Wednesday, 17 February 2010

Amabili resti

Vado o non vado? Non vado o vado?
Ogni volta la stessa storia, questo dibattito interno è un po' come i giardini pensili. Perché tanto poi so che mi farò vincere dalla mia curiosità da scimmia e andrò al cinema.
Infatti alla fine ho ceduto e ieri sera ho comprato il biglietto per il primo spettacolo di "Amabili Resti"?

Il romanzo da cui Peter Jackson ha ricavato il suo ultimo film è stato scritto da Alice Sebold. Ho iniziato a leggerlo sull'aereo che mi portava a Chicago e l'ho finito nel silenzio di Libertyville, con due lacrime che non volevano saperne di scendere, il groppo in gola e un sorriso dolce e amaro sulle labbra.
Insieme a Susie ho seguito le vicende della sua famiglia, l'elaborazione del lutto, l'accettazione del dolore, ho visto loro vite che procedono. Il tutto è reso dalla Sebold con una scrittura delicata e mai macabra: il dolore, la perdita, la vita che prosegue, tutto viene osservato e descritto a partire da un punto di vista unico e dolce.

Dopo aver terminato un libro mi devo fermare. Chiudo il libro e aspetto, una specie di fase di assestamento: la traccia di emozioni, riflessioni e scoperte che un libro porta con sé merita rispetto e tempo perché si calcifichi nella struttura ossea dell'anima. E' un processo delicato e io amo prendermi il mio tempo.
Poi palla al centro e si ricomincia con un altro romanzo: nuove pagine, nuove sensazioni che si andranno ad aggiungere a quelle precedenti. 
Tutte le sensazioni e tutti i sentimenti che ho provato non mi abbandonano, sono lì, un bagaglio leggero che mi segue allegramente ovunque.

Anche quando vedo un film devo prendermi una piccola pausa: non sono tipo da maratone cinematografiche, le reggo malissimo, anzi non le reggo per nulla. Soffro i festival, perché non posso vedere per la prima volta nella stessa giornata più di un film: il secondo partirebbe condannato, lo guarderei senza vederlo per davvero. Devo avere per rivedere nella mia mente le immagini, riassaporare i dialoghi, domandarmi se una certa inquadratura sia davvero nel film o parto della mia fantasia.

Sono follemente gelosa dei miei sentimenti verso film e romanzi e nulla mi mette più in crisi di trovarmi di fronte a un film tratto da un libro.
Ricordo ancora quando vidi per la prima volta un film tratto da un libro che avevo letto.
Ero in seconda elementare, quando la scuola ci portò a vedere "La storia infinita". Il libro mi aveva affascinato, stregato, incantato, arrivai al cinema con grandi speranze e aspettative e ne uscii annoiata, arrabbiata, delusa, infastidita e con lo spettro di dover scrivere un tema su quanto mi fosse piaciuto il film.

A ogni nuovo film del genere gli stessi timore, lo stesso senso di terrore e catastrofe imminente arrivano a farmi compagnia. Il problema è sempre uno solo: il libro del regista raramente coincide con il mio libro, che effetto avrà l'impatto fra i nostri due immaginari?
Con gli anni ho capito che è possibile, seppur difficilissimo, separare il film dal libro. Posso vedere un film tratto da un libro che ho letto e (cercare di) giudicarlo solo in quanto film, valutarlo in modo imparziale, senza tener conto di ciò che erano le mie idee sulla trama e i personaggi prima di entrare in sala.
Willy Wonka mi piace sia in versione tascabile nero su bianco, che in quella pantaloni a zampa di Gene Wilder e occhi spiritati alla Tim Burton.
Senza contare quei libri che ho scoperto grazie ai film! Sarò per sempre grata a Kevin Macdonald per avermi fatto scoprire Joe Simpson, per non parlare del debito di riconoscenza verso il buon Clint.
Poi succede che vai a vedere "Orgoglio e Pregiudizio" che non solo non ha niente a che spartire con il romanzo, ma pure ha una regia da brivido.
Insomma, nel mix libro-film c'è sempre il rischio di beccare un film tremendo come la possibilità di scoprire un piccolo tesoro.

Non ho ancora capito in che modo "Amabili resti" non mi sia piaciuto, perché so che non mi è piaciuto, so che non mi ha convinto, ma non so trovare le parole giuste. Ci sono degli elementi decisamente positivi, le musiche, il cast, Stanley Tucci e Susan Sarandon... da ieri sera la mia idea degli occhi di Susie è molto più precisa e definita.
Però il conto non torna. La sceneggiatura che cambia molte, troppe carte in tavola, trasformando in macchiette sullo sfondo troppi personaggi della storia.
Gli elementi visivi, quegli effetti speciali che creano un paradiso di Susie così diverso da quello che avevo immaginato io, arricchiscono di colori lo schermo ma distraggono tutti (regista in primis, ahimè) dal punto chiave della storia. Tutti questi colori, queste enormi navi in bottiglia che si schiantano sugli scogli, ed è così facile scordarsi degli amabili resti, di come sia Susie e le persone che ha lasciato indietro abbiano dovuto imparare a lasciarsi andare a vicenda, per proseguire ognuno per la propria strada.

Così alla fine anche io mi sono trovata bloccata nella terra di mezzo, lì dove si trovava Susie; e probabilmente pure Peter Jackson.

No comments:

Post a Comment