Thursday, 25 March 2010

La prima vita di Simon Baxter - Parte II

Se c’era qualcosa che Simon odiava ancora più delle riviste che si trovano abitualmente sugli aerei, era dover viaggiare insieme ad altre persone. 
Sì che le riviste le odiava, o se le odiava! Quei titoli angoscianti come "Vita tra le nuvole", "In alta quota", "Finestra sul cielo", erano in grado di instillare in Simon una sensazione di terrore totale, che lo paralizzava come il veleno di un serpente.
Fatto sta che Simon, aveva imparato a non guardare nella tasca delle riviste così da non correre il rischio di scorgere anche solo di sfuggita le rivista. Le persone però non si possono evitare altrettanto facilmente.

Insomma, è già abbastanza pietoso e doloroso essere coscienti del fatto di trovarsi in viaggio, sospesi a decine di migliaia di metri di altitudine, con litri e litri di carburante, perché aggiungere un’ulteriore tortura come solo un vicino di posto può essere?
Simon ormai li riconosceva solo a guardarli: la mammina con il bambino che normalmente è bravo, ma proprio bravo, ma sull'aereo si trasforma misteriosamente in Attila l'Unno e distrugge tutto quello che trova intorno, soprattutto la calma di Simon; l'ingegnere in viaggio d'affari che cerca di darsi un tono ma fallisce miseramente; la coppia di signori anziani in viaggio per trovare un figlio o una figlia e che si comporta come non fosse mai salita su un aereo, sentendosi per altro in dovere di commentare su tutto ciò che vedono; il manager tronfio, che armeggia con il modello più recente di cellulare fino a un nanosecondo prima del decollo, parlando un francese tutto suo, qualcosa a metà fra la lingua perduta di Mordor e l'ugro-finnico... 

Ma questa volta Simon intercettò il pericolo maggiore, il suo più grande terrore: l'amante dei voli. "C'è sempre qualcuno che adora volare", pensò Simon cupo, qualcuno che pensa che stare in questo trappolone sia libertà e indipendenza; "d'accordo, ognuno ha le sue opinioni, ma per quale motivo queste persone devono per forza sedersi vicino a me? No, si avvicina, ti prego, ti prego, ti prego, ti prego....
"

"Mi scusi" la ragazza con la giacca di velluto marrone e foulard verde al collo interruppe la preghiera silenziosa di Simon facendo segno che il suo posto era quello accanto al finestrino.
Simon odiava chi si sedeva accanto al finestrino perché doveva slacciare la cintura, alzarsi, far passare, risedersi, schiarire di nuovo la voce per tre volte e riallacciare la cintura, ma fece tutto in fretta perché ancora di più odiava l'idea di essere lui con la sua lentezza a essere la causa di un'eventuale coda.
L'aereo decollò e subito Simon avvertì la spiacevole sensazione delle orecchie che si tappano, il collo che si incassa e il disagio che gli provocava il sapere di non essere più ancorato al suolo dalla mai troppo apprezzata forza di gravità.

"Wow! Adoro il decollo! Questa magnifica sensazione di liberarsi dal giogo della gravità, l'impressione quasi di liberarsi dal proprio corpo! Un secondo prima si è a terra e uno dopo, op! L'accellerazione ci preme contro lo schienale e siamo sospesi! Lei non adora volare?"
"Non proprio" rispose incupito Simon, a cui poche frasi avevano permesso di inquadrare il soggetto: non solo amante dei voli ma pure logorroica!
"Invece a me piace tantissimo! Salire in alto, su su, fino a vedere la terra scomparire! Vedere le montagne, i mari, le città dall'alto mi dà l'idea di quanto siamo veramente piccoli noi umani, piccoli come moscerini eppure ci sentiamo tanto grandi. Eppure basta una piccola turbolenza e siamo tutti più ansiosi, basta vedere le montagne coperte a metà dalle nuvole per dare una nuova e più giusta misura alla nuova vita. Ma lo sa che mi è appena venuto in mente un altro volo in cui discutevo proprio di questo con il mio vicino! Stavo andando a Madrid, lei ci è mai stato a Madrid? Città fantastica..."
Ma Simon non ascoltava già da un po': quell'accenno alla terra che scompare era bastato a fargli perdere qualsiasi interesse per ciò che la ragazza avrebbe potuto dire, per sprofondare in una specie di catatonia. Era davvero come distaccarsi dal proprio corpo (non aveva detto qualcosa di simile la ragazza?) ma lui non la trovava una sensazione molto piacevole: era come essere spettatori di un film di cui si è solo una comparsa alla ricerca della primadonna. A Simon succedeva sin da bambino: quando una cosa non gli piaceva e non poteva far finta che non esistesse, il suo cervello smetteva di funzionare o almeno riduceva il numero di giri. Non sopportava questa sensazione e l'aveva sempre combattuta, anche se, bisognava ammetterlo, era il modo migliore per affrontare la sua dolce ma ferrea dentista. E anche in questo momento, pensò Simon, non è poi un gran male... lei parla e io non sento, magari sta anche dicendo qualcosa di interessante ma io non la sento, vedo solo la sua bocca che si apre e si chiude, continua a parlare e non sembra voler smettere entro il breve periodo. Questo gli riportò in mente Jane, anche con lei alla fine cadeva in questa specie di catalessi sempre più spesso. Lei parlava, parlava e lui non ascoltava. L'unica differenza era che Simon  avrebbe dovuto ascoltare Jane per tante ragioni: perché lei alla fine ne capiva più di lui di molte cose, perché lei voleva metterlo al corrente di ciò che era importante per la loro famiglia, ma soprattutto perché Jane era Jane, la ragazza che aveva conosciuto, fatto innamorare con enormi sforzi e sposato venti anni prima e semplicemente glielo doveva. Adesso Jane non era più a casa ad aspettare Simon e a parlare, parlare e ancora parlare e Simon al ritorno da questo viaggio si sarebbe trovato solo con il bassotto Ringo, sempre e comunque taciturno.
L'idea del bassotto era stata di Jane, ricordò Simon: lei era di Liverpool e in onore dei più importanti abitanti della città aveva chiamato i loro figli Georgina, Paul e John. Il coraggio però di affibbiare Ringo come secondo nome non l'avevano mai avuto. Quando Simon comprò il bassotto, il nome non venne messo nemmeno in discussione. Ora con i figli fuori di casa per l'università e Jane impegnata a vivere una vita senza di lui, era rimasto solo Ringo ad aspettarlo al rientro dai viaggi di lavoro.
"E così vedere quelle montagne, con le nuvole fitte e dense che le tagliavano, sì!, tagliare è proprio il verbo giusto, a metà parete, e i raggi del sole! Era come non trovarsi più su un aereo ma navigare su un lago alpino a bordo di una nave, le è mai capitata una sensazione simile? Al limite dello straniamento! Ah, meno male che portano da bere, perché mi è venuta una gran sete. A lei no?"

A essere sinceri, Simon non fu riportato nel mondo reale dal discorso della ragazza, ma dal rumore delle ruote del carrello delle bevande. Simon non mangiava durante i voli: un po' perché a forza di parlarne per lavoro, l'idea gli veniva a noia, ma soprattutto aveva paura di mangiare o bere troppo, sentirsi male, scoprire che mancava il sacchetto di carta e rimanere incastrato con la cintura mentre tentava di correre in bagno. Non gli era mai successo nulla di simile, ma l'idea lo terrorizzava a tal punto che si rifiutava di bere qualsiasi cosa che non fosse acqua, tranne non si trattasse di viaggi brevi, quando Simon non beveva mai. Non voleva correre il rischio di dover andare in bagno, perché lo terrorizzava l'idea di trovarsi ai servizi nel bel mezzo di una turbolenza, e quindi si limitava a scuotere la testa, anche quando aveva veramente sete.

(continua...)

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