Monday, 22 March 2010

La prima vita di Simon Baxter - Parte I

Piccola premessa. Nel 2006 MammaMoto mi spedì per una trasferta all'ultimo minuto a Basingstoke: l'unico volo disponibile era con cambio a Parigi. Salendo sull'aereo al CDG mi accorsi che il precedente passeggero aveva dimenticato la sua carta d'imbarco nel portariviste davanti al sedile.
Arrivava da Manchester. Il nome era Simon Baxter. E su quel nome, nel tempo necessario per partire dal CDG (sempre e comunque un'impresa nel suo piccolo, dato lo stato di costante anarchia dell'aeroporto), volare oltre la manica, atterrare, arrivare a Basingstoke, ho immaginato una vita. E poi un'altra. E poi un'altra ancora.
L'unica persona che per ora ne ha letto qualche parte è stata Francesca. Ora, forse, qualcuno in più, ma questo non è il motivo per cui, dopo (cazzo!) quattro anni, alla fine mi decido a pubblicarli sul blog; è che non mi piaceva più l'idea di lasciare i poveri Simon a far muffa virtuale in una cartella. 
Quindi...


La prima vita di Simon Baxter (parte I)

Simon Baxter, anni 45 di Croydon, si era presentato al check-in con largo anticipo in modo da avere sufficiente tempo, una volta ritirato il biglietto, di a) andare in bagno; b) comprare un succo di mirtilli; c) passare i controlli di sicurezza con la dovuta calma e d) trovare il gate giusto. Proprio in quel momento Simon si rese conto che il numero di ragioni era pari, mentre era noto e risaputo che le ragioni viaggiano sempre e solo a numero dispari. Quello che doveva fare era rinunciare a una delle ragioni (andare in bagno o comprare il succo di mirtilli?) oppure aggiungerne una quinta. Optò per la seconda ipotesi e cioè e) fare una seconda capatina in bagno, perchè è noto e risaputo che andare in bagno sull'aereo non è cosa da fare (a meno che non siano viaggi lunghi e transoceanici).

Mostrò il passaporto e il biglietto al banco per il check-in e mentre l'impiegata stampava la carta di imbarco controllò che le punte delle scarpe fossero perfettamente allineate con il bordo della finta piastrella su cui si trovava e di avere i soldi giusti per pagare il succo di mirtillo, perchè è noto e risaputo che prima di un volo si devono dare i soldi giusti per ciò che si vuole comprare. Contò le due sterline e novantotto centesimi necessari e li mise tutti nella tasca destra della giacca.

Simon Baxter non era un pazzo, anzi si reputava una fra le persone più equilibrate che una persona possa mai conoscere nella vita. Dall'aspetto non si deduceva nulla di particolare o speciale: alto, con un sempre più incipiente inizio di calvizia, ogni giorno più brizzolato. Portava un paio di occhiali da vista: aveva iniziato a metterli solo come occhiali di riposo, ma poi, con il tempo, erano diventati una parte fissa di lui. In passato aveva giocato a rugby e si teneva abbastanza in forma, tranne la pancia lievemente rotonda che rivelava la sua relazione più lunga fino a questo momento: quella con la bionda alla spina.

Ma alla fine cosa vuol dire normale? Simon Baxter era normale? Certo che sì, purtroppo la sua fobia per gli aerei lo tradiva, facendolo diventare il peggiore dei superstiziosi, un maniaco al confine con l'ossessivo compulsivo. Non c'era nulla da fare, l'idea di trovarsi a diecimila metri di altezza in un'enorme scatoletta di metallo lo faceva uscire quasi di senno e perdere ogni controllo su emozioni e ragione.  Come difesa e al posto di dosi da cavallo di calmante, dopo il primo volo (e il primo attacco di panico) Simon aveva adottato tutta una serie di riti scaramantici e azioni portafortuna senza i quali non si presentava nemmeno all'aeroporto. 

Il destino però è noto per il suo senso malato dell'umorismo e aveva voluto che Simon Baxter lavorasse da 20 anni per una società di catering che si occupava proprio di aeroporti: aveva fatto carriera e con la carriera erano arrivati i viaggi sempre più frequenti. 
Simon non riusciva a capire chi amava l'aereo, chi lo osannava per il senso di libertà e leggerezza portato dal volare: non sentiva nessuna libertà, solo un tragico senso di soffocamento, la paura costante di vedere esplodere uno dei motori, o di precipitare in picchiata oppure umiliazione delle umiliazioni, sentirsi male e accorgersi che non c'è nessun apposito sacchetto nel sedile davanti. 
Vent'anni sono un tempo più che sufficiente per cementificare qualsiasi tipo di rituale: avevano formato delle fondamenta solide e spesse su cui si erano installati comodamente altri riti e altre scaramanzie, fino a formare un enorme castello ormai indistruttibile.
E d'altronde, si era ripetuto più volte Simon, bisognava tenerlo in piedi per evitare se possibile le tragedie che lo attendevano oltre il gate. Simon l'aveva notato da molto: ogni volta che doveva prendere un aereo succedeva qualcosa di catastrofico al mondo. Cadeva un aereo a Taiwan oppure c'era un tremendo incendio in un hotel parigino: Jane, la sua ex moglie, aveva provato a farlo ragionare, a fargli capire che non c'è nessun collegamento fra il suo volo per Roma e un terremoto in Messico, ma non aveva avuto molto successo e forse anche questa era stata uno dei motivi che l'avevano trasformata in una ex.

Prima di salire sull'aereo, Simon chiudeva il passaporto nel taschino destro del giaccone, spegneva il cellulare e lo riponeva nella tasca sinistra e rimaneva con la sola carta d'imbarco nella mano sinistra.
Dato che odiava quando il capitano irrompeva con la sua voce in cabina per dichiarare che alla sinistra dell'aereo si poteva ammirare il Monte Bianco, o a destra si poteva scorgere la Manica, Simon chiedeva sempre un posto corridoio, in modo da non dover mai guardare giù, nemmeno per sbaglio. 
Una volta a bordo, sistemava la valigetta nella cappelliera, si sedeva, schiariva la gola tre volte, allacciava la cintura e poi rimaneva perfettamente immobile, per tutta la durata del viaggio.
(continua...)

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