Sunday, 7 March 2010

Venerdì al cinema (3D?)

Premessa al post: ho iniziato a scrivere questo post ieri, l'ho salvato, sono uscita, bevuto birrozzo e preso freddo, spaghettato aglio-olio-super-peperoncino da Miky e l'ho finito stamattina. Nelle intenzioni iniziali doveva essere un semplice resoconto di un venerdì sera. Non so come, ma si è trasformato in una dichiarazione d'amore.

Lo conosco da sempre.
Anche se lui vive ignaro del fatto che abitiamo nella medesima galassia, è praticamente parte della famiglia, da molto tempo.
Direi da quando, nelle calde serate estive passate a La Cassa, io e papà mettevamo in scena la nostra scenetta, una manfrina in atto unico che non sapevamo nemmeno noi perché la facessimo, ma alla quale non avremmo rinunciato per nulla al mondo.

Iniziava con una spruzzata di Autan sufficiente ad allargare di qualche centimetro il buco dell'ozono, ma completamente inutile contro le zanzare trivellatrici dell'epoca.
Iniziava con una lattina di birra fredda di frigo e un sorbetto al cocco. A ognuno il suo.
Iniziava con una sediolina ripiegabile per bambini, e prendeva ufficialmente il via con io che sbuffavo, dicendo che volevo uscire e andare a giocare con gli altri.
Proseguiva con papà che, mentre sistemava il baffo per prendere meglio Rai Tre, sbuffava di rimando e affermava che se gli altri genitori lasciavano i loro figli uscire allo sbaraglio da soli la sera erano fattacci loro, ma che io potevo scegliere se guardare la tv o andare a dormire.

E sapevamo bene che nulla era come sembrava.
Io non volevo uscire, lui non era così severo e gli altri genitori non erano così irresponsabili.
Ma i rituali sono così: il più delle volte non hanno senso ed è consigliabile non tentare di trovargliene o cucirgliene addosso di nuovi.

Nel corso degli anni molte cose sono cambiate: il sorbetto al cocco non l'ho più trovato, peccato perché era buono; la sediolina ripiegabile cede al mio peso solo guardandola; non abitiamo più a La Cassa e ora c'è il digitale terrestre.
Nel corso degli anni, nonostante tensioni e frizioni, io e mio padre ci siamo sempre incontrati sul terreno neutrale rappresentato da Clint Eastwood.

Sono cresciuta con il texano dagli occhi di ghiaccio e Dirty Harry, ma quest'ultimo solo quando mia madre non era nei paraggi ("E ci mancava solo più Callahan! Perché farle ascoltare De Andrè non bastava, vero!?!?"). L'ho amato molto nel film diretto da Michael Cimino, ho amato molto, ma molto meno la traduzione del titolo: capisco che negli anni Settanta ci si faceva dei peggio acidi, ma come diavolo si fa a tradurre con "Una calibro 20 per lo specialista" il titolo originale "Thunderbolt and Lightfoot"?
Il primo film come regista che ho visto è stato "Bird", poi sono arrivati tutti gli altri, spietati cowboy, ragazze che tirano di box, bambini e delinquenti in fuga verso un mondo perfetto, americani e giapponesi in trincea, veterani con auto dal nome perfetto e molto altro ancora.

Di Clint si possono dire tante cose, si possono usare tante definizioni, ma il fatto è che non funziona così con lui: puoi dire che è un repubblicano, che è un esponente dei film tutta violenza, puoi dire queste e mille altre cose, ma sono etichette limitanti, puoi provarlo a costringerlo in una definizione di poche parole, ma finiresti comunque per lasciare fuori qualcosa.

Date queste premesse, non potevo non andare a vedere "Invictus". Appuntamento all'Olimpia con parte del pack sabaudo: è pur sempre un film che ha fra i suoi protagonisti il rugby, con chi altro potevo andare?
All'Olimpia, oggi ribattezzato Reposi 7, non mettevo piede da una decina d'anni. Ciononostante, a parte il nome non è assolutamente cambiato nulla: credo sia l'unico cinema di Torino a essere passato intatto al passare del tempo, stesso pavimento, stesse tende, stesse poltrone. In tempi di fantastici multisala, mi mette tenerezza.

Il film mi è piaciuto molto: Morgan Freeman era molto in parte, Matt Damon è un po' piccolino per essere François Pienaar, i dubbi sull'andamento della finale contro gli All Blacks sono stati abbondantemente discussi durante la pizzata post film con Stefano che, avendo rivisto di recente la partita, ha confermato che è andata davvero così (assurdo calcio iniziale compreso).
Poi vabbè, dopo aver visto "Gran Torino", le aspettative erano stratosferiche e forse non completamente realizzate, ma chi se ne frega!
All'uscita da una sala dopo un film di Eastwood mi sento sempre soddisfatta: sento di aver investito i miei soldi in cinema di qualità.
So che ogni minuto che vedo è lì per un motivo, non sono film allungati oltre ogni dire, fino ai limiti dell'umana sopportazione, come se la durata giustificasse il prezzo del biglietto o  fornisse un valore artistico aggiunto.
Mi piace questa sua "linearità" e assenza di fronzoli, che non significano però mancanza di imprevedibilità. I film di Clint riescono ancora ad emozionarmi, a farmi pensare a ciò che ho visto anche settimane dopo.
Il cinema di Clint è il vero cinema 3D, altro che pupazzoni blu di Avatar: la dimensione che aggiunge è quellla dell'animo umano, la meraviglia è data dall'analisi dei sentimenti che ci rendono persone vere e per poter vedere tutto ciò non c'è neppure bisogno degli occhialini. Ci basta tranquillamente il cuore.

Postilla al post: Da quando l'ho messo pixel su schermo, mi sono resa conto che è passato troppo tempo da quando ho visto "A perfect world"...

No comments:

Post a Comment