Saturday, 28 November 2009

Publife

Le partite di rugby delle ultime due settimane le ho viste al pub insieme al pack sabaudo.
Ora, passare al pub non solo il primo sabato in Italia, ma pure il secondo, potrebbe essere scambiato come prova di una possibile nostalgia della vita dall'altra parte della Manica. In realtà si tratta di necessità fatta virtù: la pay-TV a casa non ce l'ho e il pub offre visione e atmosfera.
Appena entrata al pub, due settimane fa, i conti non tornavano però. Mi sono guardata intorno e tutto sembrava al posto giusto: arredo , sedie e divanetti, maglie e foto alle pareti... Allora perché mi sentivo stranita?
La domanda non è rimasta in cima alla lista delle mie priorità a lungo. Giusto il tempo di ordinare un sidro e scoprire che la bottiglia non è la regolamentare pinta, ma una da 33 cl. Ma come? La bottiglia bonsai?!?
Poi, all'improvviso, alla seconda entrata al pub ho capito.
Eureka! Non bastano il bancone, le sedie e i divanetti, o maglie e foto alle pareti! Ci vuole la puzza da pub!!! Ecco cosa mancava la settimana prima! Quell'odore unico e inconfondibile che sprigiona una moquette dopo che le sono state rovesciate sopra, giorno dopo giorno, pinte e pinte di birra e sidro.
Una volta "moquettato" l'intero pub e lasciati liberi due o tre tipici avventori di pub inglese perché facciano il loro sporco lavoro, mi sentirei molto più, ehm ehm, "a casa".
Rimarrebbe solo quel piccolo problema della bottiglia di sidro...

canestrelli e rugby, un sabato italiano

Per la serie "no shit, sherlock!" ecco una perla di frase fatta: "Alcune cose si apprezzano solo con il tempo".
E' vero, però! Cresciamo, impariamo, proviamo nuove cose e gusti e impressioni cambiano e si modificano.
Cose che 20 anni fa non mi andavano giù ora magari mi piacciono e non è solo il merito della nostalgia-nostalgia-canaglia.


Prendete ad esempio le spalline anni Ottanta. Presente? Quelle spalline belle imbottite da giocatore di football americano che trasformavano qualsiasi camicia, cappotto o maglia in un triste e visivamente orrendo parallelepipedo che trasformava anche la più bella ragazza in una Maga Magò tracagnotta.
Ecco, proprio quelle spalline che si abbinavano a un trucco dai colori fosforescenti e braccialetti colorati (che noi chiamavamo i "braccialetti Madonna" e che oggi ho scoperto solo ora contenere messaggi in codice stile "limoniamo secco", tanto che li vogliono bandire in Inghilterra, come se avessero bisogno dei braccialetti per detenere il record europeo delle gravidanze under 14).
Quelle spalline mi facevano schifo negli anni '80. Le attaccavano a tutto e io le staccavo da tutto, pure dalle tute. 
Ecco, quelle spalline mi fanno ancora raccapriccio oggi, ho sbagliato in pieno l'esempio.


Ci riprovo allora: i canestrelli. Da piccola i canestrelli non mi piacevano: troppo friabili, gli davi un morso e il resto del biscotto ti si sbriciolava addosso. Per non parlare del rischio strangolamento da zucchero a velo.
Purtroppo ero sola in questa mia opinione sui canestrelli: in famiglia li adoravano tutti quanti, quindi non mancavano mai in casa. Nel corso degli anni mi sono sempre tenuta alla larga dai canestrelli, almeno fino all'anno scorso.


Un collega è stato in ferie in Italia aveva portato un pacchetto di canestrelli come regalo per i colleghi: non canestrelli "di fabbrica", ma comprati al forno, messi in una scatoletta di cartone leggero chiuso in una busta da panetteria.
Abbozzo un sorriso e ne prendo uno sotto gli occhi del collega sorridente che mi dice che li a comprati a Vattelapesca. Beh, il nome non l'ho capito, era pur sempre pronunciato da un inglese: ho capito che è un paese piccolo e caratteristico, in collina, ha una chiesa nel centro del paese. Indizi più che sufficienti a individuare questo paese posto "somewhere between Liguria and Piedmont", non trovate?
Comunque dò un morso e... umissignur! 
Ma è il paradiso in terra! Sono così friabili!!! 
Ma che delizia! Lo strato di zucchero a velo sembra renderli ancora più soffici!
Le stesse ragioni che me li facevano odiare vent'anni fa ora me ne fa innamorare.
Mi piacciono tanto, ne posso prendere un altro ancora? No, facciamo che ne prendo altri due che così fa tre, numero perfetto. O sembro ingorda?


Quel giorno sono tornata a casa con un solo scopo: rifare i canestrelli.
Più facile a scriversi che a farsi: ho provato diverse ricette e non ne ho ancora trovata una che mi desse lo stesso sapore del forno di Vattelapesca. Poi mi mancava lo stampino per i canestrelli! Che posso usare anche uno stampino a forma di fiore e farci un buco in mezzo, ma non è la stessa cosa. Invece appena tornata a Torino, ho trovato lo stampino!
Quindi non rimaneva che rifare i canestrelli con lo stampino nuovo e quando meglio se non sabato mattina: impasto mentre parlo con Franceschina, anche lei prossima al grande passo del rientro in patria, poi controllo la cottura mentre Ella mi fa compagnia cantando Cole.
canestrelli
La casa profuma di biscotti quando i miei ritornano a casa e ogni tanto qualche nuvoletta di zucchero a velo si alza mentre li sposto in una scatola, pronta per la prova assaggio.


I miei tester questa volta non sono stati solo i genitori, ma il pack sabaudo, in formazione minima ma pur sempre presente e pronto per la partita di rugby Italia-Samoa.
Appuntamento al pub e, nonostante non ci fosse un mare di gente, c'era una bella atmosfera. C'era anche le telecronache ai limiti della demenza di Sky che ci ha regalato una buona dose di risate: ah Vittorio Munari, vai vecchia lenza!
Abbiamo pure vinto e mi sembrava così strano, ormai non ci ero più abituata!
Dopo fischiettando ancora Cole Porter, ho bighellonato per il centro a guardare le luci di Natale e cercare il coraggio di entrare nei negozi (troppa gente, troppa luce, troppa confusione). Ho sbirciato un po' di libri, preso nota di mostre e film e poi sono tornata a casa, senza correre.
Ora, anche se il futuro appare molto incerto, spero comunque che il peggio sia passato.

Wednesday, 25 November 2009

In fondo ai cassetti, in fondo al cuore.


cose nascoste. In fondo ai cassetti, in fondo al cuore


Nel 1992 un biglietto da una corsa costava 1000 lire.
Con 10 lire non ci facevi nulla, ma raccogliendo 5 di queste monetine riuscivo a comprare una ruota di liquirizia.


Nel 1994 l'ordinario urbano si assestava sulle 1200 lire.
5 monetine non bastavano già più per la liquirizia e probabilmente la panettiera mi avrebbe riso in faccia mai mi fossi presentata con tali monete in negozio.


Non riesco a ricordarmi per quale motivo avessi tenuto da parte questi due biglietti fra tutti quelli che la parte più compulsiva di me mi ha fatto tenere da parte. Erano forse segnalibri? Timbrati tutti e due di sabato verso la mezza, dove stavo andando? Spero di esserci arrivata però.

Tuesday, 24 November 2009

Cake testers cercasi...

Credo che uno dei requisiti essenziali ma non scritti per entrare a far parte del mio vecchio team a Southwood fosse il cosiddetto "dente dolce", the sweet tooth. 
Alcuni miei colleghi sembravano in grado di fiutare lo zucchero. 
Al minimo rumore di involucro di caramella o cioccolatino che veniva scartato alzavano la testa come dei lemuri e il fiuto li portava alla fonte del glucosio.
Altri hanno dato sfoggio della loro capacità di assimilazione insulina facendo fuori quantità inimmaginabili di ciambelle e brioche. 



Date queste basi, non era un problema trovare degli assaggiatori volontari di torte.

Arrivavo a Southwood armata di torta e coltello e dovevo solamente tenere due o tre fette da parte per il caffè del mattino con Robert e Dae-Gon e il gioco era fatto.
Qui a casa invece faccio fatica a racimolare più di due o tre persone.
Grazie per la fiducia.
La scorsa settimana ho fatto di nuovo i biscomaiali con Sara, nella vana speranza che la preparazione dei biscotti la distraesse dal parlare. Macché! Un fiume inarrestabile di parole e a merenda mi ha liquidato con un "adesso no, non ho fame".
Davide ha il potenziale per diventare un ottimo assaggiatore di torte, ma la dura verità è un'altra: non credo che a 18 mesi la dieta ideale che mia sorella sogna per il suo pupo sia basata su biscotti al burro, per quanto il pupo sia dispostissimo a strafogarsene.


Questo mi lascia con i miei genitori, in particolare con mio padre, uno che non parla troppo e quando lo fa molto spesso ama ricordarmi che la mia bisnonna Maddalena cucinava meglio. 
Di me, del pizzaiolo sotto casa, del cuoco del ristorante, di chiunque.


Il giorno in cui mio padre mi farà un complimento per la mia cucina, vorrà dire che la fine del mondo è prossima. A sentire i sacerdoti maya e Giacobbo, quindi, tutto ciò dovrebbe accadere nel 2012.


Questo weekend comunque ci sono arrivata vicina, alla fine del mondo.
Non solo mio padre non ha fatto alcun accenno alla bisnonna, ma dopo una prima fetta di crostata al limone, ha fatto il bis. Con una fetta anche bella grande! 


the cake tester


(prima che possiate chiedermelo a voce: sì, ho comprato una carabattola da cucina, chiamata cake tester, che sostituisce lo stecchino da usare per fare la prova se la torta è cotta... sono un nerd al profumo di cannella)


Sunday, 22 November 2009

Marmite Hood

Yesterday Robert sent me the link of an article published on the Telegraph.
A dangerous man is on the loose in Northamptonshire.
Police forces are puzzled, the public opinion demands protection from yet another display of violent life on the UK streets.

Apparently somebody has been serial-stealing Marmite jars.
Not sure we should call Scotland Yard or Sigmund Freud. What twisted mind would rob a shop of £50 of Marmite? Is he going to eat it all by himself?!?

Yuk!

Saturday, 21 November 2009

i ricci e i condomini di parigi


Ho visto un solo film al TFF, un horror canadese, "Pontypool". Piaciuto molto, io e Diego abbiamo concordato che il miglior luogo dove discutere sul film non poteva che essere Olsen.
Davanti a una fetta dell'ottima crostata ciocco-pere, il discorso si è spostato sui libri, sui cosiddetti "casi letterari" e sul potere del reparto pubblicità delle case editrici.
Uno dei miei problemi quando entro in libreria, oltre a evitare di non portarmi via il corrispettivo del mio stipendio (specie ora che sono disoccupata, eh eh :-D), è capire se questi indimenticabili casi letterari, siano davvero dei casi e se non siano piuttosto a rischio di oblio. Il più delle volte quell'esplosione di aggettivi sulle quarte di copertine serve a intontirci, nella speranza che nessuno si accorga che quello che le pagine ospitano non è nulla di che, nulla di "emozionante, profondo, universale, mozzafiato, coinvolgente o sublime" o che, in realtà, non c'è proprio nulla. 
Ecco, talmente è usato, che appena qualcuno mi dice che un libro è sublime a me si alzano i peli delle braccia e scatta l'allarme rosso-cotiomkin.
In un certo senso "Firmin" è un tipico esempio: un libro onesto, un romanzo interessante ma non un capolavoro fondamentale della letteratura contemporanea come certi critici e pr della casa editrice volevano dare a bere a tutti.


Lo stesso si può dire dell'ultimo romanzo che ho letto, "L'eleganza del riccio" di Muriel Barbery. 
Ho girato attorno a questo libro per diverso tempo: lo guardavo, lo sfogliavo, lo prendevo, ma poi finiva sempre che lo riponevo sullo scaffale e ne uscivo senza dal negozio. 
Un successo di critica e di pubblico, come si suol dire, ebbene sì, è un caso letterario.
Alla fine mi sono decisa e, approfittando dell'ennesima promozione di Waterstone's (avrò fatto del bene o del male al sistema editoriale britannico?) l'ho comprato e tenuto da parte come "libro del rientro".
Nel giardino dei miei nonni, nell'incasso di una pianta dalle enormi spighe di cui non conosco il nome (e che mia nonna amava mettere nei vasi in casa: dopo due o tre giorni, le spine si disintegravano e invadevano ogni singolo angolo di casa) viveva una famiglia di ricci: papà riccio, mamma riccio e i ricciolini. Mio papà controllava sempre che i Ricci fossero felici e contenti, risistemandogli la pietra che faceva da porta alla tana e lasciandogli un po' di paglia vicino in modo che la usassero in casa. 
Un po' spigolosi e pungenti, riservati (sparivano per tutto l'inverno), li potrei definire simpatici ma non eleganti.
Non so se i ricci che vivono nei condomini di Parigi siano più eleganti di quelli della campagna torinese, anche perché Perec e Pennac non ne hanno mai scritto e la mia conoscenza sul tema condomini parigini si basa quasi esclusivamente su di loro. 
Che la Barbery potesse gettare luce su questi quesiti, regalandomi pure una piacevole lettura?
Con i ricci del mio passato e il palazzo di Bartlebooth, le protagoniste del romanzo e la loro autrice non hanno molto a che spartire. 
A voler essere onesta, l'ho letto tutto fino a metà, poi ho saltato. Ho iniziato con il salto dei sostantivi, poi sono passata al salto della frase, saltato pagine e scorso alla velocità della luce i pensieri profondi della dodicenne Paloma.
Presa dalla foga e dal fastidio del momento, l'ho cassato con un "è una boiata tremenda".


A freddo, credo che ai mille già scritti, posso aggiungere un altro aggettivo: "arrogante".
Il libro è arrogante, i personaggi sono arroganti, la scrittura è intelligente, ma pur sempre arrogante.
L'idea di base non è male, ma non nuova: come dietro alla portinaia Renée si cela una donna dalla profonda cultura, così dietro a tante altre persone insospettabili si nascondono personalità diverse da quelle che noi deduciamo dal loro aspetto esterno. L'abito non fa il monaco, insomma.
Paloma potrebbe essere un personaggio davvero interessante.
Ma...
Ma tutto è coperto da un pesante strato di autocompiacimento, di superbia. I personaggi sono divisi in una schematica e ritrita contrapposizione fra buoni e cattivi: da un lato gli "esseri superiori", i custodi del Sacro Tempio del Sapere con l'iniziale maiuscola che vivono dei fini piaceri della Cultura; cultura che solo i loro animi sensibili possono comprendere. A loro si contrappongono, gli inferiori, i genitori e la sorella borghese di Paloma, gli altri condomini che vivono di beni materiali e non comprendono l'inutilità delle loro vite.
Loro citano Tolstoj e si compiacciono a discutere della cerimonia del tè, mentre gli altri non comprendono il vero valore dei romanzi e bevono caffè.
Molto francese, con quella puzza sotto il naso che fa molto intellettuale parigino, è un romanzo con molte maiuscolo e citazioni, e dichiarazioni molto snob sulla linea del:
"I still find it difficoult to believe that [...] hairdressers are not parasites",
Renée è troppo impegnata a curare la sua mente superiore da curarsi dei suoi capelli, cosa che solo le persone vuote possono fare a quanto pare.


"L'eleganza del riccio" è scritto bene, ma per me alla fine è uguale a un macaroon: tu guardi un macaroon in una vetrina di una pasticceria e subito pensi che sia bellissimo.
"Ma che bei colori! E la crema poi!"
Allora tu li compri tutta felice, ne addenti uno e nascosto sotto un pesante strato di colesterolo e coloranti alimentari c'è il nulla.


Ironicamente, è proprio la Barbery a rendere al meglio ciò che io penso di questo romanzo, dando voce a questo "pensiero profondo": "But many intelligent people have a sort of bug: they think intelligence is an end in itself. The have one idea in mind: to be very intelligent, which is really stupid".
Appunto.

Thursday, 19 November 2009

basta farci il callo

Tornata a Torino e un po' alla volta mi sto riabituando alla vita italiana.
Non che tutto prosegua liscio, neh!
Primo grande intoppo? Le Poste.
Ah le Poste, che tortura avere a che fare con lor signori! Ma che sensazione di familiarità quando passi almeno un quarto d'ora a litigare con qualcuno del suo call center! Che dolce tepore di deja-vu all'ennesima risposta dal tono "non è un problema mio e mò vattene che devo fare pausa caffè"!
Dalle poste, si continua di bene in meglio con la riunione di condominio.
Devo ammettere che inaugurare la mia nuova fase sabauda passando quasi due ore a discutere solo del primo punto dell'ordine del giorno non è stata l'idea più furba che io abbia mai avuto.


Ci sono poi alcune abitudini e modi di fare di cui dovrò liberarmi per vivere bene qua, come ad esempio usare internet per fare tante cose. Visto che in Inghilterra meno si parlano meglio stanno, la quantità di cose che vengono fatte su internet è molto più elevata che in Italia ed è anche più semplice.
Ieri mentre decidevo con Diego di andare a sentire gli Swell Season a Milano, gli ho detto se poteva comprare lui i biglietti perché internet a casa mia è veramente lento.
Sguardo stralunato di Diego.
"Ma possiamo andare a comprarli alla Fnac."
Mio sguardo stralunato: "A fare che?"
Secondo me a questo punto dubitava sempre di più sulla mia presenza mentale.
"Andiamo in biglietteria e compriamo i biglietti."
Vuoi per caso dire che compri i biglietti per un concerto in un negozio?!? "Ah, ok, ma ci parli tu con loro, vero!?!?"
Fa un passo indietro. "O-kay." 


Devo solo riabituarmi, tutto qua. Un po' alla volta. Ieri ad esempio sono andata in un supermercato e non ho ordinato la spesa su internet.
Con un po' di forza di volontà e coraggio per la fine della settimana riesco pure a  entrare in panetteria e parlare alla commessa! :-D

Friday, 13 November 2009

Firmin

More about Firmin

Ieri sera, invece di andare a dormire presto, come sarebbe stato saggio fare, ho fatto le ore piccole.
Seduta su una poltrona, con un asciugamano sulle gambe perché il pleid l'ho inscatolato ma comunque fa freschino verso mezzanotte in casa, ho finito di leggere "Firmin" di Sam Savage.
L'ho preso in biblioteca perché non mi è rimasto nulla da leggere in casa (tremendo errore da non ripetere al prossimo trasloco).
Quello che avrei voluto leggere non c'era, così mentre vagavo incerta per gli scaffali l'ho visto: quello che mi ha colpito è la copertina con quel libro morsicato e una coda di ratto che esce e sembra un segnalibro. Sfogliandolo, l'idea di iniziare ogni capitolo con la copertina di un libro è ciò che mi ha fatto decidere di prenderlo in prestito. Ciò che ignoravo è che è un caso letterario.
Un best-seller, prima opera che l'autore pubblica, immenso successo planetario e via discorrendo. L'ho scoperto perché le prime pagine mi hanno davvero divertito e volevo saperne di più di questo Savage (che continuo a confondere con un attore bambino) e allora ho cercato su internet.


Ancora non ho capito bene quanto mi sia piaciuto "Firmin". Di sicuro posso dire che non è di quei libri che mi hanno colpito in maniera travolgente, e il fatto che riesca a parlarne dopo così poco tempo da quando ho finito di leggerlo ne è la prova.
Però non è stato nemmeno una delusione e mi ha dato di che pensare.


Firmin è un ratto che vive in una libreria. La mamma alcolizzata, 12 fratelli tutti più forti di lui, ha imparato a leggere, cibandosi dei libri.
Osserva la vita che si svolge in una zona alla fine dei suoi giorni nella Boston degli anni Sessanta
Firmin è innamorato dei libri e degli umani, i suoi "Lovelies" (sono curiosa di vedere come hanno tradotto questo termine in italiano). Gli uomini lo incuriosiscono, lo affascinano, vorrebbe potergli parlare, purtroppo le sue capacità comunicative non vanno oltre a una serie di squittii.


Più che l'amore per i libri (in un certo senso mi sento vicina a Firmin: lui li mangia, io li sniffo. Firmin decide se vale la pena leggere un libro assaggiandone un angolo, e anche io dò una certa importanza al profumo della carta e dell'inchiostro dei libri che scelgo di leggere), ciò che ha lasciato l'impronta più profonda è la solitudine di Firmin. 
Quanto gli piacerebbe parlare con loro, con i suoi Lovelies, gli umani, dire a Norman dov'è il libro che non trova, discutere con Jerry, ma non può. Per quanto vicino agli uomini che ama ne rimane separato. 
La sensazione di solitudine che Firmin prova non è troppo lontana da quei dialoghi fra sordi che costellano le nostre vite, quelle barriere che rendono doloroso e incompleto il parlare con i nostri simili.
Perché non mi capisci? Perché hai annuito, se poi non eri d'accordo con me?
Questa solitudine è ancora più dolorosa perché Firmin, a differenza dei suoi fratelli a cui soddisfare i bisogni primari e non venir schiacciati da una macchina, è cosciente di questo isolamento, sa di essere solo e sa che questa condizione non gli piace.
E quando a Firmin si spezza il cuore, ho sentito che potevo capirlo, perché il suo dolore e la sua disperazione toccano corde molto vicine al nostro cuore di Lovelies.


"[...] I learned a valuable lesson - that no matter how small you are, your madness can be as big as anyone's.
And you don't have to believe stories to love them. I love all stories."
da Firmin, di Sam Savage.

Wednesday, 11 November 2009

Downtown

Le cose non possono durare per sempre. E' la dura legge della società commerciale, come fare a mantenere un rapporto equilibrato fra successo commerciale e qualità del prodotto in vendita?
Non sono esattamente i pensieri più romantici che un cinnamon bun possa portare alla mente di qualcuno, ma questo è quello che ho pensato ieri seduta alla Nordic Bakery.
Uno dei primi posti che ho scoperto a Londra, il caffè è rimasto buono, ma i cinnamon buns sono cambiati: sono cambiate le proporzioni di ingredienti e chi ne è uscito perdente è stata la cannella. O forse sono i miei limiti di dosaggio minimo di cannella a essersi mostruosamente innalzati, peggio del tasso di disoccupazione nell'ultimo anno.
Non saprei, ma proprio non riuscivo a farmelo piacere il bun di ieri. Ed è un gran peccato!
L'atmosfera era quella giusta: non troppo affollata, la Nordic Bakery ha una vetrata enorme che permette di far entrare tanta luce anche in giornate grigie come ieri. Non so come abbiano fatto, ma è insonorizzata benissimo: non solo i rumori della strada si fermano sulla porta, ma anche le chiacchiere dei tavolini attorno arrivano ovattati. Il che dà un senso di pace e calma, come se varcata la porta fosse sempre la tarda mattinata di una domenica da pigri.
Intorno a me c'era gente in pausa pranzo, tarda colazione come me e meeting di lavoro: soliti discorsi vuoti, con parolone che non significano nulla, consumer insight, mainstream, upstream, optimization, empowering user experience e via discorrendo. Il tipo di discorso che diventa un brusio lontano quando arriva il mio cappuccino e io mi posso dedicare tranquilla alla pagina culturale del Guardian, con un articolo su Waterstone's che mi darà molto da pensare anche nei prossimi giorni.
Fino al primo morso di quello che nella mia mente si associa all'idea "se il paradiso esiste, è fatto così". Ah che delusione! Se devo dedurre qualcosa dalla giornata che mi attende da questo inizio, beh, non promette bene.
Non promette niente bene. E proprio per questo quello che è successo dopo mi è sembrato ancora migliore.
Mentre girovagavo per un charity shop di Cancer Research intravedo "Born in the USA" del Boss. LP. Controllo. Ottime condizioni.
Prezzo 4 sterline. Mmmmh, ci penso un nanosecondo, prendo il portafoglio e vado alla cassa.
La signora al registratore mi guarda e con un accento alla Miss Marple mi dice: 
"I'm so sorry..."
Noooo cooooosa c'è?
"you see this price is not ours,"
Gulp, il che vuol dire che...
"actually it's 50p, I'm very sorry for the inconvenience"
Eh già 50p per un LP del Boss è davvero classificabile come "inconvenience".


Buona parte del pomeriggio l'ho passata alla National Portrait Gallery a vedere due mostre fotografiche.
La prima è il mio appuntamento annuale con il "Photographic Portrait Prize": lo sponsor mi pare cambi spesso, ma la qualità delle immagini prodotte rimane alta. In media. Ce ne sono alcune che non mi hanno detto molto, ma per la maggior parte rimani senza parole. La mia preferita quest'anno è probabilmente "Together and Alone" di James Stroud. 


La seconda mostra, a differenza del 3P che è gratuito, era a pagamento, ma "Beatles to Bowie: the 60s exposed" è un ottimo investimento per il cuore e la mente.
Non solo fotografie, ma una collezione di memorabilia, abiti, articoli e copertine di riviste. Ogni anno ha il suo spazio e camminando per le sale si vivono i cambiamenti di quegli anni, quando lentamente e inevitabilmetne la musica di sottofondo non è più Petula Clark ma Hendrix. Ah ah, musica, perché c'è musica in ogni sala.
Compilation dei successi dei vari anni: canticchi la colonna sonora di "Alfie", fai il verso al giro di basso di "Gimme some loving", ti stupisci dei nomi caduti invece nel dimenticatoio. La cosa migliore di questa mostra per me è stato il modo in cui l'ho vista. Mi è capitato per puro caso, ma ora che lo so, mi sento di consigliarlo a chiunque voglia visitare la mostra. 
Non entrate subito. E sopra ogni cosa tenetevi lontani dalle audio guide. Aspettate al varco un gruppo di signore, oltre la cinquantina, insomma ragazze degli anni Sessanta, che quelle canzoni le hanno ballate, quei poster delle riviste li hanno appesi in camera e seguitele.
Tuffatevi con loro nella loro adolescenza, nelle loro cotte, nei pettegolezzi, nelle storie: quel passato congelato su rullino, è ancora più vivo se invece di leggere la descrizione accanto alla foto e tirare avanti, sentite quelle foto con il cuore di queste donne.
"Mind you, I always had a soft spot for George"
"Oh, poor Brian, such a beautiful life wasted"
"He hasn't changed one bit in 40 years!"
"Oh I remember I wanted my hair just like her, but my mother, bless her, well, she thought that haircut was fit only for harlots!"
Ogni foto, una storia.
Forse alla fine hanno iniziato a sospettare che ci fosse qualcosa di strano nell'avermi come seconda ombra, ma ero talmente prese dai loro discorsi, occupate a ridere e canticchiare, che non mi hanno prestato molta attenzione, fino alla rivelazione finale di una di loro: 
"Pop: most of these groups were not so well considered at the time, but years and nostalgia added charm to them all. And you know what? It's the same with Take That: found them meaningless when they first came out but now I do think that their latest CD is not that bad. Tell you what, the last cd of Robbie Williams is not bad at all!"

Monday, 9 November 2009

il 91% dei...

Sembra che al centro del salotto di casa mia sia esplosa una bomba. E poi sia passato un tornado.
Insomma, quel grado di caos che solo un trasloco sa creare.
Ovvio che devo distrarmi. Leggo qualche pagina del Guardian. Faccio un po' di zapping senza prestare alcuna attenzione a quello che viene detto.
Spengo per ascoltare "Strict Joy", l'ultimo cd degli Swell Season, per l'ennesima volta (ma quanto è bello questo cd, ormai a ciclo continuo nel lettore) ma faccio ancora in tempo a captare una pubblicità: un sistema antifurto che si vanta di essere il sistema più temuto dai criminali. Ma non è che se la cantano da soli, no, no! La pubblicità definisce il prodotto come (e sto ridendo mentre lo scrivo) "voted best deterrent by criminals".
Ma si può? Non è semplicemente pubblicità fuorviante, ma anche abbastanza idiota, non priva di basi statistiche (ricerchina veloce su gugol rivela che la società ha ordinato uno studio, condotto su 100 criminali, con previa e comprovata esperienza, ovviamente).
Meglio tornare ad ascoltare gli Swell Season (compratelo, gente, compratelo!) e a cercare di uscire da questo casino primordiale che si è impossessato di casa. 


Sunday, 8 November 2009

It's beginning to look a lot like christmas time

Pure troppo!
Non so come stiano le cose in Italia, ma da queste parti nel weekend, appena il tempo di archiviare le zucche, sparati gli ultimi botti della notte di Guy Fawkes, è scoppiato il Natale.
Natale denotato da:

  1. Spam selvaggio di qualsiasi negozio, con super sconti, 3x2 e offerte super-mega-stratosferiche che non si ripeteranno mai più, ma che i commercianti, nella loro infinita bontà, riservano a me e me sola.
  2. Film di natale. Non film di qualità, stile "Mary Poppins", la serie di Asterix o quel grande classico della cinematografia mondiale che è "Il Flauto a sei puffi". No, trattasi dei soliti film di serie B o film TV delle tv americane via cavo (manager senza scrupoli che riscopre la magia del natale, donna in carriera che torna al paesello natio e finisce per sposare il fidanzatino delle elementari, vedovo e vedova che si incontrano e si innamorano con l'aiuto degli elfi di Babbo Natale").
  3. Pubblicità del Morrisons con Richard Hammond che spinge felice il carrello alla ricerca dei piatti della tradizione.
  4. I supermercati pullulano di mince pies, fruit cake e blocchi da almeno 50 cartoline d'auguri.
In realtà le luci di Natale sono già accese da una settimana, e pub e ristoranti hanno iniziato a promuovere le prenotazioni per la cena di Natale ad Agosto, ma adesso si inizia a fare sul serio.
Bring it on baby, bring it on...

Saturday, 7 November 2009

Waving goodbye

monkey says bye


Yesterday was my last day of work.
From today I'm officially unemployed.
I'm not scared. Yet. But I'm confident I'll panic long enough from Monday morning, when I won't have to go to work.

It will feel weird not having to catch the train, get into the office, meeting my colleagues, no more coffee breaks and meetings. I feel like crying and laughing at the same time.

It might be stupid and crazy to leave a permanent job right now and head back to a country like Italy. But stupidity and madness are so interesting!

Friday, 6 November 2009

Lisbona, appunti confusi di viaggio

C'è la luna alta in cielo, quasi piena, ancora un giorno e poi sarà un cerchio perfetto.
Una coppia di giapponesi sta riempiendo una memory card con lo stesso tipo di foto: loro due in primo piano e il castello sullo sfondo, prima a destra, poi a sinistra e poi di nuovo da capo.
Noi ce ne stiamo appoggiati al muretto, guardiamo il Tago che scorre, calmo lui e calmi noi.
Cinque giorni a Lisboa, tranquilla, senza nessuna fretta, senza controllare orologio o mail.
a chill out tour
Da Lisbona sono tornata con un trolley con una sola ruota (la seconda è saltata lungo Guildford Road), piena di mappe e depliant turistici che mi ostino a riportare a casa, ben sapendo che finiranno nel cestino della carta il giorno dopo.
Sono tornata con un rulino della Lomo da sviluppare, ma che sono già riuscita a perdere per casa, qualche foto da stampare e qualche souvenir da distribuire, con qualche aneddoto da raccontare, gesti da ricordare, parole da conservare.
Sono tornata con un'idea più chiara del mio futuro, forza di volontà in più ma anche paura.
E anche con qualche chiletto extra attribuibile interamente ai pasteis de nata; e al miglior polpo mai assaggiato; e a una torta da urlo al cioccolato e vino rosso provata al Pois Café che chiede ed esige una prova a casa; e al baccalà in tutte le salse.


La prima cosa che mi ha colpito non sono stati i colori, o quella luce che sembra filtrare da ogni dove e coccolarti, e ho dovuto aspettare un giorno per vedere quell'effetto sfocato che le acque del fiume regalano all'Alfama al mattino.
Mentre aspettavo Eloi, seduta su una poltroncina all'aeroporto sono stata colpita dalla musicalità del portoghese, così simile a quella italiana. Appena qualcuno iniziava a parlare, io mi voltavo di scatto, perché pensavo fosse un italiano. Solo dopo cinque secondi mi rendevo conto che a parlare era un portoghese. Ma quella cadenza che sa di casa mi ha accompagnato per tutto il tempo.


La cosa che mi è piaciuta di più è stata...
La cosa che mi è piaciuta di meno invece...
Mica lo so, è passato troppo poco tempo, i ricordi non si sono ancora sedimentati per bene in fondo al cuore.
So che mi è piaciuta, perché è una città "onesta". Non nasconde i suoi lati oscuri, decadenti, non vernicia la povertà, non la nasconde in periferie lontane.
Sembra dirti: "Eccomi, so essere bella come le ore passate a leggere "Le memorie di Adriano" su una panchina di un miradouro, ma crudele e disperata come un vecchio che allunga una mano, muto e rassegnato, in praça de Figueira".

casa e gente

La sensazione di essere fuori dal tempo, ma anche nel bel mezzo del suo scorrere, non mi ha abbandonato del tutto.
life in slow motion
Vorrei trovare un modo per descrivere ciò che sentivo mentre guardavo i pescatori scherzare e ridere sul lungofiume. Ma forse è ancora troppo presto. O più semplicemente sono troppo nervosa per quello che mi riserva l'immediato futuro davanti a me per trovare il tempo di mettere in parole i giorni passati.
Quindi mi accontento di ripensare un po' ai colori, alle strade e alle persone.
street-car view
Penso al profumo di caldarroste, alla cannella e allo zucchero a velo, al blu del cielo. E vado a sfornare la torta al cioccolato, che altrimenti mi si brucia!