Thursday, 31 December 2009

365 giorni, storie incatenate di lacrime, risa e cannella

2009


Mi dico che no, non cadrò nel solito posto di fine anno, ma poi finisce che ci inciampo a piedi giunti! Così eccolo qua, con tanto di foto-collage, una foto al mese scelta più per i ricordi legati, che per preferenza o valenza artistica.
Allora, vediamo un po' com'è andato questo 2009 a partire da
Gennaio.
Finite le ferie, il rientro in Inghilterra è stato tragico: ci ho messo quasi un mese per ingranare la marcia e il fatto che questa situazione non fosse un problema solo mio, ma condiviso da molti altri amici non mi ha fatto stare un granché meglio.
Andare a Londra diventa una tortura, infastidita e suscettibile: la gente che corre, che ti spintona, che ti mangia il cheeseburger strapuzzolente a fianco dandoti nel frattempo delle sonore gomitate, la gente imbottita di ottimismo che ti soffoca di frasi fatte sull'andare avanti e che tu vorresti solo strozzare.
Nella mia vita entra Guinness the Cactus, taglio molti ponti, mi sento meglio o forse no, ma comunque ricomincio da
Febbraio.
Qualche cretinata la combino, qualche dolore lo causo (e ancora me ne dispiace, ma davvero tanto, perché non era intenzionale e mai mi sarei comportata così, solo avessi saputo), ma poco alla volta mi sembra di stare meglio. Dopo aver speso il mio esiguo bonus in un bellissimo 85mm, impasto il pane alla Guinness e vado a Edimburgo. Appuntamento con il pack sabaudo e con una sconfitta inflitta dagli scozzesi che sento ancora adesso il rumore delle ossa che cozzano al Murrayfield.
Ci consoliamo vedendo l'Inghilterra prenderle dall'Irlanda, bevendo un po' di birra mentre l'Inghilterra viene strapazzata dall'Irlanda e sopravvivendo a un gestore di b&b lievemente fuori di testa. Un giro per la città ed è già
Marzo.
Passo un venerdì sera a ripulire la mia amata 350D e poi il giorno dopo avviene la permuta. Ora la mia nuova bimba è una 40D ed è bellissima! Ma quanta nostalgia per la 350D che tante gioie mi ha donato, pur causandomi qualche piccolo infarto. Ma il tempo è clemente e allora non c'è tempo per la nostalgia: subito fuori a provare il giocattolo nuovo! A fare foto ai biscotti per il compleanno di mamma e a guardare attraverso l'obiettivo Kingston che appare pure più bella. Ottimo acquisto in vista delle vacanze, dato che quest'anno Pasqua cade ad
Aprile.
Ah il dolce dormire! Ma quando?!?! Con una nipote che arriva in camera mentre tu russi della grossa, ti tappa il naso e quando ti svegli boccheggiando ti guarda innocente ("Non ti avrò mica svegliato, vero?!?!"), che dormire ci può essere?
Peccato perché il tempo di questa Pasqua conciliava il sonno che è un amore. Prima di tronarmi in montagna, in mezzo alla neve, per Pasquetta, riesco a fare una foto a una delle violette miracolosamente cresciute sul balcone della mamma. Tempo di chiacchiere, di bilanci, di voglia di cambiare e le idee iniziano a rimbalzare per tutta testa: decido però di rimandare tutto a
Maggio.
La prima foto che avrei voluto scattare a Surbiton, la scatto per ultima. Addio zona sei di Londra, ora la mia casa è Woking! The perfect place if you want to get away, apparently.
Ma anche la casa di McLaren, Kenwood e Paul Weller. Sempre più nervosa, sempre più pensierosa, per molti versi anche più calma. Anche perché l'estate sembra arrivare per davvero, anche se a giorni alterni, a
Giugno.
Un mese di addii, arrivederci, picnic e temporali improvvisi. Scopro che, sebbene sia uno sbattimento come pochi, fare i croissant a mano in casa da delle soddisfazioni. Scopro pure che la Provenza si è momentaneamente trasferita a Croydon e mi riprometto di smettere di bere a stomaco vuoto nella migliore tradizione inglese. Anche perché ormai ho una certa età, il compleanno si avvicina per me nata a
Luglio.
Di nuovo in Italia a farmi maciullare dalle zanzare, osservare i nipoti che crescono, fare il pieno di caldo e mangiare gelati.
Mi rattristo, torno a sorridere, inizio a prendere decisioni importanti, scopro cosa voglio fare da grande e per festeggiare me ne vado a Parigi, dove si direbbe che non abbia fatto altro che mangiare kebab e mangiare gelati, ma ho anche camminato tanto, scattato foto e bevuto sidro. E al ritorno è già
Agosto.
Ma che vuoi fare ad agosto che non c'è nessuno, è tutto chiuso e a Woking è già iniziato l'autunno??? Nulla!
E allora via verso nuove vacanze! Barcellona chiama e io rispondo. Certo che 10 gradi in meno non avrebbero fatto schifo, ma va bene anche così. In giro per la parte vecchia, fra la folla della festa de Gracia, bevendo orxata è già ora di fare rientro alla base.
Ma le cose sono cambiate, perché la base sta per cambiare di nuovo. Ho deciso di cambiare vita e lo comunico al mio capo a
Settembre.
Presento la lettera di dimissioni, inizio a cercare una ditta di traslochi e a disdire mille abbonamenti e cazzabubbole: ovvio che se non faccio almeno due traslochi nel giro di sei mesi io non sono felice!
Molta gente ride quando li informo delle mie idee sul futuro, altri pensano che sia una battuta ma non ho tempo di pensarci e poi no, dico sul serio, da grande voglio lavorare in pasticceria.
Mi distraggo con un ulteriore salto in Italia e con un concerto di David Gray alla Roundhouse. Mi rimangono pochi giorni di lavoro, perché è già
Ottobre.
Gli ultimi giorni in ufficio, che mi sembravano eterni, iniziano a diminuire sempre più velocemente davanti ai miei occhi. Davvero ho solo più due settimane di lavoro? Allora le riduco ulteriormente andandomene a Lisbona!
Che città, che gente, che tempo!!! Bello, bello, bello, il modo migliore per finire il mese e iniziare
Novembre.
Bevuta al pub d'addio.
Festa d'addio.
Cena d'addio.
Il mio fegato non pensava di riuscire a sopravvivere, ma ha stupito pure sé stesso. Torno in Italia. Guinness the cactus arriva sana e salva a destinazione e io passo un po' di tempo tranquillo in famiglia e con gli amici.
Nulla di eccezionale, ma anche cose piccole come il sorriso di Davide o una partita fiume a pinnacola mi tranquillizzano un po'.
I miei piani saltano tutti in aria, cerco un piano B che si concretizza a
Dicembre.
Sarà anche solo per un mese, ma lavorare in pasticceria è bello, bello, bello!
Sfoglia, frolla, creme e gelatina! Un colpo di tarocco, una spatolata di panna ed è Natale, passato in casa a giocare con i nipoti, a chiacchierare con mia mamma, a fotografare, scrivere e sognare.


Ed ecco che... L'anno è finito e il bilancio è complicato, ma non creativo, come sembra piacere alle nuove leggi.
Registrati tutti i colpi bassi, gli amici persi perché tanto amici poi non erano, le delusioni di vario genere, metto all'attivo amici nuovi e soliti, decisioni pazze per i più ma sensate per il mio cuore, tanti sogni e molto amore.

Capodanno è solo una data, per quanto simbolica.
Più importante è il mazzo di carte che mi ha regalato Dae-Gon, fido compagno di caffè mattutino in Nokia, le mail dall'Inghilterra a cui un po' alla volta risponderò, le persone che incontro in Italia, quelle che aspetto che arrivino o ritornino.
Più importante è pensare a chi se ne è andato, a chi è rimasto nonostante tutto (grazie).
La canzone di Rent dell'anno scorso vale anche per questo.
Bye Bye 2009. Welcome 2010, vedi di comportarti come si deve, neh?

Wednesday, 30 December 2009

Piccole scene di gioia quotidiana

Stamattina, una mattina come tante altre, forse più noiosa di molte altre, il mio cuore si è gonfiato di gioia.
Stavo preparando il pastello per la sfoglia quando ho girato lo sguardo distrattamente verso la porta al fondo del laboratorio: dà su una stradina laterale e, anche desse sul panorama più bello del mondo non potrei vedere molto. Una parte è di vetro smerigliato opaco mentre la parte trasparente è coperta da due poster: una mappa dei pani d'Italia su un lato e la tradizionale cartolina del Grande Torino, formazione '48/'49 sull'altro.
Davanti alla porta è arrivato correndo un bambino. Non so nulla di lui, tranne che non era più alto di un metro e venti, indossava un berretto nero e un giaccone blu. So che si è fermato davanti alla porta, si è messo a guardare il poster e in quel momento il nonno l'ha raggiunto: insieme hanno indicato ogni giocatore, poi il nonno ha appoggiato una mano sulla spalla del nipotino e sono andati via. 
Mentre tornavo a impastare, mi è nato un sorriso e non s'è ancora spento.


Sunday, 27 December 2009

the condor got the wings clipped

As much as writing in English about an Italian radio show might sound weird, I've tried writing it in Italian and didn't like it at all.
Moreover, Italian radio has been a big part of my life in UK, because I couldn't completely get used to English radios (in tune with nothing, don't touch the dial to me), so I relied a lot on podcasts of my favourite shows back home.
Last week, one of these shows closed down.
Condor was hosted by Luca Sofri and Matteo Bordone (that previously was the host of another clever show, Dispenser). 
Condor was a mix of everything: interesting news and funny news, serious topics, reviews of music, books and movies, a mix of everything that makes life interesting. And it was brilliant, because of all the ideas and suggestions these 2 would throw in their one-hour show.
But now the radio, Radio Due (a public radio), has a new director that wants to make the radio more "commercial", so the whole programming is changing.
Condor is a intelligent show with good ratings, but according to the new head of the radio that's not enough.
It's not the only one closing, some other shows are going to end as well, some others have been moved in the late evening or night slot (like the above mentioned Dispenser, that is at 11 in the night now, so most of the time I just get the podcast, which doesn't appear in the ratings, so quite likely it will be following the same sad path soon).
The new director's idea of how the radio should be is quite (painfully) simple: let's get rid of all the shows with any signs of intelligent use of the time and let's change it with something more in line with the general trend of Italian life.
Let's have a radio-reality! 
Hell yeah! This country is not full enough of dumb people that thinks that the only way to achieve their dreams is not working hard but appearing on tv, no! We need a new slice of the population that, instead of TV, chooses the radio for its quarter of hour of fame and as appointed place of annihilation of intelligence.
Argh, it just makes me so, so, so mad!
So now I just download the last few podcast, hoping the trend will stop and won't bring in some other good shows and thinking about all the books, movies, news I had the chance to know thanks to Condor.
I'll keep reading the blogs and hoping they will eventually come back on Radio Due or any other radio.


Moreover, I need to be grateful to Matteo Bordone, because on his personal blog he linked an hilarious video that cheered my mood.
Have a look:







Staying alive

Superare le feste incolumi è una delle più grandi sfide che la vita in famiglia ti possa porre davanti.
Credo sia colpa del troppo che abbonda in ogni cosa: troppo cibo, troppo vino, troppe schifezze, troppe chiacchiere.
Quel cercare forzato di essere tutti più buoni e andare d'amore e d'accordo per quelle 24 ore di festa.
Ecco i problemi a casa mia nascono soprattutto da quest'ultimo punto.
Noi non siamo geneticamente capaci di andare d'accordo per così tanto tempo di fila. Abbiamo bisogno di discussioni, botte e risposta, altrimenti dopo un po' ci innervosiamo e finisce che parte una mega-litigata che ci sentono pure quelli del sesto piano.
Alle superiori mi chiedevo spesso perché non potevamo anche noi essere una famiglia "normale", una famiglia come quelle dei miei amici, dove tutto si faceva a regola d'arte, secondo tradizione, e ci si voleva tutti più bene, e il mondo era un posto migliore e così discorrendo finiva per venirmi il diabete.
Poi però ho capito che non poteva essere così per noi e che, in fin dei conti, non volevo nemmeno fosse così.
Cedere al buonismo imperante a Natale, non può che portare stress a tutta la famiglia. Stress che però con gli anni abbiamo imparato a gestire. Principalmente ce ne freghiamo altamente e ci comportiamo come fosse un giorno qualsiasi. Anzi, non fosse per Sara e Davide, che in quanto bambini sentono il Natale in maniera diversa, non lo festeggeremmo neppure.
Poi ce l'altro grande hobby: guardare papà che insulta la televisione. 
E' molto semplice: si prende papà, lo si fa sedere sul divano e, a tradimento, si sintonizza la tv su un programma ad alto contenuto intellettuale, stile "Mezzogiorno in famiglia". Mio padre non resiste molto e, visto che è un creativo della parolaccia, attacca una serie articolata di insulti che non è solo divertente, ma pure istruttiva! (Non è mai troppo tardi per imparare nuovi insulti).


Così, fra un bicchiere di vino, una fetta di pandoro, qualche foto più o meno decente, Natale è passato.
Ora sta per arrivare Capodanno e io già mi sento male...

Monday, 21 December 2009

Fiabe stravaccate - sesta parte

"Allora, possiamo riascoltare i Pooh che cantano le canzone di Geppetto?"
"No, pietà ti prego. E' quasi Natale, non ti senti un po' più buona? Guarda ora ti racconto un altro pezzo di storia nella speranza che nel frattempo tuo nonno faccia sparire il cd, va bene?"
"Va bene, ma dopo ascoltiamo il cd tranne la 6 perché mi commuove."

"Il signor Smith bevve un sorso dal bicchiere, poi fece un lungo respiro, come per darsi coraggio e prese a raccontare la sua storia:

"Devi sapere, Klaus, che molto tempo fa io abitavo non lontanto da qua. Sono nato e cresciuto in una città poco distante da Geischeleton: lì ho studiato, lavorato, firmato per un mutuo trentennale e di riflesso pure sposato. Nulla di eclatante o particolare. Una vita come quella di tutti gli altri. Alzarsi al mattino, coricarsi la sera, fare ferie e pagare le tasse.
La mia vita procedeva placida e tranquilla, nessuna novità, ogni sera rientravo nel vialetto che portava alla mia porta e sentivo che mi stavo trascinando su quel vialetto, come se sulle mie spalle si fosse depositato il peso di tutta la mediocrità della mia vita.
Vedi, Klaus, io ero un ragazzo ambizioso, volevo di più, che cosa fosse quel di più che sentivo mi spettasse non lo sapevo bene neppure io, ma lo volevo: al di sopra di ogni cosa, oltre la considerazione verso chiunque mi stesse accanto.

Il problema, per l'appunto, è che ero come molti altri ragazzi della mia età: confuso, indeciso, forse pure viziato, di sicuro ignorante. Ignoravo cosa succedeva oltre gli stretti confini del mio microcosmo, ignoravo i sentimenti altrui e i miei desideri.
Questa idea di non stare vivendo la vita che era scritta per me nelle stelle divenne un chiodo fisso, che presto si arrugginì e avveleno come il peggiore caso di tetano, tutto ciò che mi stava accanto.

Se questo non ti sembra un problema di suo già abbastanza pericoloso, sappi che tutto era complicato dalla mia parte idealista: quello che era scritto nel mio destino avrebbe cambiato il mondo, perché il mio più grande sogno era cambiare il mondo.

Finché non arrivo il giorno in cui mi sembrò che tutti i miei desideri si fossero realizzati.

Che idiota che ero, Klaus! Che idiota a non comprendere che c'è un enorme differenza fra cambiare e migliorare e che anche il migliorare è discutibile!

La mia grande occasione si presentò sotto le spoglie di un importante uomo d'affari della tua città.
Ci conoscemmo durante un convegno e la nostra idea prese forma durante una cena: avremmo fondato una casa editrice unica.
A differenza di tutte le altre esistenti, sarebbe stata autosufficiente. La carta, l'inchiostro, le parole che avremmo venduto non le avremmo in nessun caso reperite fuori. Tutto sarebbe stato recuperato nella nostra catena produttiva. Anche i negozi in cui avremmo venduto i nostri libri sarebbero stati di nostra proprietà: in questo modo avremmo abbattuto i costi, massimizzato i profitti e sbaragliato la concorrenza.
Così nacque la Fastbook, l'equivalente delle catene di hamburger o pollo fritto.
Fra i nostri beni rientravano foreste di betulla, fabbriche di produzione carta, tipografie, negozi di piccola e grande distribuzione, centri di smistamento, più un centinaio di scrittori in batteria. Loro, gli scrittori, erano il nostro punto di forza: frustrati e alla ricerca del loro grande Romanzo con la erre maiuscola, accettavano di scrivere per noi in cambio di alloggio, vitto e alcune ore al giorno per lavorare ai loro capolavori.
Scrivevano di tutto: dai romanzi rosa alla fantascienza, passando per i manuali di massaggio plantare.

In breve tempo ci arricchimmo oltre ogni dire, arrivando a dominare l'intero settore editoriale.
Stavamo per fare il grande salto e andare all'attacco dell'informazione televisiva, quando le cose iniziarono a mettersi male per me. Mia moglie, stanca del mio non essere mai presente, ma così diverso dalla persona di cui si era innamorata, non si prese nemmeno la briga di chiedermi il divorzio: presentò le carte alla mia segretaria che le firmo tutte visto che era stata da me incaricata di sbarazzarsi di tutte le grane familiari.

La mia reazione quando scoprii il fattaccio fu matura e flemmatica: mi sbronzai come pochi e poi mi buttai ancora più nel lavoro. Così, una sera, mentre ero seduto alla mia scrivania, feci una sorpresa straordinaria: uno dei nostri scrittori in batteria non solo aveva iniziato a scrivere il suo capolavoro, ma l'aveva pure continuato e addirittura finito. Non solo lui era convinto di aver scritto il suo grande Romanzo con la erre maiuscola, ma ne ero convinto pure io! 
Il suo manoscritto era davvero un capolavoro, anche un cinico inaridito come me poteva capire che ogni sua singola pagina aveva davvero il potere di cambiare il mondo. Ero fermamente convinto che, se l'avessimo pubblicato non avremmo solo cambiato il mondo, l'avremmo pure migliorato, capisci Klaus?

Purtroppo il mio entusiasmo non era condiviso dal mio socio. Fastbook non era nata per capolavori o libri veri e qualsiasi mio tentativo di vedere il libro pubblicato fu un vero e proprio fiasco. Le provai tutte, ma ormai troppo concentrato su questo mio obiettivo, non mi accorsi che il mio socio era impegnato a estromettermi dalla gestione della ditta.
E così fu. Non sto ora ad annoiarti con i dettagli ma, in meno tempo di quello che ci vuole per dire la formula magica "Ba-Ba-Ma-Gre Ri-Ca-Me-Lo Ga-Ma-Os", persi tutto: la casa, il lavoro, il conto in banca, la canoa, la collezione di Puffi e soprattutto l'unica copia del manoscritto.

Molte cose le ho recuperate nel corso degli anni, ma il mio cuore no. Il mio cuore è rimasto fra le pagine di quel libro. Quel libro che, non sono stupido, me ne rendo conto ora, probabilmente non avrebbe migliorato il mondo, ma ha cambiato nel bene e nel male il mio piccolo mondo.
Ora li rivoglio indietro, il libro e il mio cuore.
Ecco perché ho bisogno del tuo aiuto. Aiuto retribuito, ça va sans dir"

"Quindi, in soldoni, vuole che le recuperi in maniera non propriamente dentro i limiti di legge, questo libro. Ottimo! E dove lo posso trovare?"

"In un posto che dovresti conoscere bene: la casa degli Geischeleton"...

"Zia, secondo te a Klaus piace la canzone di Geppetto?"
"Aiutatemi..."

(Continua...)

Sunday, 20 December 2009

Il destino nel nome

Quando ero piccola, sui due o tre anni, i miei mi avevano comprato un triciclo.
A me proprio non piaceva quel triciclo, provavo antipatia a pelle, ammesso che si possa trovare un triciclo antipatico. Fatto sta che mi ci si sedevano sopra quasi a forza e poi io non mi muovevo. Me ne stavo ferma sul posto e non pedalavo.


Oggi dopo pranzo guardavo il telegiornale con mia mamma.
C'era un servizio sui disagi dei trasporti e i ritardi abissali delle ferrovie italiane.
Mia madre si volta e mi dice: "Si vede che è proprio il destino nel nome, secondo me se lo ribattezzano poi le cose migliorano".
Perché uno dei problemi delle ferrovie italiane ha qualcosa in comune con il mio triciclo (non la mia antipatia, anche se...): pure il mio triciclo si chiamava Frecciarossa.

I biscotti Diecicento

Diecicento biscotti
La guardo e penso: "umisignur che foto!"
Però al momento non rimane nessun'altra testimonianza di questi biscotti.
Li ho preparati per la festa di natale di Diecicento, ma fra il lavoro, la recita di Natale all'asilo della nipote, il freddo polare e la neve proprio non avevo tempo di mettermi lì a cercare di arrangiarli graziosamente su un tavolo da portata, stendere una tovaglia dai caldi colori natalizi, montare il treppiede e impostare bene la macchina fotografica.
Avrei potuto fare una foto decente, ma ero troppo impegnata nel vano tentativo di non far capire che avevo di nuovo perso le chiavi di casa (forse non avrei dovuto aggirarmi fra la cucina e la camera da letta dicendo ad alta voce: "Ma dove c@##0 ho messo quelle c@##0 di chiavi). Quello che ho fatto quindi è stato: svuotare una scatola di merendine, metterci un tovagliolo di carta, trasferirci dentro i biscotti, scattare una foto e tornare alla ricerca delle chiavi.

Che poi ho trovato, così sono potuta uscire di casa sicura di poterci pure rientrare.
I biscotti alla fine sono piaciuti: li ho stampigliati con la scritta del gruppo. Poi visto che volevo li mangiasse pure Vivi, li ho fatti gluten-free.
E' il secondo dolce per celiaci in cui mi cimento dopo la Valdatorte e ormai inizio a prenderci gusto, anche se non è esattamente facile. La farina per celiaci non è ovviamente farina come la si intende nel senso comune del termine, ma un mix di fecola di patate, amido di mais, addensanti e può contenere uova, soia e latte. Così è scritto sulla confezione della farina che avevo usato a settembre, me ne era avanzato un pugno lillipuziano che ho aggiunto agli altri ingredienti per fare i biscotti Diecicento.

Ingredienti:
150 gr fecola di patate circa
120 gr amido di mais più o meno
1 pugno di farina per celiaci
120 gr burro
130 gr zucchero
1 uovo
3 cucchiai di cannella
1 pizzico di sale (che forse si potrebbe pure non aggiungere, ma tutte le ricette di dolci di mia nonna hanno la scritta "sale q.b." quindi io mi fido)

Mescolare insieme la fecola di patate, l'amido di mais e l'eventuale rimasuglio di farina per celiaci.
Fare una crema con il burro e lo zucchero, poi aggiungere la cannella, il sale e l'uovo.
Aggiungere la fecola e l'amido un po' alla volta, impastando con calma, altrimenti la fecola si solleva in una nuvola di nebbia che copre tutta la cucina.
Formare una palla, avvolgerla nella pellicola e lasciarla riposare in forno per 30 minuti.
Accendere il forno a 180°C.
Stendere la pasta a meno di un cm, tagliare i biscotti e infornarli per dieci minuti circa, fino a quando i bordi dei biscotti non appaiono dorati.
Lasciarli raffreddare, perché sono friabili e si sbriciolano facilmente quando sono caldi.

Wednesday, 16 December 2009

Fiabe stravaccate - quinta parte

"Zia, adesso dobbiamo copiare in stampatello tutto Red e Toby così quando sono a casa posso leggere la storia insieme a mamma e papà"
"Vedo che i tuoi genitori hanno smesso di ridacchiare delle mie miserie. Ora prima di proseguire, mi occupo pure del nonno: sappi, amore di zia, che nonno Cicci è in ferie per tutto il periodo natalizio e si offre volontario per scriverti la storia tutte le volte che vuoi. Ah! E ora a noi..."

"L'uomo che Klaus si ritrovò a fissare negli occhi aveva un certo non so che di rassicurante: gli occhialini con montatura di stagnola non nascondevano ma amplificavano lo sguardo allegro, il completo giacca-pantalone di feltro rosso con cuciture verde, completato da una cravatta psichedelica era familiare. Klaus fissava lo sconosciuto a bocca aperta, fermo sulla soglia, quasi incurante degli improperi che Winnie gli stava lanciando perché stava facendo entrare il freddo e la neve.

"Klaus the Mouse, presumo"
"No, lui è Klaus Hiiret, e io sono Winnie, la ci tengo-a-sottolineare-divorziata-ma-ancora-piacente-e-piaciosa mamma di Klaus e lei chi è, bel fusto?"
"Mamma!"
"Enchanté! Mi domandavo se Klaus non fosse interessato a fare quattro chiacchiere con me. Qualcosa di molto generico e blando, il più e il meno, il per e il diviso, il lavoro..."

"Sono disoccupato al momento e penso che rimarrò tale ancora a lungo, signor..."
"Oh, ma che cafone, non mi sono presentato!"
"No, no, è mio figlio che è un cafone!", si intromise Winnie, "Klaus, ti ho forse tirato su in questo modo?!?! Fai entrare il signore, suvvia? Resta con noi per cena e magari pure dopo?" 
"Mamma, non hai niente di meglio da fare?"
"No, si accomodi, non me lo faccia ripetere due volte"
"Se la mette su questo piano, non posso rifiutare una tale ospitalità"
"Va bene, non rifiuti, entri, mi casa es su casa, ma lei chi è!?!"
"Io sono il signor Smith; ho fatto un lungo viaggio, da Washington, per offrirle un lavoro unico, un'occasione che non capita tutti i giorni, qualcosa di cui si parlerà nei decenni a venire, senza che per questo il suo nome venga mai pronunciato."


Klaus richiuse la porta, si sedette insieme a Winnie e al signor Smith al tavolo.
Il silenzio che era calato sui tre era interrotto sommessamente dal crepitio del fuoco, dallo sgocciolio del rubinetto e dalle ciglia di Winnie che sventolavano adoranti in direzione del signor Smith.


"Ho condotto indagini molto riservate e altrettanto accurate e la conclusione è sempre la stessa. A quanto pare non esiste miglior topo d'appartamenti di te, Klaus"


"E cosa vuole che le rubi, il Natale per caso?", rispose Klaus, che si dibatteva fra la sensazione di familiarità che lo sguardo del signor Smith sapeva infondere e l'altrettanto netta sensazione di pericolo imminente che non poteva fare a meno di provare.


"Molto hollywoodiana come idea, potrebbe venirci fuori un film a pensarci bene, ma no, Klaus, ho bisogno che tu mi aiuti a entrare in possesso di qualcosa di molto più piccolo. Voglio che tu approfitti della confusione che il Natale scatena in queste lande per recuperarmi un oggetto preziosissimo"


"Sarebbe a dire?"


"Il mio cuore, cosa ci può essere di più prezioso?"


Fuori la neve sembrava cadere ancora più forte, Winnie era svenuta e Klaus si domandava perché non avesse deciso di accettare il posto di telefonista di call center quando ne aveva avuto l'occasione.


Il signor Smith invece continuava a guardare Klaus calmo, mentre si versava da bere e si preparava a spiegare meglio a Klaus cosa intendesse esattamente con la sua richiesta...

Sunday, 13 December 2009

Domenica pomeriggio a Torino

Tutti dicono dovrebbe nevicare ma mi sembra faccia troppo freddo. 
Dovrei uscire per fare qualche commissione, ma fa freddo e il letto sembra un'alternativa migliore.
Stomaco e testa sono rimasti al dopo-sbronza creatosi la sera prima.
Telefona Paoletta: "Senti, abbiamo un biglietto in più per lo Schiaccianoci, perché Marco ha dovuto rinunciare all'ultimo minuto; se riesci ad essere al Regio per le 3..."
E che ci vuole? In meno di un'ora e un quarto mi doccio, vesto, tramo e arrivo davanti al Regio. 
Tutto perfetto tranne la scelta della gonna al posto dei pantaloni, visto che mi sono congelata aspettando il 15 al ritorno.
Però questo e altro per uno dei miei balletti preferiti e per di più al Regio, con quella sua platea che assomiglia a un carotaggio della società contemporanea: le famiglie, le madamine con paltò buono tirato fuori dalla naftalina per andare a teatro, gli alternativi che non si curano dei vestiti o per lo meno dicono di non curarsi, gente che non sa che ci sta a fare lì, invasati del balletto, di tutto un po'.
All'uscita sono caduti due o tre fiocchi ghiacciati di neve e basta ma poco importa: per il secondo anno di fila "Lo Schiaccianoci" è riuscito a farmi sentire un po' di più il clima natalizio.
domenica pomeriggio a Torino
(ok, ammetto che anche i cioccolatini di Gobino che ci hanno regalato durante l'intervallo hanno aiutato a entrare nel clima natalizio!)

Sotto i portici

Il lato porticato di Piazza Castello l'ho sempre affrontato di buon passo.
Affrontato perché non è probabilmente la mia parte preferita del centro e di sicuro della piazza: troppi tamarri che ostruiscono il passaggio davanti al Mac, troppi venditori ambulanti (non fumo e uso fazzoletti di stoffa, grazie), troppa gente che mi chiede se ho pregiudizi contro questo e quest'altro ("certo, moltissimi, ma nel tuo caso non mi baso su pregiudizi ma su dati di fatto").
Quindi testa bassa e via, slalom fra ragazzotti con le sopracciglia curate meglio delle mie e madamine impellicciate.
Poi però rallento sempre, giro la testa e mi parte un sospiro.
La vetrina che riflette sbilenca la mia immagine ospita orrende calzature, ma a me piace immaginare che lì ci sia ancora la la porta di Maschio. 
Maschio era più di un semplice negozio di musica. Era IL negozio, come lui nessuno mai.
L'entrata già di suo era unica, con quella girella da supermercato che nessun negozio ha mai più avuto.
I colori dei cerchietti adesivi erano una forma base di comunicazione, semplice ed efficace che copriva l'intero arco di possibilità, dal "wow, lo prendo subito!!!" al "gulp, magari ripasso".

Mentre Adri si sceglieva gli spartiti, io tentavo di alimentare la mia precaria cultura musicale, anche se preferivo di gran lunga cazzeggiare fra gli strumenti musicali che no, non ne so suonare manco uno e con ciò? 
Uno strumento con un nome così bello come viola o unico come oboe si possono anche solo guardare e bon parej.
La cosa che mi piaceva tanto di Maschio era l'etichetta argentata con il nome del negozio. Quando il commesso l'attaccava non era mai una cosa affrettata o fatta alla bell'e meglio. No, no: a me sembrava sempre fatta con felicità e con tanto orgoglio. E io di conseguenza mi inorgoglivo: dell'acquisto, della scelta del negozio, dell'essere torinese e abitarci perché certo, i miei cugini si vantavano sempre di abitare in luoghi e città sempre e comunque migliori di Torino e bla bla bla, ma ce li avete i cri cri voi, eh? E soprattutto ce l'avete voi un negozio come Maschio?
No e no, 2 a 0 per Torino e palla al centro.
Uscivo da lì e i tamarri mi sembravano meno tamarri o comunque più sopportabili, mi sembrava di aver meno pregiudizi verso i taglieggiatori di beneficenza e sentivo di poter rallentare pure il passo.
Torino è migliorata molto negli ultimi anni, ma strada facendo ha perso cose belle e speciali, proprio come Maschio.

Reconstructing a fable

Saturday, 12 December 2009

Fiabe stravaccate - quarta parte


"Veramente zia, c'ero seduta io sul divano prima!"
"Chiedo umilmente venia, mi sposto?"
"Eh beh, certo!"

"Molti inverni e altrettanti Natali erano passati da quel pomeriggio e Klaus non aveva più visto Nick.
Verso Natale, riceveva sempre una cartolina e dai geroglifici scarabocchiati sopra riusciva a capire che il suo amico stava bene ed era ancora a Parigi.

Rudolph aveva appeso definitivamente il fucile al chiodo. Per lo meno ci aveva provato, ma la vista non più perfetta e le mani tremolanti gli avevano fatto scivolare a terra lo schioppo da cui era partito un colpo che aveva fatto fuori Winnie: la pallottola l'aveva mancata, ma Winnie non l'aveva presa bene. Più che una pallottola, era stata la proverbiale goccia che aveva fatto traboccare il vaso:  Winnie aveva fatto armi e bagagli e si era trasferita. Era tornata, ma solo perché si era scordata che doveva portare via pure il manuale dei vegetali fuori dal comune e magari anche Klaus.
La separazione dei genitori non aveva causato alcun trauma a Klaus, gli era scivolato sopra come un fatto qualunque, perché era ormai completamente concentrato sulla sua nuova passione, che andava a braccetto con l'acrobatismo pirotecnico.
"Mamma, mamma! Ho scoperto quello che voglio essere! Voglio fare il ladro!"
"Tesoro, non si dice ladro! L'espressione corretta è: operatore di rimozione non autorizzata di proprietà altrui." 

Winnie tornò a lavorare sulla sua ultima pozione natalizia e nient'altro venne detto riguardo all'argomento. 
Klaus si era gettato a capofitto, da autodidatta appassionato, nell'apprendimento di trucchi e segreti per diventare un provetto topo d'appartamenti.
In breve tempo aveva capito che dei diversi modi per rubare, alcuni erano legali e osannati, altri meno ben visti, ma non aveva capito cosa rendeva migliore o più accettata una forma di furto rispetto a un'altra.
Non rubava mai a chi era povero: gli lasciava addosso pure una spiacevole sensazione di malessere che Klaus aveva identificato come "senso di colpa". 
Beh, a voler essere pignoli, non rubava a chi era economicamente povero, ma non si poneva molti problemi se si trattava di rubare a persone umanamente povere.
Gli Geischeleton avevano pianto di più la perdita del Van Cioc trafugato da Klaus che per l'assenza di Nick e questo era stato un peccato mortale agli occhi di Klaus, un peccato che aveva annientato sul nascere ogni possibile rimorso per quel furto e per tutti gli altri che aveva portato a termine nelle loro varie residenze.
Certo, non tutto era andato così liscio.
C'era stato quel piccolo incidente, aveva avuto incontri più o meno ravvicinati con le forze dell'ordine e per alcuni anni si era visto costretto a trasferire la sua residenza nella cella 1984 delle carceri cittadine. Una piccola svista non gli aveva fatto notare un allarme ancora attivo, uno sformato di mou e gorgonzola piccante di troppo gli aveva allargato il giro vita e rallentato le gambe, così, quando l'allarme era scattato, non era riuscito a sfuggire attraverso le maglie della giustizia, ma ci era rimasto incastrato.

Ci era rimasto incastrato per 3 anni e 6 mesi senza condizionale, ma con il congiuntivo utilizzato sempre correttamente:  Klaus era un amante della lingua e della grammatica e, anche in carcere, era restato abbonato a "Periodi e Tempi", il mensile grammaticale preferito da tutte le maestrine con penne, piume e matite rosse.
Allo scadere del tempo, aveva inscatolato i mensili, staccato le cartoline di Parigi, compilato qualche scartoffia e si era ritrovato fuori in un batter d'occhio.
Era l'antivigilia di Natale, su Geischeleton era caduto un lieve strato di neve che attuttiva tutti i rumori, tranne gli insulti e gli improperi degli automobilisti bloccati nel pantano di neve.
Winnie aveva aperto la porta felice e contenta a Klaus e, per festeggiare il suo ritorno, aveva preparato il piatto preferito del suo bambino.
"Mamma, ho 30 anni ormai! Ho fatto 3 anni e passa in gattabuia, sono un brutto ceffo!"
"Non importa quanti anni hai o hai passato dove! Sei il mio bambino e poi non sei brutto, sei il mio Klausbello, pucci pucci!"
Klaus stava versando il sidro alla peronospora nei bicchieri e Winnie stava affettando lo sformato di funghi magici e pollastro mirabolante, quando qualcuno bussò alla porta.
"Il negozio è chiuso", urlò Winnie.
"Non sono qui per il negozio", arrivò la risposta da fuori. 
"Arrivo, arrivo" disse Klaus, quando si accorse che la madre sembrava pronta a una lunga discussione.

Ancora non lo sapeva ma la sua vita stava per cambiare.
Mentre Klaus apriva la porta, una serie inaspettata di eventi si metteva in moto..."


(Continua?)

Friday, 11 December 2009

la vergogna, questa (s)conosciuta

Quando il dizionario di carta è troppo lontano per esser raggiunto (in un'altra camera, in un'altra stanza... no, mi fanno male le gambe, non fatemi alzare), rimane sempre il vocabolario Garzanti ed. 2005 installato sul fido giquattro: questo compassionevole ammasso di byte mi ha rassicurato stasera e mi ha confermato che con vergogna si intende un "sentimento di mortificazione derivante dalla consapevolezza che un’azione, un comportamento, un discorso ecc., propri o anche di altri, sono disonorevoli, sconvenienti, ingiusti o indecenti".
Quindi non mi sono rimbecillita io all'improvviso!
Ora devo solo trovare un modo per far leggere questa definizione alla gentaglia varia che occupa le notizie politiche e di cronaca dei quotidiani italiani. 
Potrei mettere link di diversi articoli, ma a che pro? 
Sono stanca già di mio e non mi ci vuole pure questa continua sensazione di vergogna: l'unica cosa che è cambiata è che ora non ho colleghi che mi pigliano per i fondelli quando l'Italia finisce in prima pagina su Metro o sul Guardian, ma solo perché siamo sulla stessa barca.
Ah, mi dicono dalla regia che si chiama Titanic.

Wednesday, 9 December 2009

Fiabe stravaccate - terza parte

Klaus e Nick avevano scelto di non partecipare al coro di Natale: Klaus riteneva fosse una totale perdita di tempo che nulla faceva se non distrarlo dalla sua nuova passione, l'acrobatismo pirotecnico. Lanciare e riprendere birilli infuocati era un'attività molto difficile che richiedeva concentrazione e spazio, caratteristiche non comuni per un coro di bambini. Nick invece non partecipava a nulla di cui non fosse l'ideatore ("Klaus! No! Trend setter, mio caro "fashion-sense challenged" amico, io non sono un ideatore, sono un trend setter, capito?"). 
Il fatto che nessuno li avesse invitati a far parte del coro poteva aver influito, seppure parzialmente, sulle loro scelte; fatto sta che si trovarono quel pomeriggio, simile a molti altri, a casa di Nick, impegnati a dar fondo alla torta di licheni preparata dalla formosa e prorompente tata asburgica di Nick e a svuotare una bottiglia dopo l'altra la riserva di famiglia di sidro alla peronospora. La peronospora, si sa, dà subito alla testa e così in men che non si dica si erano ritrovati ubriachi.
"Ehi Klaus, so digrignare i denti, ma solo quelli di sopra!"
"Eh? Che vorresti dire? E chi è Klaus? Io sono il mostro dei biscotti!"
"Non so, tu non sembri mostruoso ma io mi sento confuso. Magari ora mi siedo un attimo. Conto gli aghi di pino o i buchi sul muro e vediamo se mi riprendo"
"Ma no! Se ti siedi stai ancora peggio! Poi finisce che dobbiamo giocare a slittapapà! Dammi retta, alzati, fai due passi e schiarisciti le idee... Anzi, vieni qua e fammi da aiutante: ti mostro il mio ultimo numero, pensavo di chiamarlo "Fuoco In Repentina Espansione"
"..."
"FIRE! Fuoco In Repentina Espansione! Si tratta di mischiare i trucchi dei mangiatori di fuoco con l'arte dei giocolieri: imbeviamo queste palline di sidro, poi tu me le lanci e io, prima di acchiapparle, ci sputo sopra del fuoco, che ne pensi?"
"Sembra carino, poi l'arancione è un colore caldo che si adatta a questa stagione! Certo, non ho gli abiti adatti al numero ma se mi dai due minuti, ho un paio di pantaloni che farebbero giusto..."
"Ah Nick, ma questa è una prova, magari quando debuttiamo al circolo della Magilla"
Purtroppo Klaus non aveva pensato che non fosse solo Nick ad essere ubriaco: dopo aver dato fuoco alle palle con una boccata di fuoco, Klaus perse il controllo di una delle sfere di fuoco che termino il suo perfetto movimento parabolico sui rami dell'albero tutto decorato di casa Geischeleton.


La fiamma sembrò congelarsi nel tempo all'infinito, ma era solo un'impressione causata dai riflessi annebbiati di Klaus, perché ben presto la piccola fiamma si propagò lungo tutto l'albero, trasformandolo in una curiosa piramide infuocata che lambiva i pesanti tendaggi e la poltrona eskimo del papà di Nick.
"Oh oh oh!", esclamò Klaus, "credo che ci siamo messi nei guai"
"Basta spegnerlo, giusto?"
"Giusto!"
"Hai mai spento un albero in vita tua Klaus?"
"A volerla dire tutta, no."
"Nemmeno io. Ma, se mi posso permettere un consiglio," rispose Nick che sembrava tornato in sè, nonostante lo sguardo vacuo fissato sulle fiamme che ormai stavano per raggiungere la preziosa collezione di statuine di legno di sua madre, "recupererei velocemente le nostre cose, la bottiglia di sidro e fuggirei a gambe levate, perché i miei potrebbero arrabbiarsi, ma arrabbiarsi davvero davvero scoprissero mai siamo stati noi a combinare questo piccolo problema alla mobilia."
Klaus non rispose, ma afferrò tutto ciò che gli capitava sotto mano: i birilli, lo zaino, la cornice d'oro massiccio con la foto del bisnonno di Nick, la bottiglia, un  il giubbotto e seguì Nick a rotta di collo fuori casa.
Corsero fino ai confini della proprietà degli Geischeleton prima di fermarsi a prendere fiato.
Seduti sotto un albero, intenti a bere le ultime gocce di sidro, i due amici guardavano incantati la casa di Nick trasformarsi in un enorme parallelepipedo incandescente.
"Certo che se non convinco papà a trasferirsi a Parigi questa volta, non mi riesce più!" ridacchiò Nick.
"Beh, se non scopre che siamo stati noi..."
"No, Klaus, papà non cederà mai, ma meglio così: non posso fare lo stilista venuto dal nulla se vado a Parigi con i miei. Nicole House deve essere uno stilista che si è fatto da solo: dalla povertà all'olimpo dello stile, un personaggio bohémienne dal passato travagliato, ma con un enorme volontà e visione artistica!"
"Nicol-chi?"
"Nicole House, il mio pseudonimo! Mi ci vedi a rivoluzionare il mondo della moda con un nome come Nick Geischeleton?"
"In effetti, sembra il nome di un rappresentante di valvole per piscina"
"Appunto, devo scappare, vivere per strada! Mmmmh, magari per strada no che mi si sgualcisce la giacca di finta donnola, meglio un piccolo appartamentino."
Il silenzio calò mentre il vento portava il tepore dell'enorme rogo che stava distruggendo la casa di Nick poco lontano.
Ognuno perso nei proprio pensieri, tutti e due presi a sognare un futuro diverso da quello che gli si parava davanti, i due passarono diverso tempo seduti senza parlare, fino a quando uno dei due prese una decisione che avrebbe cambiato il corso delle loro storie. Per sempre
"Nick, pensi che una cornice come questa, che ti assicuro ho preso per puro caso a casa dei tuoi, basti per questo appartamentino?"


Fu così, una sera di tanti tanti tanti inverni fa, che le strade di Nick e Klaus si separarono e mentre Nicole House si preparava a un glorioso ingresso nella scena della moda parigina, Klaus iniziava un'altra carriera di stampo ben diverso...


"Ma poi continui, vero zia?"
"Dipende da quante volte mi costringi a sentire ancora il 45 giri di Red e Toby nemiciamici, Sarabella"
"Giusto, questa storia la continui domani, ora ascoltiamo Red e Toby! Forza, su!"
"Aiuto..."

A Giza come alla bocciofila

Test di associazione di parole: qual e' la prima parola che ti viene in mente se dico...
Mare? Coccofresco!!!
Torino? Casa.
Cioccolato? Fondente.
Fish and Chips? Vinegar.
Piramidi? La bocciofila.


Ehm, qualcuno potrà pensare che ho definitivamente dato di matto, smettete pure di cercare il numero dell’ufficio di igiene mentale. C’è una spiegazione, forse non molto logica, ma pur sempre una spiegazione per questo collegamento.
Da quando zia Bruna mi aveva portato al museo Egizio, verso i cinque anni, avevo iniziato a disegnare le tre piramidi di Giza, con tanto di due o tre cammelli e qualche palma di corredo. Il disegno era sempre uguale ed è probabile che potrei ridisegnarlo tale quale pure oggi, tenendo conto che le mie capacità artistiche sono rimaste pressoché immutate dai dorati tempi dell'infanzia. 
I cammelli erano sempre vicini alle palme, che almeno gli facevano un po’ d’ombra, povere bestie. La piramide di Cheope in primo piano, Chefren e Micherino erano un po’ più spostate verso la sinistra del foglio. Con la matita tracciavo delle righe sulle loro fiancate perché volevo delimitare per bene le mattonelle. Già, perché non erano enormi blocchi di roccia, quelli che componevano le mie piramidi: ero profondamente convinta che quando gli egizi le avevano costruite, le avessero rivestite di piastrelle, un po’ come quando negli anni Settanta c’era stata la moda di usare le mattonelle smaltate per l’esterno (quell’effetto “bagno fuori” che sembrava spopolare a Leumann). Con il tempo le piastrelle erano cadute e nessuno le avevano sostituite, quindi quelle che vedevamo erano gli scheletri delle piramidi, fossili di una civiltà, ma le vere piramidi erano tutt’altra cosa.
Da piccola vedevo tutto il mondo come vedevo le piramidi: omogeneo, liscio, nessuna zona d’ombra, il bene distinto nettamente dal male. Fare scelte non era difficile, così come capire se una persona fosse buona o no, perché le alternative erano ben definite: o sì o no, o bianco o nero.
Non so quanto sia durata questa utopia, forse in parte resiste: partigiana, si è nascosta in qualche angolo remoto della mia mente. 
Probabilmente, poco più tardi aver accettato il fatto che no, gli antichi egizi non rivestivano di piastrelle verdi le loro tombe, mi sono anche iniziata a render conto che nemmeno le persone sono così facili da inserire in categorie separate. Non sono blocchi massicci, compatti e levigati, al più sono dei “roc”, con zone piatte, altre più aspre, possono proteggere ma anche ferire. Ho iniziato a capire e accettare tutto questo con mio nonno Eugenio.
In qualche modo ho sempre notato che c’era una grande differenza fra come io vedevo mio nonno e come lo vedevano mia mamma o mia zia.
Accettare che nonno non fosse solo quello che era per me, un nonno, ma anche altre cose è stato uno dei momenti più importanti e difficili della mia vita. 
Nonno Eugenio era in effetti un gran bell'esempio di "roc": accanito fumatore di MS 80, passione seconda solo alla nutella, ma che veniva prima del pintone di barbera, geometra euclideo, avido lettore dell'enciclopedia agricola, oratore seriale e terrore di tutti i testimoni di Geova che oramai evitavano la nostra casa (e i suoi sermoni) come la peste, nonno mi sembrava davvero, ma davvero felice, solo nel momento in cui prendeva le bocce, le scarpe e metteva in moto la 127 e si dirigeva nella bocciofila di turno.
Giocava a bocce con una passione e una veemenza che gli mancavano in buona parte della vita di tutti i giorni, chiacchierava, rideva, imprecava, bocciava e non credo gli importasse molto vincere o perdere, finché era lì che giocava.
Alla bocciofila nonno era tutto ciò che era: un grande nonno, un pessimo padre, un marito catastrofico. Un uomo, insomma. Ma anche un po' una piramide.

Sunday, 6 December 2009

Ancora in tempo...

Ultimamente ho la forza di una patata bollita e la reattività di un pezzo di marmo, dono generoso degli antibiotici, che non smetterò di prendere mai abbastanza presto.
In più sono molto nervosa: non sono mai stata disoccupata così a lungo e volontariamente e non so esattamente bene come reagire. La ricerca di ciò che voglio si scontra con la solita mentalità italiana e parte di me è già lì che mi dice che non sarebbe poi un male rifare le valigie, prima del previsto certo ma tanto lo sapevi che non sarebbe stato per sempre e poi stavolta è un paese mediterraneo, quindi qualche mese di anticipo non sono poi così male...
still in time
L'ho letto di sfuggita almeno una volta al giorno negli ultimi giorni e oggi, uscita per fare due passi, ho colto l'occasione per una foto ricordo.
E' una scritta che a volte mi infastidisce, la prima volta l'ho schedata subito come saccente, una specie di "armiamoci e partite", avrei preferito un siamo che ci abbracciava un po' tutti.
Però spesso è rincuorante, passo, leggo e mi dico di non mollare e di provare a lasciare la valigia lì dov'è almeno per un altro po'...



Saturday, 5 December 2009

La nocciolacca

Non ho mai avuto un fortissimo accento italiano nel parlare inglese.
A chi si stupiva di sapermi italiana e non tedesca e mi domandava dove avessi imparato l'inglese, io spiegavo che avevo imparato molto dai miei insegnati, i signori Summer e Strummer, ma anche il prof. Ray Cokes mi aveva insegnato due o tre cose.
Dopo due anni e mezzo di vita in inglese, si è creato un nuovo accento che italiano non è, ma che non mi fa passare comunque per anglofona.
Lo si capisce subito dalla acca a inizio parola.
La acca è importante anche se spesso non le prestiamo la dovuta attenzione, e allora può andare a finir male, come in quella favola di Rodari dove la acca se ne va e le chiese crollano già perché sono solo più ciese e non sanno reggersi in piedi. A quel punto della mia infanzia ho iniziato a comprendere la sottile linea di confine fra realtà e finzione, perché, nella vita di tutti i giorni, ciese e chiese non crollano mica perché gli manca l'acca, ma perché hanno fondamenta costruite con la plastilina.
Tornando all'acca, io non so esattamente bene come la pronuncio, ma so che i miei colleghi adoravano sentirla. Anche altri italiani l'hanno simile, ma in me questa pronuncio è leggermente diverse quindi era un continuo farmi domande che prevedessero nella risposta un'acca iniziale: happy, hungry... e la preferita in assoluto, la acca di nocciola.
Le nocciole io le adoro, quindi quando portavo dolci in ufficio una volta su tre contenevano nocciole. Ogni volta che Chris o Vasi mi chiedevano che ingredienti avessi usato per i biscotti o la torta di turno vedevo che aspettavano solo quella parola, "hazelnut".
Chris mi ha detto una volta che nessun inglese riuscirà mai a pronunciarla come noi italiano, perché è più dolce, musicale.
Non so se sia qualcosa insito nella pianta, ma in effetti pronunciando hazelnut o nocciola, la prima sensazione che mi passa per la mente è proprio la dolcezza.
Mi porta alla mente il tepore del Natale e il fresco frizzante dei boschi autunnali, tombolate con gli amici, Blossom di James Taylor, cose belle insomma.
Tutto merito della acca, mi sa.



le nocciolacca

Fiabe stravaccate - seconda parte


“Zia, zia, ma perché ti fermi?”
“Scusa amore, ma avevo sete, posso bere un po’ d’acqua?”
“Mmmmh, vabbè, ma ora continua, capito?”


"Klaus era cresciuto un po’ come era a nato: a caso.
I suoi genitori erano persi nei loro mondi, troppo distanti da quello reale, Klaus pensava che la mamma avesse sempre troppo da lavorare e proprio non capiva che gusto provasse suo padre a dormire al tavolo del pub.
Una volta gliel’aveva pure chiesto al papà, ma non aveva capito la risposta: un po’ perché il papà l’aveva biascicata, un po’ perché la zaffata di vodka gli aveva provocato un leggero capogiro, e aveva concentrato tutte le sue energie al rimanere in piedi e non ad ascoltare Rudolph.
Klaus era stato un bambino molto curioso: tutto ciò che lo circondava lo incuriosiva e lo faceva pensare, si poneva sempre tante domande, tanti perché e percome che il più delle volte non trovavano risposta: a casa non c’era nessuno che potesse o volesse rispondergli e gli unici libri che c’erano erano il prontuario delle erbe di Winnie e la Settimana Enigmistica. Per quanto Klaus ritenesse la Settimana Enigmistica il più fidato custode del sapere inutile, questa non sempre aveva le risposte, o quanto meno bisognava aspettare fino al numero successivo, il che gli causava attacchi di ansia, impazienza e panico, quando non riusciva più a ricordarsi a quale domande stesse cercando risposte sette giorni prima.
Le domande che più premevano sul cuore di Klaus però non trovavano risposte neppure lì; nemmeno la Susy, che rispondeva paziente alle domande più insensate dei suoi amici e il Corvo Parlante, che sembrava essere un ufficio oggetto smarriti protetto dalla LIPU, potevano aiutarlo in certi momenti.
Perché i miei genitori sono diversi dai genitori degli altri bambini?, si domandava guardando gli altri padri e le altre madri.
“Mamma, perché noi siamo così? Perché tu non sei come le altre mamme, quelle del co.ma?” (COmitato.Mamme, NdA)
“Siamo tutti diversi, Klaus e chi te lo dice che quelli normali non siamo proprio noi”, lo rassicurava Winnie, “per favore passami un po’ di quell’erbetta lì, sì quella compressa a cubetto. Bravo! Adesso vai a giocare a slittapapà”
“Ma a me non piace slittapapà!” piagnucolava Klaus.
“E’ quasi ora di cena, quindi poche storie: vai al pub, recupera tuo padre e fallo slittare giù dalla collina fino a casa.”


“Papà, papà, perché io sono diverso dagli altri bambini?”
“Oh come gira il mondo...”
“Insomma perché non posso essere come loro?”
“Fermami che devo vomi...”


Queste domande si facevano particolarmente dolorose per il piccolo Klaus nel periodo di Natale, quando tutta Geischeleton si trasformava: alberi decorati e ghirlande di vischio spuntavano da ogni dove, il profumo di biscotti appena sfornati usciva da case e negozi, cori di canzoni natalizie agli angoli delle strade... oh oh oh, ridacchiavano i finti Babbo Natale!
A Klaus sembrava di piombare in un incubo ogni anno, un incubo nel quale la città tutta si trasformava nel set de “La vita è meravigliosa”, eccezion fatta per la sua casa. Le case dei suoi compagni di scuola si illuminavano di voci, risa allegre e luci colorate. E Klaus aveva l’impressione che più le luci delle case degli altri brillassero e più scura si facesse la sua casa, più alte risuonassero le note di “Jingle Bells” e più tetro diventasse l’umore dei suoi genitori, come se gli altri risucchiassero la sua parte di calore e allegria.
Ma un giorno, Klaus aveva scoperto un modo per riavere una parte di quel calore.
Era successo tutto per caso. Finita la scuola, quasi tutti i suoi compagni di classe erano andati alle prove per il coro e Klaus era rimasto a bighellonare in giro per Geischeleton con il suo migliore amico Nick. 
Nick non proveniva da una famiglia bene qualunque di Geischeleton. Nick proveniva dalla più importante famiglia bene di Geischeleton, quella famiglia che aveva fondato la città poco più di 2 secoli prima: il suo bis-bis-bis-avolo era stato un infallibile cacciatore di orsi, criminali con taglia sul collo e mogli benestanti ma di salute debole che si era riciclato in rispettabile cittadino timoroso di Dio e della legge.
Dopo aver fondato la città ne divenne sindaco, giudice e capo della polizia, risolvendo in un sol colpo i problemi di conflitti d’interesse e stipendio degli impiegati comunali. Sopraggiunta l’età pensionabile, il suo posto era stato preso dal figlio, poi dal nipote e via dicendo giù giù in linea diretta fino al papà di Nick. 
Un giorno sarebbe dovuto toccare a Nick, solo che lui, sin dalla più tenera età, sapeva di essere destinato a tutt’altro: voleva lasciare Geischeleton, andare a Parigi e rivoluzionare il mondo della moda, diventando il Vivienne Westwood del nuovo millennio...
Sin da piccolo Nick aveva imposto il suo credo stilistico alla mamma e non c’era stato verso di imporgli la divisa della scuola, sostituita da un elegante ma al tempo stesso sfrontato completo di fustagno grigio, di cui era evidente il taglio moderno ma con un occhio al passato della sua terra, come dimostrato dai ricami new-baroque sui polsini e cuciture in bella vista delle tasche di pantaloni. Completava la mise una pratica borsa a tracolla con una ripresa delle cuciture del completo, abbinate però in questo caso a un velo di bianco ed etereo pelo di yeti. 
Agli altri bambini Klaus non piaceva molto ma neppure Nick era esattamente ben visto, motivo per il quale i due erano subito andati d’accordo...”


E ora?