuole partecipare crea una ricetta. Secondo voi, una come me, che si fa mille seghe mentali per lasciare un commento su un blog, partecipa a un giochino d'autunno? Claro que si!


Che io non dovrei stare a cazzeggiare su internet, lo so.
Se mi  fossi girata, alle mie spalle avrei visto il mucchio di cose da stirare, la cucina da pulire, due scatoloni da finire, le guide su Lisbona da (almeno) mettere in valigia e la povera Guinness da accudire e tranquillizzare: non solo a breve le imbottirò temporaneamente le spine, ma la affiderò a dei traslocatori sperando mi giunga sana e salva a Torino... le ho raccontato di quello che mi hanno detto al call center della British Airways, che un cactus simile potrebbe essere confiscato e distrutto in loco in quanto possibile pericolo per la sicurezza e non avrei dovuto farlo, perché da allora la vedo un po' smunta.
Ecco, avrei dovuto rincuorarla, farle due carezze.
Oppure avrei potuto spostare gli scatoloni dall'ingresso, visto che ora come ora mi muovo come un antico egizio per andare dalla camera in cucina.
Oppure avrei potuto iniziare a imballare piatti e bicchieri da dare a Luca e dividerli da quelli da lasciare in beneficienza.
Oppure avrei potuto passare l'aspirapolvere.
Invece mi sono messa a girellare su internet alla ricerca della risposta alla domanda che attanaglia tutto il regno di Sua Maestà Elisabetta II: ma qual è il biscotto preferito di Gordon Brown? No, perché nemmeno qua sono messi bene in fatto di capo dell'esecutivo: durante una chat sul sito Mumsnet, Gordon joie-de-vivre Brown non è riuscito a rispondere alla domanda su quale fosse il suo tipo di biscotto preferito.
Ci ha messo 24 ore per rispndere, "absolutely anything with a bit of chocolate in it"... ma che risposta del menga è??? Ma sai quanti tipi di biscotti con un po' di cioccolato esistono? e che tipo di cioccolato? E di quelli più tradizionali o quelli per celiaci? Con burro? Senza uova? Dì un nome Gordon, sparalo anche a caso, ma dì qualcosa!!!
(per dovere di cronaca: i miei preferiti sono i krumiri, ma quelli tradizionali, niente modernismi come aggiunta di yogurt o scaglie di cioccolata: il colesterolo a me piace puro)
Comunque dopo aver risposto a questo dubbio, sono finita a controllare il reader di Google, che ho ricominciato ad usare dopo uno stop di circa 6 mesi. La tentazione di sgnaccare il tasto "Segna tutto come letto" rimane forte, ma per ora non l'ho ancora fatto, e mi sono aggiornata su varie cose e finita a controllare diversi siti su cui non andavo da un po' o leggere altri che non mi ero accorta fossero stati aggiornati.
Ed è così che sono finita sul blog di Paoletta e non ho stirato, le guide le ho lasciate perdere (tanto non so leggere le cartine) e non ho fatto nemmeno una carezza a Guinness, che infatti mi sembrava un po' triste e sconsolata.


Il fatto è che il giochino capita nel momento giusto. Mancano 3 settimane al rientro in Italia e la cucina si sta svuotando.
Ok, la sto svuotando io, non si svuota per sua volontà. 
Per la festa di compleanno di Marina ho fatto fuori le ultime bottiglie di vino e metà delle nocciole, la scorsa settimana ho sponsorizzato il diabete dei miei colleghi a forza di shortbread alluvetta e torte ai semi di papavero, però in effetti mi rimangono ancora molte cose, come ad esempio più di metà confezione di fichi secchi (l'unico modo di mangiare i fichi in questo paese: al mercato ne vendono 5 a 1.5£, ma appena li apri ne devi sbattere via metà: non so da dove arrivino, ma hanno profondi segni di congelamento).
Ho dato un'occhiata veloce a cosa c'era in casa e sono giunta a questa crostata del trasloco.





Ingredienti:
per la pasta frolla
180 gr di burro
250 gr di farina
100 gr di zucchero
1 uovo
80 gr cacao amaro 
latte per spennellare


per il ripieno:
1/2 barattolo di marmellata di albicocche

200 gr di fichi secchi
2 cucchiai di miele
1 cucchiaio di maraschino
1 pizzico di noce moscata
3 cucchiai abbondanti di cannella


Preparare la pasta frolla mescolando il burro e la farina e successivamente aggiungere gli altri ingredienti.
Lavorare molto velocemente e formare una palla. Avvolgere la pasta frolla nella pellicola e mettere in frigo per almeno mezz'ora (io l'ho lasciata in frigo per 2 orette).


Mettere i fichi secchi in un pentolino, coprirli con dell'acqua e mettere sul fuoco. Appena l'acqua inizia a bollire, togliere dal fuoco e lasciare raffreddare per 10 minuti.
Scolare i fichi, tagliarli a pezzettini (eliminando il picciolo) e dare una passata veloce nel mixer. Versare in una scodella aggiungere gli altri ingredienti e mescolare bene con una forchetta. Deve risultare un impasto piuttosto consistente, quasi colloso direi.
Mettere in frigo per almeno 30 minuti.


(Fare cena e guardare le news, si parla ancora di Gordon e dei biscotti)


Preriscaldare il forno a 180°C.


Imburrare uno stampo (il mio è da 26 cm).
Stendere 3/4 della pasta sul fondo e sui lati, bucherellare il fondo con una forchetta e stenderci sopra il ripieno. Formare una grata con la pasta rimanente. Spennellare con il latte e mettere in forno per circa 40 minuti.
Lasciare raffreddare del tutto prima di togliere dallo stampo.




Stamattina ho portato la torta in ufficio. Ho anche convinto Chris che può considerare una fetta di torta come parte del suo "five-a-day", visto che i fichi sono sempre e comunque frutta. D'altronde uno che è convinto che il KFC sia un pasto sano ed equilibrato ha poco da fare il salutista!

Saturday, 24 October 2009

e per cena

Ieri sera ero a pezzi.
Lo stress e la stanchezza della settimana hanno deciso di crollarmi tutti sulle spalle nel momento in cui sono uscita dall'ufficio.
E' già buio quando sono tornata a casa. Non ho voglia di cucinare, ma ho fame.
Idea! Take away e free delivery!
Adocchio la pila di volantini e depliant che mi vengono costantemente recapitati in buca e che normalmente finiscono nel riciclo carta.
Mmmh, indiano? Thai? Bengali? Pizza?
Prendo i depliant e inizio a leggere: chicken fajita pizza, tandoori pizza, chinese chicken pizza, Kamasutra chicken korma, Cantonese BBQ...
Fammi mettere su l'acqua per la pasta va....

Thursday, 22 October 2009

The apocalypse burger

Non paga del travaso di bile provocatomi dai bravi ragazzi, sono tornata a leggere un po' di notizie, tanto per continuare a farmi del male.
Sulla pagina iniziale del Corriere, leggo: "Sarà un hamburger a distruggere il pianeta".
Le reazioni sono state, nell'ordine:
1. Urca! E chi lo dice adesso a Roberto Giacobbo?
2. Urca! Ma i Maya avevano un segno zodiacale per la fiorentina?
3. Ma l'hamburger arriverà prima o dopo Apophis?  O Apophis è la bistecca? Devo regolarmi per il mutuo!

(Piccola parentesi: ho scoperto dell'esistenza di Apophis quando, un'ora dopo aver firmato un mutuo trentennale, ho letto su un giornale che Apophis avrebbe colpito la terra e distrutto l'umanità intera... 30 anni dopo. Azz, a saperlo prima!)

Clicco sul link e nel breve tempo che la pagina impiega a venir caricata mi immagino:
1. Giacobbo che entra in un centro recupero gestito da Dan Brown, Mulder e Scully per superare il trauma di scoprire che Nostradamus non ci aveva preso.
2. Il gran consiglio Maya che si riunisce d'urgenza perché loro sta storia della bistecchina non la conoscono e non possono esserne considerati responsabili, lo dicono pure i loro "terms & conditions".
3. Un enorme cheese & bacon burger abbattersi violentemente su borgata Parella e distruggere il fungo di Piazza Campanella e spazzare via la pista ciclabile di Corso Montegrappa (anche se chi l'ha progettata senza scivoli agli incroci dovrebbe venire spazzato via piuttosto).

Dopo aver letto l'articolo, Giacobbo si mette il cuore in pace in pace, i Maya si tranquillizzano e Apophis torna a essere un meteorite come tutti gli altri, magari con qualche conseguenza dopo l'impatto con la Terra, ma per nulla dannoso al colesterolo.

Il pericolo descritto dall'articolo è un altro.
Uno che gli apostoli dell'apocalisse del broccolo mi hanno già descritto ripetutamente.
Visto che la carne presente nella nostra dieta è responsabile a quanto pare per l'immissione di un'elevata quantità di gas serra a causa dell'allevamento intensivo, che si fa?
La rispostona è una sola: diventiamo vegetariani, e prediligiamo un'alimentazione a base di soia e altre coltivazioni vegetali, così salviamo il mondo e sconfiggiamo la fame e la povertà.

Ora a parte che quando sento discorsi del genere mi suonano in testa mille campanelli d'allarme per via delle coltivazioni transgeniche (e non mi si venga a dire che vengono solo usate per dare da mangiare ai bovini negli allevamenti vi prego, che di stronzate oggi ne ho lette e sentite troppe), mi viene sempre da dubitare di simili ricerche, sponsorizzate o da multinazionali stile Monsanto o da organizzazioni internazionali FAO, che stimo poco più dell'unicef per il suo impegno a stipendiare funzionari in giro per il mondo.

Quello che mi stupisce (e forse non dovrebbe più stupirmi) è come tutte le ricerche e gli studi scientifici abbiano ormai assunto un carattere di definitività che poco ha a che fare con la scienza molto con l'integralismo, specie se la ricerca arriva dall'America.
Ah se sono dei ricercatori americani allora bisogna mettere la notizia in prima pagina, perché di sicuro hanno ragione, visto che hanno le università migliori al mondo (ma poi non riescono a indicare il subcontinente indiano su un planisfero).
Non sono più teorie o tesi da comprovare con la cara, buona e vecchia ricerca scientifica. No, sono dogmi e non puoi essere che pro e contro un modo di essere o vivere. Nessuno spazio per ragionare, nessun luogo nel mezzo dove trovare un equilibrio. Con me o contro di me e se sei contro di me sei un coglione, questa sembra essere il tipo di modus operandi che va di moda oggi, non solo in politica a quanto pare.

Questo articolo mi ha fatto ricordare i predicatori vegetariani e vegani che incontro sempre più frequentemente. Non so se sia così anche in Italia, ma negli ultimi due anni ho osservato una trasformazione nelle persone che mi stanno accanto. E' aumentato il numero di vegaestremisti.
Quelli che quando andiamo a pranzo insieme in mensa mi guardano storto perché ho preso il pollo agli anacardi.
Voglio mangiarmi il pollo senza che tu, o saccente santa donna, mi definisca "a bloody killer, with no empathy for the innocents"

No, no, no. Non mi piace che la gente carichi sulla mia bistecchina settimanale il peso e la colpa della fame del mondo.
Ma c'è davvero ancora qualcuno che crede che se non ci fossero più allevamenti, tutti i cereali finora a loro destinati sarebbero dirottati sui poveri del mondo?!?! Certo, me le vedo tutte le multinazionali, a sbracciare in prima fila: io, io! Io voglio donare il mio grano ai bimbi del Mali!
A quanto pare sì.

Io di carne non ne mangio molta, e quella poca che mangio mi costa, visto che finanzio ancora il piccolo commercio sotto forma di macelleria e al Mac ci entro solo per andare in bagno; se ci rinuncio è per pigrizia, perché non ho voglia di cucinarla, non perché così mi sento più buona e eticamente o personalmente migliore degli altri.
E' una mia scelta e finché c'è reciproco rispetto per scelte personali, quali il tipo di alimentazione ad esempio, il problema non si pone.
Alcuni miei amici sono vegetariani e non ci sono problemi. Maria non cerca di convincermi a non mangiare carne, io non la incoraggio a provare l'agnello. Andiamo a mangiare il Sunday Roast o a cena fuori e siamo tutte e due felici.
Le tensioni fra me e mia sorella non erano certo dovute al fatto che io fossi onnivora e lei vegetariana: semplicemente eravamo due adolescenti con le paturgne. Una volta passate le paturgne tutto è tornato normale.
Ingenuamente ho sempre pensato fosse più che sufficiente, salvo dovermi ricredere.

Non riesco a staccarmi dalla mia più cinica visione del mondo (e nemmeno dal mio stile di alimentazione) e cerco di non prendermela più di tanto quando mi capitano episodi simili a quello della mensa.
Ormai la reazione a questo tipo di articoli si è normalizzata ed è diventata una sola.
Ecco perché ieri sera sono tornata a casa e mi sono fatta una bella bistecca.
Medium rare, with all the trimmings, but no gravy.
Annaffiata con un sidro, per produrre il quale quintali di mele sono state crudelmente strappate dalla loro casa e mandate a morire sotto una pressa.
Povere mele.

Wednesday, 21 October 2009

Quei bravi ragazzi...


Nonostante abbia imparato che devo smettere di leggere il giornale dopo la pausa pranzo, perché i conati sono dietro l'angolo e perché dopo mi rimane solo rabbia e emicrania.
Nonostante il dover amaramente constatare che la società civile tanto civile non è e che siamo ancora fermi all'età della pietra.
Nonostante tutto, io non penso che la castrazione chimica sia la via giusta quando si devono punire i violentatori.
Minorenni o meno, bisognerebbe fracassargli le palle a martellate.

Tuesday, 20 October 2009

There is a light that has gone out

Ei fu. Siccome immobile,
data la mortal canzone,
stette il case immemore
orbo di tanta emozione,
così percossa, attonita
la zia al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell'iPod fatale;

Il mio iPod non dà segni di vita.
Nemmeno io mi sento un granchè bene.

Alla ricerca di un dottor Frankenstein o dello StivGiobs de noantri...

Sunday, 18 October 2009

How it is, o della mia cocciutaggine

Magari non è nemmeno cocciutaggine, è che non ci arrivo.
O forse sono semplicemente ottimista.


Sta di fatto che sabato pomeriggio, non paga delle crepe nel pavimento, degli istinti materni dei ragnoni e dei torsoli di mele transgeniche, mi sono addentrata in quell'enorme scatolone nero che è l'arte contemporanea.


E la definizione non è messa lì a casaccio. Miroslav Balka, l'ultimo a esporre nella Turbine Hall per la Unilever series, ha proposto un enorme scatolone nero.


In realtà dovrebbe essere ben altro. Dovrebbe far pensare all'Olocausto, visto che Balka si è ispirato ai carri su cui gli ebrei del suo paese, la Polonia, venivano stipati per essere inviati ad Auschwitz, rievocare il terrore che le forme, i suoni, il buio provocavano.
Dopo che i miei occhi si sono abituati all'oscurità, e ho iniziato a distinguere le forme, aiutata anche dalla quantità impressionante di cellulari e flash che sembravano schizzare in ogni direzione, sono rimasta sola con un interrogativo: "Tutto qui?"


Non c'era terrore, paura del buio e nemmeno curiosità. Non so nemmeno se è vero quello che c'è scritto sul sito della Tate a riguardo.
So che non ho provato nulla a parte noia e voglia di andarmi a prendere un tè.


Ho trovato molto più inquietanti i pinguini impiccati al Millenium Bridge. Ho provato a cercare informazioni su internet, ma non si trova nulla su di loro...



pinguini e ponti

Wednesday, 14 October 2009

Stretching, non solo mentale

Il martedì torno sempre tardi a casa, perché mi fermo in ufficio per andare a lezione di body balance.
Ah body balance, una delle cose che più mi mancherà dell'Inghilterra! Ieri ci scherzavo su con Carolyn, l'istruttrice e le chiedevo se non le andasse di continuare a fare lezione in Italia.
E' australiana, il clima italiano di sicuro la farebbe sentire di più a casa di quello di Fleet!
I figli? Non c'è problema, i collegi li hanno inventati apposta!
La lezione del martedì sera e quella del giovedì mattino sono state una delle poche costanti degli ultimi due anni e mezzo.


Quello che mi è subito piaciuto è che non è una classe urlata. Odio quei corsi in cui l'istruttore pensa di darti la carica urlandoti addosso.
Appena uno inizia ad alzare la voce, al primo "come on!" mirato a farmi faticare di più, ha su di me l'effetto opposto: mi siedo, perdo energia e vengo travolta da un fiume di pigrizia.


Fare lezione di body balance è anche entrare in una palestra di umiltà. Anche se sento di migliorare ogni volta, non ho mai l'impressione di essere davvero davvero brava, rimane sempre quel gradino in più da salire.
Per qualche perverso e contorto motivo poi, mi piace imparare dalle lezioni di umiltà inflitte ai palestrati.
Ne abbiamo un certo numero: arrivano ad andare in palestra 3 volte al giorno. Capisco dove sono seduti in ufficio perché sulle loro scrivanie troneggiano dei barattoloni formato famiglia estesa di non meglio precisati integratori alimentari. Li vedo bere strani intrugli e quelli più palestrati sembrano dei Johnny Bravo (magari un po' stempiati) incapaci di chiudere le braccia.
Ogni tanto viene fuori dalle chiacchierate che loro no, non considerano nemmeno l'idea di fare body balance perché non è sport: non si suda ed è "da femmine". A me viene da ridere il più delle volte, perché molto spesso li ho visti almeno una volta a lezione.
Li ho visti arrivare, tutti tronfi, li ho visti squadrare me e gli altri dall'alto al basso, convinti che ehi, se io e i miei maniglioni anti-panico dell'amore ce la facciamo, loro non avranno problemi. 
Certo, è ben difficile mantenere la stessa espressione quando si scopre di non essere così elastici come si pensava, ma molto più sensibili al dolore di quanto non ci si possa augurare!


Ma non è di questo che volevo scrivere quando ho iniziato. Ogni tot settimane Carolyn cambia release, mescola gli esercizi, usa un cd con delle canzoni diverse.
Questa release è diversa perché stranamente non ha canzoni di Seal. Seal è molto popolare in body balance, ma questa volta stranamente era assente dall'elenco.


Comunque mentre Carolyn ci faceva (dolorosamente) fare stretching ai fianchi, partono le note di una canzone conosciuta. Non di Seal, ma conosciuta comunque.
"Why" di Annie Lennox. Nella mia testa "Why" è catagolata alla voce "canzone da cassetta". Alle medie e poi alle superiori, quando ho iniziato a studiare inglese, passavo pomeriggi interi con Adri a cercare di capire cosa dicevano le canzoni. Registravamo le canzoni dalla radio, su una cassetta e poi pezzo per pezzo ne ricostruivamo il testo. 


Play stop. 


- Ci hai capito qualcosa?
- Ha detto "That's why it hurts so bed"
- Bed?!?! Non ha senso: ecco perché mi fa male il letto?
- Ha detto così, manda indietro.


Indietro play stop.


- Sentito? 
- Mah, controlla il dizionario vah...
- Mmmmh, ah ecco! Potrebbe essere bad e non bed! Bad vuol anche dire "male". In effetti ha più senso così


Annie Lennox era un osso per nulla ostico rispetto a quello che abbiamo attaccato dopo, vale a dire i R.E.M.
L'abitudine di Micheal Stipe & Co. di non includere i testi delle canzoni nel libretto del disco e la mancanza di internet su cui recuperare informazioni velocemente e senza sforzo, hanno fatto sì che quasi ci perdessimo il senno su "Cuyahoga" o "Green grows the rushes".


Non cambierei mai quel modo di scoprire la canzone strofa per strofa, magari per scoprire qualche mese dopo di aver cannato in pieno tre quarti del testo. Non è solo l'orgoglio di avercela fatta da sola, con le mie forze e il dizionario. E' anche la caterva di ricordi ed emozioni che questo modo di ascoltare le canzoni mi ha regalato.
Mi ha fatto sorridere ripensarci ieri.


"Right, smile, girl. I guess the hips are not hurting that much anymore"
E io continuavo a sorridere a Carolyn.


Anche perché i fianchi mi facevano così male che non riuscivo più a muovere nessun muscolo. Forse più che un sorriso era una paresi.

Sunday, 11 October 2009

Una domenica da zombie

La BBC dava bel tempo per oggi su Woking e Londra.
Due anni e ancora ci casco come una pera cotta.
Stamattina la sveglia suona alle nove, in tempo per fare colazione con la giusta calma e con la giusta calma andare a Londra.
Peccato che il cielo su Woking fosse così scuro e grigio da non far filtrare molta luce in camera: ho spento la sveglia, mi sono girata dall'altra parte e bon parei.
Quando ho riaperto gli occhi, la camera da letto era ancora abbastanza scura.
Quando ho messo a fuoco il quadrante dell'orologio e fatte le debite connessioni mentali, mi è scappato qualche accidenti. Le undici passate!!! 


Fatto doccia a velocità fotonica, imprecando contro l'acqua prima troppo calda e poi troppo fredda. Io e i miscelatori proprio non andiamo d'accordo.


Tentato suicidio cercando di spazzolarmi i denti, infilarmi i calzini e preparare la borsa, tutto allo stesso tempo. Il multitasking non è consigliato quando si ha fretta.


Breve controllo aggiuntivo al contenuto della borsa, afferro una mela ed esco di casa. Corro giù per le scale, con la mela ancora stretta tra i denti, che sembro un porcellino pronto ad andare in forno.


Nonostante la corsa, perdo comunque il treno e mi rassegno ad aspettare il successivo, mentre finisco di sgranocchiare il torsolo della mela e prendo un tè.


Motivo della corsa.
Non volevo perdermi l'inizio del giorno dello Zombie.
Esatto, oggi era il World Zombie Day 2009. L'ennesima giornata mondiale dello zombie, perché sono sicura che ce ne sia stata una anche in primavera, verso aprile, e qualche settimana fa c'erano pure state le olimpiadi degli zombie.


"Bello, bello! Zombie!?!? Di quelli veri? Puoi sparargli???"
"No, papà, non posso andare in giro per Londra a sparare agli zombi, veri o finti che siano."
"Ah, peccato..."


zombie


Ignoro se ve ne fossero di autentici, comunque non ho sparato a nessuno. Per la maggior parte si tratta di gente che si veste e trucca da zombie.
Volevo scrivere "gente normale", ma la normalità è un concetto di per sé altamente discutibile, specialmente quando ti trovi circondata da zombie che giocano a calcio con un cervello.


C'erano diversi tipi e livelli di zombitudine. Dalla semplice passata di cipria agli intestini che fuoriscivano dalla maglietta, passando dalle lenti contatto sparate.
C'erano zombi di vari ambiti professionali: infermieri, fotografi, squali della city. Anche qualche zombie che si è svegliata tardi ed è uscita in vestaglia.
Anche il mondo delle fiabe non è voluto mancare all'evento e ha inviato una zombie elfessa come ambasciatrice.


Dopo aver accompagnato l'allegra marcia fino al primo pub (zombie sì, ma britannici, quindi lungo il percorso erano previste molte pause pub), me ne sono andata per la mia strada. Ho preso un caffè con Paul e poi abbiamo fatto un giro per il centro di Londra.
Più che una passeggiata è stato un peregrinare da una galleria a un museo, da un museo a un negozio: tutti chiusi.


A Trafalgar Square, ci siamo fermati al quarto pilastro dove, come parte del progetto di One & Other, è salita una volontaria della società nazionale sull'autismo e tutti insieme abbiano giocato a Bingo.


Bingo!

Si può dire che non è proprio la prima volta che gioco a Bingo: è pari pari alla tombola, con un modo diverso di chiamare i numeri. Solo che non è come la tombola, perché la tombola mi fa venire in mente Natale, mentre il Bingo mi fa venire in mente saloni con luci al neon e nonnine con un trucco pesante e la permanente rosa che si giocano la minima in un colpo solo.
Comunque non solo abbiamo giocato, ma abbiamo pure vinto! 


Prima di tornare a Woking, abbiamo ancora fatto in tempo ad assistere a una manifestazione di protesta di Greenpeace: un gruppo di manifestanti è salito sul tetto del parlamento e ha srotolato manifesti con la scritta "Change the politics, save the climate".
Per come vanno le cose (sentenza sul Lodo Alfano o meno), credo che il motto in voga sia "Change the climate, save the politics" e mi sembra che ci stiamo impegnando su tutti e due i fronti.


protesters


Quello che non ho capito è come hanno fatto gli attivisti di Greenpeace a far passare la scala al controllo di sicurezza. Insomma, una cosa è nascondere gli striscioni, ma dove l'hanno nascosta la scala?!? Sta a vedere che quelli del motorino a S. Siro non erano ultrà ma attivisti di Greenpeace...

Saturday, 10 October 2009

fatine e secchielli

Oggi pomeriggio giretto tranquillo in quel di Guildford, che in un certo senso è come andare in centro a Londra.
Ha gli stessi negozi di Londra, la stessa puzza di Mac e cornish pastries man mano che ti avvicini alla stazione, i ragazzini chiassosi.
Come a Londra, la gente si siede ai tavolini dei cafè alle quattro di pomeriggio e ordina un'insalata di pasta accompagnata da un bel cappuccino gigante.
Ogni tanto all'uscita di qualche bar scoppia una rissa. Proprio come a Londra.
E anche come Woking. Solo che Guildford è ricca e posh, è una città che se la tira insomma; un po' a ragione: la High Street ha questo ciottolato che assorbe tutti i suoni e quando si arriva in cima basta voltarsi per vedere un panorama mozzafiato delle colline del Surrey.

Se sento il bisogno di fare shopping e la necessità masochista di provocarmi un'emicrania di proporzioni titaniche, risparmio sul biglietto del treno e vado a Guildford, invece che a Londra. Esattamente come mi sentivo oggi!

Dopo aver dato un'occhiata a Waterstones mi sono incamminata lungo la High Street, pensando ai fatti miei quando mi si para davanti una fatina.
Strano, non ho assunto nessuna sostanza proibita, mi sono sempre tenuta lontana da polverine magiche, eppure c'è una fatina davanti a me.
Un esame più accurato della scena mi rivela che si tratta di adolescente con residui di acne, minigonna di jeans, calzamaglia spessa e Ugg boot. A completare la mise, ci pensa una tunica rosa, delle ali di raso, rosa pure quelle e una bacchetta magica.

"Some spare change for helping the children?"
"... eh?"
"Got some spare change in your pocket?" Al che dà uno scossone al secchio che ha in mano e che risuona delle monetine che la gente prima di me le ha lasciato.

Ah, ora ho capito. Unendo i punti neri sulla faccia della fatina viene fuori la parola "beneficenza".
Le sorrido, scuoto la testa e faccio per proseguire ma fatina non si schioda.

"Don't you care about the future of our children?"

Cerco di non rispondere, ma la tentazione e il senso di fastidio sono troppo forti. Mi pizzico la lingua ma, prima di rendermene davvero conto, le rispondo.

"Yeah, teenage pregnancy is a big problem, but I think you can tell your parents and they'll accept your baby".

Fatina rimane interdetta e io la scarto e tiro dritta.
Dopo mi sono sentita un poco in colpa. Solo un poco però, perché questo costante chiedere soldi per beneficenza mi fa saltare i nervi.

Questo paese pullula di attività di beneficenza e carità. Di per sé non è un problema, anzi!
Quando i miei colleghi mi chiedono una sponsorship quando fanno delle corse, maratone e qualsiasi altra cosa gli venga in mente, io le mie dieci sterline le dono volentieri.
A novembre compro qualche papavero rosso quando si celebra l'11 novembre.
I biglietti di Natale li compro da Oxfam, in più è molto più facile trovare prodotti equo-solidali in vendita.

C'è però un limite oltre il quale, provo un fastidio tremendo, quando cercano di creare un rimorso, di farti partire la lacrimuccia con la quale far leva e aprirti il portafoglio.
La tv è piena di pubblicità che mostra il cane bastonato/bimbo maltrattato/adolescente disadattato e poi la frase ad effetto che più o meno suona così:
"You can change all this. Please pledge xxx£ a month..."

Quando sento il verbo "pledge" mi viene l'orticaria.

La stessa strategia l'adottano i secchielli in giro per la città, con questo continuo chiedere soldi e cercare di farti sentire in colpa se non gli lasci una donazione e dei modi di fare anche abbastanza aggressivi a volta. Non è raro vedere gente inseguita da ragazzi con casacche di uno dei vari enti che urla e cerca di attirare l'attenzione di tutti i passanti.

Questa strategia ha avuto un effetto contrario a quello sperato: ho sviluppato una forma di indifferenza per buona parte delle richieste di beneficenza. Lungo la strada verso la stazione, ho rivisto la fatina.
Seduta sul marciapiede, il secchiello su un lato, stava mandando giù un muffin con del succo di frutta.
Mi sono chiesta se avesse finanziato il suo spuntino con le offerte dei passanti e non mi sono stupita di quanto sia diventata cinica.

Tuesday, 6 October 2009

The professionals

Ancora oggi, quando Rai Tre scova dai suoi archivi le vecchie puntate dei "Professionals ", mio padre se li guarda.
Io invece mi guardo le repliche qua in Inghilterra. A vederli oggi, i Professionals sfiorano il ridicolo. Mio padre non lo ammetterà MAI, io non problemi a dirlo, anche se la sigla d'apertura rimane, a mio avviso, una delle più orecchiabili.
Non so nemmeno io perché li rivedo (in due anni, ho rivisto tutti gli episodi. Due volte.), penso che sia una delle caratteristiche della TV: rincoglionisce, e se sei stanca non hai molte arme di difesa.
O forse è la parola "professionals" che mi impedisce di prendere il telecomando e spegnere la tv.
Questo deve essere il motivo per cui, anche stasera, ho visto "Masterchef - The Professionals".
Masterchef è una serie di programmi di cucina, a metà fra il reality show e la gara. Una gara fra chef. C'è la versione stile "Isola dei Famosi" con vecchie glorie e attori delle soap. C'è la versione con appassionati di cucina.
Quella in onda ora è quella dedicata ai professionisti, gente che ha lavorato per vari anni in ristoranti, ha fatto la gavetta e che gareggia per ottenere un lavoro nella cucina di un rinomato ristorante. Gente che sa il fatto suo, insomma.
O meglio, dovrebbe essere così visto che, come dice la voce fuori campo, "cooking doesn't get better than this".
Gulp. Forse lo guardo per rincuorarmi, insomma se questo è il massimo allora ho speranze anch'io. Mi da coraggio insomma.
Fra cuochi che servono fegato al sangue e altri che tentano di asportarsi tutte le dita della mano con un colpo preciso di coltello, quelli che pensano che il garlic bread è il massimo della raffinatezza, mi rimane sempre il dubbio di come li abbiano selezionati.
La parte più bella per me è all'inizio, quando c'è un primo turno di eliminatorie: per conquistare il diritto di cucinare per Michel Roux Jr., gli aspiranti professionals devono superare una prova giudicata da Monica Galetti.
Ecco, vedere Monica Galetti, il sous chef di Roux, che riduce questi arroganti cuochetti in budini molli è la ragione per cui non riesco a prendere il telecomando e spegnere la TV.
Anzi, non riesco a prendere il telecomando perché la TV rincoglionisce, sono ipnotizzata dalla parola "professionals" e mi piace Monica Galetti.
Tagliare verdure, cucinare omelette, il tipo di prova che pensi uno chef che lavora in un ristorante da anni dovrebbe fare a occhi chiusi, diventano imprese titaniche se a giudicarti è Monica.
Un po' come in "The Apprentice" l'unica ragione era vedere Margaret Mountford distruggere i concorrenti con una semplice alzata di sopracciglio (ah,come mi piace Margaret!), Monica è quella che distrugge con una parola, ma suppongo che se dice "è abbastanza buono", vuol dire che è qualcosa che verrebbe servito in un ristorante con la galassia Michelin.
A ogni Monica che mi incanta corrisponde un Greg Wallace che mi manda in bestia. Greg Wallace rimane una di quelle presenze inspiegabili della televisione: sprovvisto di un'opinione propria, rimescola quello che dicono gli esperti prima di lui; è super fornito di espressioni che mi fanno saltare i nervi: "Off you go", "You got x minutes left", "that's an absolute delight/joy/dream", più una serie infinita di frasi legate alla parola "challenge".
Dopo un po' non lo sopporto e invece di cambiare canale (cosa che non mi riesce perché la TV rincoglionisce, sono ipnotizzata dalla parola "professionals" e mi piace Monica Galetti), inizio a inveire contro il mio minuscolo 14 pollici.
E mi sento meglio dopo. Insultare Greg Wallace è uno dei migliori anti-stress che ho provato finora. Forse per questo non riesco a cambiare canale: perché la TV rincoglionisce, sono ipnotizzata dalla parola "professionals", mi piace Monica Galetti e adoro prendere per i fondelli Greg Wallace.
Ma ora è tardi, domani la sveglia suonerà presto e nel mio soggiorno sembra sia passato un tifone (ho iniziato a inscatolare di nuovo la mia vita in vista del trasloco) quindi off you go!

Monday, 5 October 2009

gli sms del lunedì

Non c'è inizio di settimana più dolce che ricevere un sms appena svegli il lunedì mattina dall'Italia.
Sentire il bip-bip del cellulare lasciato in camera, mentre la caffettiera gorgheggia felice.
Scalda il cuore vedere che quella scritta sul cellulare. "1 nuovo messaggio - mamma"
Appena alzata e già qualcuno mi pensa!
Non c'è inizio di settimana più sconcertante che leggere il messaggio di mamma e cercare di dargli un senso: "Venerdì 9 scade il concorso per diventare vigili. scarica la dom. da internet se vuoi. Buonrisveglioo!"
Eh???
Ho chiesto spiegazioni all'interessata e lei mi ha risposto placida che boh! aveva sentito la notizia e me l'ha detta.
Allora io lo dico a voi, così se qualcuno è interessato può scaricare il bando su internet.

P.S. Sono a quota 200 post, credo sia un record per me, nessun mio diario è durato così tanto.

Sunday, 4 October 2009

Domenica a Woking

A mio papà gli architetti non vanno molto a genio.

Detto così sembra che odi tutta la categoria e non è una bella cosa, anche perché rischio di far passare mio papà per una specie di orco che odia a priori e così non è (nonostante le apparenze).


Vedete, il babbo fa il geometra in uno studio di ingegneria civile, lo fa da una vita, l'era del tecnigrafo è passata ma i piloni in cemento armato e progetti di fondamenta a go-go restano.
Raramente si lamenta del lavoro a casa ma quando lo fa, gli architetti finiscono nel mirino, specie quelli strapagati che preparano i progetti per le grandi opere e simili e che di appalto in sub-appalto finiscono nel suo studio, dove le magagne vengono al pettine e si scopre che dietro a tutte quei bei modellini delle inaugurazioni e delle conferenze stampa, dietro le demo 3D delle città del futuro, si celano progetti campati in aria e che non stanno in piedi. Letteralmente intendo. Quindi è più corretto dire che mio papà ha un basso livello di tolleranza verso una determinata tipologia di architetto, che si ostina a ignorare le leggi sulla gravità quando progetta.


Molto spesso si tratta degli stessi architetti che vengono esaltati nelle riviste di settori. Visionari. "Certo, si fanno di chissà cosa da mattina a sera! Ci credo che sono visionari" e via con un'altra litania di lamentele.


Così un po' mi sono stupita quando l'anno scorso, quando in visita a Surbiton, papà mi ha chiesto di andare al London Eye. Aveva visto le foto su internet, letto del progetto, bla bla bla, gli pareva interessante e non ha voluto sentire ragioni. Ha battuto i piedi come un bimbo; come un bimbo ha fatto la rugna, e alla fine ho ceduto e l'ho portato al London Eye.


Siamo arrivati al Southbank, ritirato il biglietto, fatto coda e controllo sicurezza, entrati, fatto giro, usciti e il mio petulante genitore se n'è uscito bello bello con un:
"Tutto qui?"
"Ehm, sì?!? E' una ruota panoramica, magari in versione extra-large ma è pur sempre una ruota panoramica e nulla più. Che ti aspettavi?"
"Mah, qualcosa di più visionario, come c'era scritto su internet!"


L'avrei strozzato con le mie manine.
Per lui la delusione può essere esacerbata dal lavoro che fa, la vive da addetto ai lavori, ma anche io ogni tanto vengo presa da momenti di ira funesta nei confronti dei "visionari".
Mi sembra che il termine visionario si sia svuotato di molto del suo significato, e ormai sono quelli del marketing, gli esperti di pr a utilizzare il termine per vendere.
E usa ieri, usa oggi e pure domani, il termine si è slavato, ha perso la sua carica visiva. E' diventata una nota nel coro dei salotti e il suo valore è scemato.
Eppure non è sempre stato così, e ancora oggi non è sempre così; di recente a Barcellona, mentre mi facevo venire il torcicollo alla Sagrada Famiglia, mi rincuorava pensare che magari non è sempre così, una volta c'era Gaudì, ma anche Subirachs non è male.


Non c'è nulla da fare però: è così facile cadere nella trappola delle parole e frasi ad effetto delle promozioni e del marketing e oggi ripensavo alla reazione di mio papà davanti al London Eye come riprova di questo semplice concetto.
Ci ho pensato proprio oggi perché sono stata a vedere una mostra dedicata a Leonardo al Lightbox.
Il Lightbox è un museo abbastanza recente di Woking progettato dallo stesso studio del London Eye.
Quando mi sono trasferita a Woking, tutti mi hanno parlato del Lightbox e le foto e recensioni online lo fanno sembrare qualcosa di grandioso e stupendo.
La prima volta che l'ho visto, ho avuto la stessa reazione di mio padre: "Tutto qui?"
Nelle foto sembra imponente, ma in realtà è piccolino.
Ogni volta che vado al Lightbox, mi sento un po' truffata: penso che appena svoltato l'angolo mi troverò di fronte a qualcosa di monumentale.
Invece è "solo" un edificio non troppo particolare o "eye-catching".
Sui siti c'è scritto che beneficia della pace del Basingstoke Canal che scorre al suo lato. Peccato nessuno menzioni che sull'altro lato ci sia Victoria Way, la via più rumorosa di tutta Woking!





Non sono ancora riuscita a fare una foto decente al Lightbox, e mi rendo conto di avere solo più un mese, ma proprio non riesco a ricreare la magia che un po' di photoshop può creare.
In compenso la mostra non era niente male, il sunday roast molto buono e per una volta l'espresso era un gradino sopra il bevibile, qualcosa di eccezionale per la media.

Meliga e fosforo

Non è che sono disordinata.
Non è che mi dimentico le cose.
Solo che il mio cervello ha una maniera tutta sua di catalogare le informazioni e io stessa non sempre capisco come funziona.
Tutte le spigolature che leggo sulla Settimana Enigmistica finiscono, senza eccezione alcuna, nella categoria "Importante!!!".
I nomi degli attori di telefilm inglesi dagli anni Sessanta a oggi sono catalogati come "Informazioni utili".
Le canzoni dei cartoni animati degli anni Ottanta ovviamente sono qualcosa che "può tornare utile nella vita di tutti i giorni".


Il pin della carta di credito invece è relegato a "informazione superflua", così come le informazioni sull'assicurazione medica ricadono nel calderone "varie ed eventuali".


Ora, visto che so che sono brava a ricordare solo una miniera di informazioni inutili (a meno che la versione italiana del Trivial Pursuit non contenga domande del genere "chi è l'attore scozzese che ha interpretato Casanova e John Smith?" o "Dov'è la sede di Torchwood?"), mentre quello che serve nella vita reale finisce inevitabilmente nel dimenticatoio, nel corso degli anni ho imparato a mettermi al riparo da me stessa.


Casa mia è disseminata di doppioni e copie: back-up dell'agenda, fotocopie dei documenti, doppioni di scorta delle chiavi. Che puntualmente mi dimentico di avere.
Perdo l'agenda con tutti i numeri di telefono? Secondo voi vado a ricordarmi che ho un file d'emergenza salvato sul pc dell'ufficio e uno nella chiavetta USB??? Ma certo che no! Molto più comodo andare a cercare nei vari account email, perché mi ricordo che alcuni numeri di telefono erano scritti in delle mail, e poi chiedere di nuovo alle persone, alcune delle quali ormai preoccupate circa una mia probabile quanto precoce demenza senile.


Stessa cosa vale per le ricette. Le ho salvate in formato cartaceo e informatico. Quando per un piccolo incidente all'HD che le ospita mi rende impossibile recuperare i file su cui sono salvate, la cosa più logica sarebbe aprire quel raccoglitore foderato di cartoline con dipinti di VanGogh. Quello stesso raccoglitore che fa la sua bella e placida figura sul davanzale della finestra della cucina.
La cosa meno logica sarebbe disperarsi e sperare di riuscire a recuperare le ricette, specie quelle scritte e mai sperimentate, quelle che sono ancora in fase di elaborazione, più quelle che appartengono alla mia famiglia.
Logicamente mi sono disperata. 
Così mi sono data della pirla quando mi sono accorta che avrei potuto spedire a Irma la ricetta delle paste 'd melia una settimana fa.
Che fare?
Per ora ho rifatto le paste 'd melia, perché aver riletto la ricetta, mi è venuta voglia di rifarle. Una delle cose che mi ricordo sempre è che mi piacciono, una delle cose che ho ricordato al volo è che avevo ancora un po' di fioretto da finire prima del trasloco.

paste 'd melia

Purtroppo non credo abbiano molto fosforo, qualcosa di cui forse dovrei aumentare l'assunzione. Non mi aiuteranno a ricordare le cose importanti per la vita di tutti i giorni, ma riportano alla mente tanti bei ricordi. E danno alla casa intera una certa atmosfera burrosa.

Friday, 2 October 2009

Ma come faceva Raperonzolo?

Quando ho deciso di licenziarmi, tornare in Italia da disoccupata, cambiare letteralmente ambito lavorativo, mi sono resa conto che avrei potuto cambiare idea in qualunque momento.
Ho capito che sarebbe arrivato un momento in cui mi sarei lasciata prendere dal panico, dalla paura per un futuro incerto, dal terrore "oh-no-e-se-fallisco?-Che-succede-se-devo-tornare-a-fare-questo-lavoro?" (con chiara conseguenza del dover ritornare in paesi anglosassoni, gli unici dove per essere assunti non conta avere la laurea in ingegneria e/o il calcio nel sedere, ma saper fare il lavoro e capirne qualcosa di software dev. process, ma chiudiamo qua la parentesi nerd).

Ore di training autogeno e 2 bottiglie di Kopparberg Pear Cider dopo, ho preso una decisione che avrebbe risolto le mie esitazioni e placato i miei timori: mi sono ripromessa di non tagliarmi i capelli fino al mio rientro definitivo in Italia.
Sono quasi cinque anni che ho i capelli fra il corto e il "non pensi siano un po' troppo corti?" e appena crescono un centimetro oltre i miei livelli di tolleranza, mi sento come se avessi in cima alla testa una cofana alla Amy Winehouse, come un peso che mi fa incassare la testa fra le spalle.

I capelli sul davanti mi arrivano quasi sotto il naso. Sono cresciuti quasi fino alla base del collo, sono anni che non li ho così lunghi. Non ci sono per nulla abituata e continuo a cercare di tirarli indietro, dargli un ordine, fare qualcosa! Ma che! Dopo anni di forbici, i miei capelli hanno scoperto che possono avere una vita più lunga di 5 cm e si sono dati alla pazza gioia: vanno dove gli pare, si annodano fra di loro, al mattino mi sveglio e ho la corona a punte alla Lisa Simpson, anarchia e poco rispetto per la spazzola.

Ecco, che io poi la spazzola la usavo pochissimo fino a qualche mese fa, tanto erano così corti che bastava passarci una volta il pettine bagnato d'acqua al mattino e basta. Ora invece devo portarmi la spazzola in borsetta, perché dopo mezza giornata siamo di nuovo da capo.

Se non li taglio al più presto divento scema. Beh, più del solito....