Tuesday, 13 April 2010

L'ombroso museo

Phrenology

Più di un anno fa ormai sono andata a fare foto in uno studio in centro a Londra. Mentre Giorgio e Jonathan armeggiavano con sfondi, paraluce e tutto il resto dell'equipaggiamento, io ho scoperto un cranio per studi frenologici. A quel punto ogni interesse per le modelle è andato a farsi benedire e io ho passato buona parte del pomeriggio a fare foto sceme al cranio e a ridacchiare su come una volta si pensasse che la forma di una testa fosse davvero in grado di definire la personalità della persona. Tant'è.

L'occasione di ripensare a questo cranio è arrivata pochi giorni fa, quando invece di andare a fare il classico picnic di Pasquetta, ho passato il mio tempo a girovagare per Torino è ho visitato il museo di antropologia criminale Cesare Lombroso. Scoperto che al negozio-bonsai del museo (in condivisione con il museo della frutta oltrettutto!) non erano in vendita crani per studi frenologici souvenir, me ne sono tornata a casa: peccato, perché lo reputo un oggetto pacchiano che non può mancare in casa, specie in vista di tombolate degli orrori, un reperto simile vale minimo minimo una tombola!

Come mio solito, tornata a casa ho fatto un po' di ricerche su Google: trovare qualche informazione in più sui vari personaggi, leggerne la storia e poi saltare di palo in frasco fra un collegamento e l'altro, una volta lo facevo con l'enciclopedia (cosa che rallentava in maniera biblica ogni ricerca per la scuola, visto che ero in grado di leggermi anche venti voci prima di arrivare a quella che mi interessava). Così ho scoperto che l'8 maggio è previsto un corteo di un gruppo creato su Faccialibro contro il museo.

Oh yes, si chiama "I MERIDIONALI CONTRO IL MUSEO LOMBROSIANO A TORINO: 8 MAGGIO 2010", è pure pubblico, quindi si può vedere, leggere le discussioni e così via. Ho letto un po', poi onestamente mi sono rotta le balle, ho perso la concentrazione e mi sono ritrovata in un post in cui si parlava di neo-borbonici, poi di briganti e forse anche briganti neo-borbonici. Lì mi sono cadute un po' le braccia, lo ammetto: non bastavano i "si stava meglio quando si stava peggio" del ventennio, no! andiamo pure più indietro. A un certo punto mentre scorrevo veloce e sempre più annoiata la pagina ho captato la parola "massoni" e basta lì, anzi bon parei, che ci mancano solo più loro, gli Illuminati e Dan Brown.

Adesso: non credo che tutti i quasi 8000 iscritti al gruppo abbiano tutti visitato il museo, ma poco importa perché probabilmente gli basta fidarsi della descrizione dei fondatori del gruppo (anche se ancora mi domando se abbiamo visitato lo stesso museo). Il museo è intitolato a Cesare Lombroso, ne illustra gli studi, ma non li giustifica, non li approva. Insomma, non mi sembra difenda il personaggio o diffonda idee razziste e anti-meridionali.

Quello che mi ha colpito di più del museo poi non sono tanto i teschi o le maschere di cera, quanto come Lombroso faccia da cartina tornasole per le tensioni e le contraddizioni della società e del tempo in cui si è trovato a vivere. Socialista, a favore della pena di morte, promuoveva iniziative per l'emancipazione della donna pur sostenendone l'inferiorità naturale (sic). Tutto e il contrario di tutto, delle teorie del nostro non c'è nulla di valido scientificamente ed è scritto grosso come una casa sui cartelli informativi del museo.

All'entrata del museo c'è un pannello che riporta queste domande:

"Chi è il criminale? Chi è il genio?
Che cosa distingue la normalità dalla devianza?
Chi è il folle?
Siamo liberi o siamo automi condizionati dalla genetica e dall'ambiente?"


Concezione del reato, della natura del crimine, colpa e punizione: questi erano gli interrogativi su cui lui ha dato risposte ormai completamente sorpassate.

Non c'è traccia nel museo che un singolo studioso o operatore del museo avvalli queste risposte. Questo però non significa che le domande siano scomparse o abbiano trovato risposta.

Ovvio che è più facile parlare dei Borboni che interrogarci su queste questioni.

Forza, provate a definirmi la normalità. Poi aprite la pagina di cronaca di un qualsiasi quotidiano: figlie che accoltellano le madri, madri che uccidono i propri figli, padri che massacrano la famiglia. Crimini inconcepibili. Leggete come vengono definiti dalle persone che li conoscevano: erano tanto per bene, persone così normali. Già, normali.

Il Lombroso è morto, la sua testa è ancora in dono alla scienza e la scienza non sa che farsene, siamo nel terzo millennio e non abbiamo ancora una risposta univoca al quesito sopra. Siamo liberi? Il nostro libero arbitrio fino a che punto è indipendente e non condizionato da altri fattori?

A osservare i vasi dipinti dalla gente ricoverata nei manicomi criminali ed esposta nel museo, il dubbio nasce forte e spontaneo: e se Pablo Picasso fosse nato a Carmagnola e si fosse chiamato Paulin Pautasso? Sarebbe stato il genio che conosciamo o sarebbe stato internato a Collegno per tutta la sua vita?

La normalità o presunta tale è un dubbio che mi frulla in testa da molto tempo e sul quale ragiono relativamente poco: non per pigrizia o mancanza di tempo, quanto perché mi accorgo che va a toccare troppe questioni, nervi scoperti, problemi e rischierei di perdermici dentro. Per il mio bene e quello di chi mi sta accanto quindi, cerco di non dilungarmi troppo a lungo su simili argomenti, accumulare casomai qualche domanda in più da aggiungere alle altre e proseguire per la mia strada.

Sta di fatto che tutta questa storia del gruppo di faccialibro contro il museo ha continuato a girarmi in testa a lungo e proprio non capivo perché: pensa che ci ripensa mi accorgo che il senso di fastidio è di ben più lunga data, serpeggia intorno da più tempo. Sarà che io e faccialibro ormai non ci sopportiamo proprio più? Beh, forse in parte, ma credo che quello che meno mi vada giù di questa storia è l'idea molto edulcorata e all'acqua di rose del museo, ma anche per molti versi ottocentesca: niente controversie, niente quesiti, niente aree di grigio. Informazioni dettagliate e precise piuttosto, si va al museo come se si andasse a farsi due vasche in via Roma di domenica pomeriggio.

Il valore educativo di un museo è certo nella sua capacità di fornire informazioni ai suoi visitatori, ma non si limita per me unicamente a questo, o almeno non dovrebbe. La proverbiale pulce nell'orecchio, un museo dovrebbe porci domande, ma non rivelarci tutte le risposte: serve a farti capire che c'è molto di più, qualcosa che non può essere sempre e comunque tenuto dentro le sue mura: esci dal sapendo di più, ma conscio comunque di sapere poco rispetto a ciò che il mondo può offrirti in termini di conoscenza, meraviglia e stupore. Un museo è un ring in cui far scendere le proprie idee e convinzioni, vederle sfidarsi con altre, uscirne a volta rafforzate a volta al tappeto, con il risultato di uscirne comunque più ricchi. Certo non è la cosa più comoda da fare. E' più facile gridare allo scandalo che discutere. E' più comodo fare una foto all'autoritratto di Van Gogh che fermarcisi davanti e cercare di comprendere anche una minima parte dei pensieri che si agitavano dietro quegli occhi in tempesta. E' più facile tenere in allenamento muscolo dell'indice destro che permette di cliccare con il mouse che obbligare a continui allenamenti il sistema neuronale.

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