Friday, 26 March 2010

Rugby, o dell'importanza di un buon riscaldamento

Quando giocavo a pallavolo odiavo il riscaldamento. Tutta quella noiosa e faticosa serie di corse, scatti ed esercizi vari che servono a preparare il corpo alla partita e lo proteggono da strappi e altri infortuni. Se poi, per pura sfortuna, capitava che mi facessi male, ecco che mi partivano i cinque minuti di improperi contro il riscaldamento che non serve assolutamente a nulla. Anche se la parte razionale di me sapeva benissimo che il riscaldamento era utile e fondamentale.

Lo deve essere ancora di più se, una domenica mattina di gennaio, decidi di fare una partita a rugby.
Ti alzi presto, fai colazione, guardi fuori e già capisci che fa un freddo boia. Forse una parte di te, quella pigra, ti suggerisce e incita a tornartene fra le coperte, al riparo dal freddo nel calduccio del tuo letto.
Ma tu non puoi farlo, perché ti sei già messo d'accordo con i tuoi amici: avete programmato la partita, affittato il campo e poi tu porti il pallone, ormai non puoi più tornare indietro!
Così ti prepari, esci e vai a giocare e non ti penti della scelta.
Perché, immagino, non tutti possono dire di aver giocato a rugby in Antartide, a 900 miglia dal polo sud, ai piedi di un vulcano attivo. Quello che fanno ogni anno le squadre della base neozelandese (gli Ice Blacks, con tanto di haka) Scott e quella statunitense di McMurdo, quando si sfidano per vincere la "Ross Island cup".
Al momento i neozelandesi vincono 26 edizioni a zero.

Se siete curiosi di vedere qualche foto del "campo" e della partita, su Discover hanno pubblicato quest'articolo.

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